Lo spettacolo teatrale Una stanza al buio: intervista al regista Francesco Branchetti


“Ho cercato di costruire uno spettacolo che unisse la modernità della forma con un profondo studio della psicologia dei personaggi”

Intervista di Desirè Sara Serventi

Si può definire una commedia ricca di colpi di scena clamorosi, quella che il pubblico avrà modo di vedere a teatro con lo spettacolo, “Una stanza al buio” per la regia del noto regista e attore, Francesco Branchetti. Sledet.com ha raggiuto Francesco Branchetti che ha parlato dello spettacolo che vede in scena Alessia Fabiani e Claudio Zarlocchi.

Siete in scena con lo spettacolo teatrale “Una stanza al buio”. Cosa può dire riguardo il testo?
È un testo molto originale. Uno scapolo viene ucciso nel suo appartamento che aveva trasformato in una piccola garconnière. Mentre le indagini proseguono, un uomo e una donna si incontrano sul luogo del delitto. Davanti ai loro occhi si presenta una sagoma di gesso. Lui, introverso, oppresso dalla rabbia e dall’ansia, scultore e amministratore dello stabile, lei misteriosa, intrigante e piena di sé.

Che tipo di commedia è, quella di “Una stanza nel buio”?

È una commedia, che vive dei suoi personaggi, dei loro caratteri, che più diversi non potrebbero essere, delle loro manie, tic, ossessioni e del gioco che tra loro si viene a creare.

Vi sono molti colpi di scena, è corretto?
Sì è un susseguirsi di colpi di scena davvero clamorosi perché riguardano sia la trama ma anche quello che accade all’interno dei personaggi.

Sul palco ci saranno Alessia Fabiani e Claudio Zarlocchi. Lei come regista cosa ha chiesto agli attori?
Un lavoro di immedesimazione profondo e di costruzione meticolosa dei personaggi che abbiamo affrontato in un lungo lavoro prima a tavolino e poi in prova.

Su cosa sta puntando la sua regia?
Ho cercato di costruire uno spettacolo che unisse la modernità della forma e cioè dell’allestimento con un profondo studio della psicologia dei personaggi e con la creazione quindi di profili psicologici chiari, definiti e molto molto originali.

La sua regia che cosa intende restituire al testo di Giuseppe Manfridi?
La straordinaria capacità di indagare l’animo umano e di costruire meccanismi drammaturgici perfetti.

Nello specifico che tipo di scenografia ha richiesto?
La scena è appunto quella di una stanza di un appartamento piena di simboli e di oggetti che tanta parte avranno nella nostra storia.

Parlando di musiche, che cosa racconteranno?
Le musiche hanno la doppia valenza di raccontare lo stato d’animo dei protagonisti e di raccontare e commentare i passaggi drammatici o comici della nostra storia.

Sta lasciando agli attori qualche margine di improvvisazione o preferisce seguano il copione senza alcuna modifica?

Non amo molto l’improvvisazione per cui il lavoro con gli attori segue meticolosamente il testo e il lavoro che abbiamo fatto durante le prove.

Qual è il messaggio che vuole dare al pubblico con “Una stanza al buio”?
Che non si finisce mai di scoprire cose all’interno di noi e che il percorso di conoscenza di noi stessi davvero non ha mai fine.

Attualmente in cosa è impegnato?
Sono in tournée con vari spettacoli, adesso con “Non si sa come di Pirandello”, “Amor c’ha nullo Amato amar perdona” di David Conati, “Le unghie” di Valentina Fratini poi “Parlami d’amore” di Philippe Claudel da fine marzo a maggio riprenderà la sua lunghissima tournée.

Progetti? 

Ho due progetti teatrali che partiranno quest’estate a cui tengo moltissimo.

Vuole aggiungere altro?
Mi auguro che lo spettacolo abbia successo adesso a Firenze, Napoli e Milano e in tutta la tournée e mi auguro poi che i teatri non chiudano più e che finalmente tutti i teatranti possano riprendere la loro attività normalmente.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Francesco Branchetti, e ad maiora!

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