Intervista all’artista Enzo Paolo Turchi


Il ballo è una forma d’arte così come lo è la pittura e la recitazione”

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Ci sono artisti del calibro del maestro Enzo Paolo Turchi che non necessitano di grandi presentazioni perché nell’arco della loro carriera hanno sempre dimostrato grandi competenze e, successi dopo successi, si sono fatti un nome degno di rispetto e ammirazione nel mondo dello spettacolo. Il maestro Turchi tutte le volte che è salito su un palco è riuscito ad estasiare il pubblico con la sua maestria nei movimenti e con le sue coreografie che da sempre regalano grandi emozioni. Sledet.com ha raggiunto Enzo Paolo Turchi che ci ha parlato del suo percorso professionale da cui è emerso non solo la figura artistica ma soprattutto una grande signorilità e la bella persona che lui è.

Quando nasce la sua passione per il mondo della danza?

È una passione che nutro da bambino, anche perché provengo da una famiglia di artisti, mio padre suonava la chitarra e il mandolino, mio nonno era timpanista e mio zio un tenore. Per me il tutto iniziò a prendere forma subito dopo la guerra quando mia madre iscrisse me e mia sorella Lidia alla scuola di danza, per la precisione al San Carlo di Napoli, dove la signora Bianca, insegnante e direttrice, rimise su l’accademia dopo la guerra, e devo dire con grandi risultati. Ricordo che non fu semplice accedere alla scuola, anche perché bisognava affrontare delle selezioni, e tante erano le persone che volevano iscriversi. Comunque, sia io che mia sorella passammo le selezioni, e che dire, il resto è storia.

Che ricordi ha dei suoi inizi?

Già il fatto di entrare in un teatro come quello del San Carlo di Napoli, che era il fiore all’occhiello non solo di Napoli ma dell’Europa, è stata una cosa meravigliosa. Ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo della danza che avevo otto anni. All’epoca lavoravo e andavo a scuola nonostante la giovane età, anche perché, vorrei ricordare, che il contesto storico non era certamente dei migliori, ci trovavamo subito dopo la guerra e vi era molta povertà. Per questo motivo dovetti dividermi tra il lavoro e lo studio. Mi diplomai all’età di diciassette anni. Per farla breve, i ricordi di quel periodo, sia quelli belli che quelli brutti, sono difficili da dimenticare, perché ti ritornano sempre in mente, soprattutto la fame.

Lei entrò nel corpo di ballo del San Carlo?

Entrai fisso al San Carlo come primo ballerino, anche se poi mi licenziai.

Per quale motivo?

Perché volevo girare il mondo e ampliare le mie conoscenze nell’ambito artistico. Con la danza ormai era un amore folle. Sono andato a Rio De Janeiro a San Paolo, in Olanda, Francia, diciamo che ho girato tantissimi posti. All’epoca si girava con la borsa in mano, non c’era internet. Potevamo spedire le lettere nei vari teatri, ma la risposta era sempre la stessa, ovvero: la danza non può essere scritta. Per questo dovevamo partire, a nostre spese, e dimostrare davanti a loro quello che valevamo come ballerini.

Da quanto dice si evince che ha dovuto fare tanti sacrifici?

Direi tantissimi sacrifici, anche perché nessuno mi ha mai regalato niente. Alloggiavo nelle pensioni, e ricordo che erano più le volte che non mangiavo che quelle in cui riuscivo a mettere sotto i denti qualcosa. Racconto questo, perché spero possa essere da monito ai giovani di oggi, perché sì, è vero che loro hanno il potere della gioventù ma è importante ascoltare le persone che hanno più esperienza. Devono sapere che basta un niente per tornare indietro. Fa parte del gioco della vita.

Qual è stata la difficoltà più grande che ha incontrato?

Difficoltà ce ne sono state tantissime, però tutte risolvibili.

Potrebbe essere più preciso?

Io sono una persona che ho cercato sempre di risolvere i problemi, non di crearli. Questa è stata la mia forza, anche lavorativamente parlando.

Che cosa intende dire?

Intendo dire che di problemi ne ho trovati, perché purtroppo ci sono. Per intenderci, se vai all’estero e non hai i soldi, non hai per mangiare, non hai un tetto per passare la notte, non è semplice. Personalmente, sono sempre stato ricompensato dei tanti sacrifici con la gioia del lavoro. Quando mi prendevano a lavorare era bellissimo, così come ricordo che quando uscivano gli articoli sui giornali in cui parlavano della mia danza, era una grandissima soddisfazione.

Quale reputa l’esperienza più significativa per la sua carriera?

Reputo la più significativa, quella di quando ero allievo, quindi stiamo parlando degli inizi. Arrivò Rudol’f  Nureev, noto coreografo e ballerino russo, e serviva una controfigura, che dire, lui scelse me, e questo mi fece veramente scattare una molla, infatti pensai: questa è la mia vita! Ero veramente molto soddisfatto e contento di essere stato da lui scelto, girammo tanto per quello spettacolo. In seguito con Rudol’f  diventammo amici, infatti ci frequentavamo tutte le volte che veniva a Roma, era una persona splendida.

Vuol parlarci della prima accademia da lei aperta?

Ho aperto la prima accademia nel 1971 a Roma, dopo il successo del “Tuca Tuca”. Dalla mia accademia sono usciti dei grandissimi ballerini: Raffaella Carrà, Carmen Russo, Lorella Cuccarini, per citarne alcune.

Da che cosa fu dettata la scelta di aprire un’accademia di ballo?

Fu dettata dal fatto che, per me, era importante tramandare la mia esperienza e la mia competenza ad altri. Volevo creare dei ballerini, e così è stato, perché fino agli anni ‘90 giravano in Italia e in televisione solo i miei allievi, ed erano tutti primi ballerini: Luca Tommassini, Tony Bongiorno, Marco Garofalo, e altri ancora. È sta una bella soddisfazione vedere la mia scuderia andare avanti.

Mi permetta la domanda: ma lei metteva sulla piazza dei ballerini quando lei stesso lo era ancora. Non temeva la concorrenza?

È vero, mettevo sulla piazza dei ballerini bravi quando io, ero ancora un ballerino. Forse sono stato l’unico al mondo a farlo, di solito infatti, si mettono in piazza gli artisti quando uno va quasi in pensione. Ma io l’ho fatto con tanto amore, ero fiero e sono fiero di quello che sono diventati.

Qual è la prima cosa che diceva ai suoi allievi?

Io ho detto sempre ai miei allievi che la danza non è per tutti. Bisogna distinguere se quello che piace è la danza o la vita del ballerino. Ho messo loro in guardia sul fatto che ci sono più delusioni che momenti belli ma quando questi arrivano, sono bellissimi.

Il web ha cambiato un po’ la percezione del ballerino?

Posso dire che prima le persone dovevano scalare le montagne solo per farsi conoscere. Oggi è sufficiente inviare un video, che magari è stato modificato e lo fanno diventare bello. L’arte, l’espressione, va vista dal vivo, uno deve vedere la persona e il sudore di questa.

Il ballo negli anni è cambiato?

Non è cambiato il ballo, è cambiato il mondo della televisione. Il ballo è andato avanti con tecniche nuove, con sistemi nuovi, però è una forma d’arte così come lo è la pittura e la recitazione. La danza in televisione il più delle volte è diventato un accompagnamento a qualcosa altro. Prima erano balletti!

Come coreografo, come riesce a scrivere una partitura con il corpo dei ballerini?

Non c’è una logica, perché nell’arte due più due non fa quattro. Non ci sono delle regole se sei portato. Io le mie coreografie le vedevo in dieci minuti. Se non le vedevo, o meglio dire, se non mi piacevano, nemmeno le iniziavo. Il disegno lo devo vedere nella mia mente. Vi deve essere un filo conduttore, altrimenti è solo una “cozzaglia” di passi.

Cosa significa esprimere le parole con il ballo?

Significa regalare un’emozione al pubblico. Bisogna comunicare con gli altri senza parole. Questa è la danza. Poi è il pubblico che decide quanto vali, in base a quello che riesci a trasmetter loro.

Vuol raccontare un aneddoto a lei capitato?

Sì, riguarda uno spettacolo che feci in Spagna. Il giorno che arrivai il coreografo mi disse di andare subito perché c’era da fare una registrazione, la sera infatti, ci sarebbe stato un’artista importante. Dovevo fare un assolo su un pezzo di Barry White. Arrivato in studio per fare il balletto, con grande stupore mi trovai davanti Barry White che suonava dal vivo mentre io ballavo. Non mi sarei mai aspettato una cosa del genere, anche se avevo ballato per tanti artisti importanti.

Lei fu candidato all’Oscar della televisione?

Sono stato candidato all’Oscar della televisione nel 1978.

Che caratteristiche deve avere un coreografo o un ballerino per fare la differenza?

Non ci sono i bravi e i meno bravi. Voglio precisare che nella danza non c’è concorrenza. La concorrenza si trova nei supermercati ma nell’arte non esiste quello che vince un altro. Poi è vero che un ballo può essere fatto meglio da un ballerino piuttosto che da un altro ma può dipendere dal fatto che un ballo si sente di più.

Insieme a sua moglie, la signora Carmen Russo, avete aperto “L’energy dance di Palermo”. Cosa può dire a riguardo?

Posso dire che l’accademia era partita in maniera perfetta. Io amo il sud, perché noi non dobbiamo dimenticare le nostre origine e sappiamo che nel nostro sud i ragazzi hanno meno possibilità di coloro che stanno a Roma o a Milano, anche per un discorso di audizioni o di spettacoli che magari si svolgono in città più grandi. Abbiamo fatto tante cose da quando è stata aperta, abbiamo formato tantissimi ballerini, molti dei quali danzano fuori, anzi danzavano. Da marzo l’accademia è chiusa e io non posso più sostenere le spese, e come me, tanti altri amici e colleghi. Stiamo chiudendo perché non ce la facciamo più.

Tante le spese che dovete affrontare?

Sì perché una buona accademia ha delle grosse spese da sostenere. Nonostante non ci è permesso di lavorare, dobbiamo pagare tutte le spese di gestione, tra cui l’affitto del locale, delle persone che tengano pulita la scuola, perché non possiamo abbandonarla.

Cosa comporterebbe la chiusura della sua accademia?

Comporterebbe perdere tutto quello in cui abbiamo investito, e ancora, vorrebbe dire abbandonare i nostri allievi. I giovani perdono una buona occasione per formarsi con artisti qualificati.

Cosa intende dire: con artisti qualificati?

Intendo dire che, tutti possono aprire un’accademia o una scuola di danza ma questo non significa che siano persone competenti. Quando questi non lo sono, rischiano di rovinare i ballerini, perché chiaramente non hanno le dovute competenze.

Vuol dire qualcosa riguardo la chiusura dei teatri in Italia?

La chiusura dei teatri la trovo una cosa oscena, perché se abbiamo dato a tutti gli altri la possibilità di poter lavorare, chi in un modo, chi in un altro con le distanze, lo si poteva fare anche con il teatro. Hanno concesso il calcio, potevano consentire anche la danza. Vorrei ricordare che hanno messo in ginocchio non solo la danza e il teatro, ma anche tutti coloro che lavorano dietro le quinte. Posso dire che la nostra categoria è stata abbandonata dal governo e dalle istituzioni. La danza è una professione! Per chi non lo sapesse in una sala danza già di norma c’è una distanza di tre metri tra un ballerino e un altro. Io posso capire se si dice: la scuola di danza che sta sotto un sottoscala non può stare, ma non poteva starci nemmeno prima. Andrebbe forse detto che sono stati dati permessi con incompetenza.

Chi è Enzo Paolo quando non veste il ruolo di artista?

Solo in scena sono un artista, nella vita di tutti i giorni sono una persona normale. Aiuto nelle faccende domestiche, amo cucinare e soprattutto trascorrere il tempo con mia figlia e mia moglie.

Che consiglio vuol dare a un giovane che vorrebbe intraprendere la sua professione?

Se piace veramente la danza, consiglierei di scegliere una buona accademia e di non scegliere una scuola di danza dove il tutto si basa solamente sul business. Un ballerino deve imparare la danza che è unica, si inizia con la danza classica e il jezz poi solo successivamente si potranno fare gli altri balli.

Attualmente in cosa è impegnato ?

Non potendo svolgere il mio lavoro, faccio ospitate televisive.

Progetti?

Sì ma sono dell’avviso che è meglio aspettare prima di parlare.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Enzo Paolo Turchi, e ad maiora!

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