Intervista all’attore e doppiatore Giovanni Petrucci


“Se non si sa recitare, non si può interpretare e di conseguenza doppiare”

Intervista di Desirè Sara Serventi

Quando si parla di doppiaggio gli occhi non possono che essere putati sul noto doppiatore e attore italiano Giovanni Petrucci, un artista che si è sempre distinto per la sua preparazione professionale e per la dedizione che ha sempre messo nel suo lavoro. Sono tanti i film nei quali ha recitato, così come sono tanti gli attori internazionali ai quali ha dato la voce italiana, tra questi ricordiamo Morgan Freeman, John Goodman e Kevin Costner. Sledet.com ha raggiunto Giovanni Petrucci che si è raccontato.

Se le chiedessi di raccontarsi cosa risponderebbe?

Un guitto… ha presente? Beh proprio così. Da ragazzino amavo travestirmi, inventando il travestimento a seguito di una lettura di famosi romanzi per ragazzi (vedi Salgari). Con mio fratello più grande giocavamo ai pirati, insomma la mia voglia di recitare (gigionescamente), mi è nata molto presto, e quando grazie a mio padre ho fatto la mia prima apparizione in cinema, ho toccato il cielo con un dito.

Lei è un attore, doppiatore e dialoghista. Quando nasce la sua passione per il doppiaggio?

Quando finì quella per il cinema, nel senso, quando scoprii che i ruoli che interpretavo come attore, erano interpretati vocalmente da altre persone.

Dove si è formato?

Sul campo, che nel nostro gergo, significa sul set cinematografico e in sala di doppiaggio.

Cosa vuol dire interpretare con la voce il personaggio?

Vuol dire rendere il personaggio, comprensibile al pubblico e farlo amare.

Per la sua esperienza negli anni il mondo del doppiaggio è cambiato?

Sì decisamente. Prima ci si conosceva tutti, anche i mostri sacri ti salutavano, oggi non ti salutano neanche i bambini… ma questa è un’altra storia.

Tantissimi gli attori da lei interpretati, quale quello a cui è più legato?

Proprio perché ne ho interpretati tantissimi, sono legato a tutti, e ognuno con le sue sfumature che caratterizzano la mia personalità interpretativa.

Vi è un doppiaggio che le ha creato una qualche difficoltà?

No. Saper recitare è la madre di tutte le difficoltà che si trasformano in capacità recitativa.

Quale considera l’esperienza più significativa per la sua carriera?

Sicuramente quella di aver fatto parte del cast del film “L’avventura” di Michelangelo Antonioni. Quella è stata un’esperienza meravigliosa, che ha aperto il varco più importante della mia vita: la recitazione cinematografica. Riguardo al doppiaggio, sono molto legato al gatto Salem di Sabrina vita da strega. Quello è stato un personaggio che mi ha dato tanto, e devo dire che doppiarlo è stato anche divertentissimo.

Quanto è importante l’adattamento del doppiaggio per la riuscita del suo lavoro?

È la cosa più importante, senza un ottimo adattamento non si può produrre un attimo doppiaggio.

In che modo affronta le modulazioni di voce difficoltose?

Guardando e seguendo pedissequamente il mio attore sullo schermo.

Lei è anche un attore. A suo avviso per poter svolgere il lavoro di doppiatore bisogna avere una formazione nel campo della recitazione?

Certamente. I due mestieri sono legati. Se non si sa “recitare”, non si può “interpretare” e di conseguenza “doppiare”.

Nel suo caso specifico che tecniche utilizza per calarsi nel migliore dei modi nel personaggio che deve doppiare?

Quello che usavano gli attori della vecchia scuola: guardare, incamerare il personaggio, studiarlo a fondo e successivamente interpretarlo.

Cosa significa recitare con la voce?

Significa rendere emozionante il personaggio.

Quanto è importante la dizione?

Molto, ma non tutto.

Recentemente ha ricevuto l’importante Premio Vincenzo Crocitti International, infatti è stato al lei conferito il Premio alla Carriera, attore, doppiatore, direttore del doppiaggio, dialoghista. Che cosa rappresenta per lei questo riconoscimento?

Anni di duro lavoro, ma anche sopportazione in silenzio.

A chi ha scelto di dedicarlo?

Beh, a mio padre prima di tutto che mi ha insegnato molto. Se so qualche cosa di cinema lo devo a lui. Ho sopportato in silenzio è vero, ma è anche vero che è stata una sopportazione costruttiva. Non è facile avere a che fare ogni giorno con tante teste diverse; tanti modi di lavorare, di farsi dirigere da colleghi che magari non la pensano nel tuo stesso modo. Questo mestiere è assolutamente soggettivo. Sta di fatto che personalmente, non mi rimprovero nulla, anzi.

Vuol dire qualcosa riguardo Francesco Fiumarella, direttore artistico e autore del Premio?

Finalmente una persona che si prodiga per la meritocrazia. Un uomo in gamba e molto capace nel suo mestiere, non a caso ogni sua scoperta ha un proprio bagaglio culturale artistico non indifferente.

Cosa può dire riguardo il mondo del doppiaggio in Italia?

Domanda tendenziosa alla quale rispondo solo così: c’era una volta il Doppiaggio…

Che caratteristiche deve avere il personaggio a cui deve dare la voce per decidere di accettarne il doppiaggio?

Innanzitutto sono io che devo incollarmi a lui, e comunque, nessuna caratteristica, basta solo essere capaci di amalgamarsi a livello artistico-recitativo, e il gioco è fatto.

Che cosa significa per lei il suo lavoro?

Significa vita.

Chi è Giovanni quando non sta in sala di doppiaggio?

È Giovanni quando non sta in sala di doppiaggio.

Che consiglio vuol dare ai giovani che vorrebbero intraprendere la sua professione?

Diplomarsi assolutamente con maestri di altissimo livello, perché al giorno d’oggi vige la regola del romanista e dell’amicismo (e non lo dico perché sono della Lazio), sfruttata da tanti direttori che invece di elevare un talento, lo accantonano solo perché l’individuo non gli è simpatico. Il mio ambiente è pieno di mostri sacri antipatici e di incompresi simpatici, è un gioco delle parti. Consiglio spassionatamente alle nuove generazioni di affidarsi esclusivamente a chi si può curare di loro e delle loro capacità.

Attualmente in cosa è impegnato?

In due film importanti, e in una scrittura soggettistica a me molto cara.

Progetti?

Tanti e pochi.

Vuole aggiungere altro?

Certamente. Che dà per gli occhi una dolcezza al core, che intender non la può chi non la prova. Uno spirto soave e pien d’amore, che va dicendo all’anima: sospira!

Sledet.com ringrazia per l’intervista Giovanni Petrucci, e ad maiora!

 

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