Intervista alla leggenda della nazionale Gianluca Pagliuca


“Il portiere deve scendere in campo con la giusta tensione ma con molta tranquillità perché altrimenti, non va da nessuna parte” 

Intervista di Desirè Sara Serventi

Ci sono atleti del calibro di Gianluca Pagliuca che non necessitano grandi presentazioni: l’ex portiere della nazionale azzurra si è distinto nel corso della sua brillante carriera sportiva per il grande talento e i tanti successi raggiunti, infatti ad oggi Pagliuca lo si può considerare una vera e propria leggenda calcistica, una di quelle persone che con impegno e dedizione è riuscita a lasciare impresso il proprio nome nella storia di questo sport. Sledet.com ha raggiunto il grande Gianluca Pagliuca che si è raccontato ed ha messo in luce il suo essere semplice e cordiale senza elevarsi sopra alcun piedistallo.

Quando nasce la sua passione per il mondo del calcio? 

Quella per il calcio è una passione che nutro sin da quando ero piccolo. Potrei dire di essere nato con il pallone in mano! Ho sempre guardato tutte le partite e tutte le trasmissioni sportive e, ogni volta, ne rimanevo affascinato. Crescendo la passione verso questo sport non è cambiata, anzi, è aumentata sempre di più ed è diventata la mia vita.

Calcisticamente parlando dove si è formato? 

I primi passi gli ho fatti nella squadra del mio quartiere, il Ceretolese, poi sono passato alla Casteldebole, una società che si trovava nei pressi di casa mia. Dopo queste prime esperienze calcistiche ho fatto un provino al Bologna, dove venni preso. Con loro feci tutta la trafila nelle giovanili fino ad arrivare alla Sampdoria, e che dire, il resto è storia.

Qual è stata la principale difficoltà che ha incontrato? 

Sinceramente non ho trovato alcun tipo di difficoltà. Ho cominciato con il Bologna nel settore giovanile per poi passare alla Sampdoria, sempre nello stesso settore. Diciamo che è arrivato tutto automaticamente. Sono entrato nella prima squadra della Sampdoria e devo confessare che ho avuto subito la percezione che la società nutrisse una grande stima nei miei confronti. Per questo motivo non smetterò mai di ringraziar loro per avermi reso la persona più felice del mondo. Non solo ho potuto trasformare la mia passione in un lavoro, ma l’ho potuto fare ad altissimi livelli. Credo che questa sia una grande soddisfazione.

Lei è stato anche il portiere dell’Inter. Come reputa quell’esperienza? 

Fantastica! Voglio però precisare che quando andai all’Inter ero già un portiere affermato, ero infatti il portiere della nazionale, quindi avevo un percorso lavorativo alle mie spalle importante.

Esperienze che sicuramente non aveva ancora maturato quando divenne il portiere della Sampdoria. È corretto? 

Esatto. Con la Sampdoria sono partito come portiere della Primavera, per poi diventare il portiere della nazionale. Quando sono andato all’Inter, avevo già un grosso bagaglio formativo e lavorativo, quindi è stato un approccio diverso da quello che ho avuto quando sono entrato alla Sampdoria.

Quando la sua carriera ha preso la grande svolta? 

Io penso che la mia storia sia cambiata quando sono andato alla Sampdoria.

Potrebbe essere più preciso? 

Nel 1986 venni richiesto in prestito alla Primavera della Sampdoria per disputare il Torneo di Viareggio. All’epoca io giocavo nel settore giovanile del Bologna. Che dire, per me è stata la grande svolta. Feci un bel torneo, tanto che la Sampdoria decise di comprarmi per giocare nella Primavera. Iniziai subito come secondo portiere per poi diventare il titolare e da lì, è nata la mia grande storia. La mia carriera si può dire che prese piega da quel torneo.

 Per che cosa si caratterizzavano i suoi allenamenti? 

Erano tutti molto specifici, infatti avevo un preparatore che mi seguiva negli allenamenti.

Chi era il suo allenatore? 

Il mio allenatore era Piero Battara, è stato lui che mi ha forgiato. Posso dire che è un grande professionista e non posso che essere grato per gli insegnamenti che mi ha dato e per il modo in cui mi ha formato. Mi ha cambiato la vita!

Qual è la prima cosa che le disse? 

Mi diceva sempre che avevo delle grandi qualità, soprattutto fisiche ma che dovevo limare la parte tecnica. Mi ripeteva che avevo un fisico che mi permetteva di fare cose che, magari altri, non potevano fare ma aggiungeva che era importante per me cercare di migliorarmi tecnicamente. Per questo motivo i suoi allenamenti erano molto mirati e i suoi insegnamenti sono stati per me fondamentali.

Da quanto dice si evince che i suoi allenamenti erano focalizzati molto sulla tecnica. È corretto? 

Diciamo che i miei allenamenti si focalizzavano sulle capacità coordinative, acrobatiche e sulla tecnica. Posso sicuramente dire che, sulla parte acrobatica non avevo problemi, perché penso che fosse una dote innata, una qualità che avevo nel sangue. Quello che invece dovevo migliorare molto, era la parte tecnica ed è questo su cui ha puntato maggiormente Piero Battara e i risultati poi sono arrivati.

Per la sua esperienza, quanto è importante l’altezza per un portiere? 

A mio avviso il portiere deve avere soprattutto il fisico. Adesso i portieri piccoli non sono più accettati dagli allenatori. Il fisico è molto importante ma poi chiaramente il portiere deve avere anche le qualità e la personalità, un elemento questo da non sottovalutare.

Col passare degli anni la figura del portiere è cambiata? 

Sì, per intenderci, quando giocavo svolgevo un allenamento specifico, che principalmente riguardava le parate. Adesso le cose sono cambiate. Gli allenatori vogliono che il portiere non debba solo parare ma deve essere a tutti gli effetti anche un giocatore di calcio. Il portiere deve allenarsi con la squadra e deve saper usare i piedi, per farla breve, deve essere un giocatore completo.

Per un portiere quanto è importante la preparazione mentale per poter affrontare le pressioni durante le partite? 

Il lavoro mentale è fondamentale. Il portiere deve andare in campo sereno, o meglio dire, deve scendere in campo con la giusta tensione ma con molta tranquillità perché altrimenti, non va da nessuna parte. Il portiere deve avere la forza mentale molto più alta degli altri giocatori.

Per quale motivo? 

Perché in un certo senso i giocatori, con la corsa, fanno in modo che le energie nervose vadano a scemarsi, invece il portiere deve stare fermo, e può stare fermo anche per diversi minuti prima che arrivi la palla. Quindi deve stare sempre molto concentrato. Diciamo che questo è un ruolo molto particolare, dove non è concesso alcun calo di concentrazione.

Nello specifico lei si è sempre caratterizzato in campo per una freddezza lucida, anche durante i mondiali. Come ci riusciva?

Dalla mia parte avevo determinazione, voglia ed esperienza. Parlando di mondiali posso dire che era un momento molto particolare, perché giocare con la maglia della tua nazione e quindi rappresentarla, e con tutti gli occhi puntati addosso, compreso quelli della critica, non è sicuramente una cosa semplice. Personalmente comunque riuscivo tranquillamente a gestire il tutto. Potrei dire, che è sempre stata la mia caratteristica quella di essere abbastanza tranquillo e freddo in campo, anche nelle partite dei mondiali. Sicuramente è una cosa innata.

Cosa ha significato essere il portiere della nazionale? 

Un grande onore! È sempre stato il mio sogno fin da piccolo e averlo realizzato è stato un qualcosa di unico. Quando da bambino guardavo i mondiali dicevo: chissà se un giorno al posto di Zoff, Albertosi o Zenga, ci possa essere io. E che dire, così è stato. Quindi per me è stato un sogno che si realizzava, poi averne fatto tre di mondiali, due dei quali da titolare, sinceramente è stato fantastico. Difficile trovare le parole per descrivere la gioia e la soddisfazione da me provata.

Fino al 2020 lei ha detenuto il record di rigori parati in Serie A. cosa può dire a riguardo? 

Sì, prima di Samir Handanovic detenevo il record di rigori parati in serie A. Posso dire che per parare i rigori bisogna avere delle grandi qualità, perché posso assicurare che non è per niente semplice, per questo motivo, bisogna migliorarsi sempre di più.

C’è una partita che le ha dato più filo da torcere rispetto ad altre? 

La partita che mi ha dato più filo da torcere è stata la finale dei mondiali, ovvero, Italia Brasile.

Per quale motivo? 

Perché devo confessare che forse è stata l’unica partita in cui ho sentito veramente la tensione addosso, sarà perché sapevo che la finale del campionato veniva guardata da tutto il mondo, sarà perché sapevo di avere tutti gli occhi addosso, quindi sicuramente sono entrato in campo molto teso e tra virgolette, non vedevo l’ora che finisse la partita, perché avevo una tensione altissima.

Vi è una partita che le ha lasciato l’amaro in bocca? 

Beh, senza ombra di dubbio, la finale di Coppa dei Campioni del ’92 tra Barcellona e Sampdoria disputata a Wembley. Quella partita mi ha lasciato molto l’amaro in bocca, perché se avessimo vinto la Coppa dei Campioni sarebbe stato una apoteosi, una cosa fantastica, perché avremo chiuso un ciclo con il massimo del trofeo.

 Il suo è stato un lungo percorso lavorativo. È esatto? 

Ho fatto il portiere per più di 20 anni, anzi, 30 anni, perché va contato anche il periodo in cui giocavo a livello giovanile, quindi direi proprio di sì.

Vuol raccontare un aneddoto che le è capitato in campo? 

Tanti sono gli aneddoti capitati. La cosa che può sembrare un po’ strana, ma di cui poi ci si fa l’abitudine, è il dover affrontare degli avversari con cui sei molto amico perché magari giocavate nella stessa squadra. Comunque sia, siamo dei professionisti e le amicizie le lasciamo fuori dal campo. Quando si gioca si cerca di portare a casa il risultato.

Qual è la frase che ha caratterizzato il suo percorso professionale? 

Più che una frase, potrei dire, l’amore per il lavoro che ho fatto e la professionalità con cui l’ho sempre svolto. Con tutti i difetti che posso avere, posso garantire che, nel mio percorso lavorativo ho sempre dimostrato grande professionalità e un grande amore per questo sport. Sono sempre arrivato al campo con un grande desiderio di fare gli allenamenti e con una grande gioia per il lavoro che stavo facendo. Questo è quello che ha caratterizzato il mio percorso professionale.

Qual è il sacrifico più grande che ha dovuto affrontare nel corso della sua carriera? 

Probabilmente l’unico sacrificio, se così vogliamo chiamarlo, era quello che la sera tante volte non uscivo con gli amici ma posso assicurare che la cosa non mi è pesata, anche perché è il lavoro che ho sempre voluto fare, quindi facevo questi sacrifici più che volentieri. Ero troppo innamorato del mio lavoro per considerarle delle rinunce.

Cosa rappresenta per lei il mondo del calcio? 

La mia passione, la mia vita. Mi ha dato fama, guadagno, mi ha dato passione e quindi io al mondo del calcio ne sarò sempre grato. Se sono diventato uno dei portieri più conosciuti, che ha fatto la carriera più brillante in Italia lo devo al calcio, quindi, sono veramente felice.

A certi livelli che caratteristiche deve avere un portiere? 

Per arrivare a certi livelli ci vogliono delle grandi capacità.

Però siamo onesti, bisogna trovarsi anche nel posto giusto al momento giusto. Cosa ne pensa? 

Esatto, per questo quello che dico è che bisogna sempre sfruttare il momento. Quando arriva l’occasione della vita bisogna sfruttarla perché poi, dopo, un’altra occasione è difficile che possa arrivare. Questo è certo!

Lei lasciata la carriera da portiere ha fatto tante cose, tra le quali ha vestito per un periodo anche i panni di allenatore. Vuol raccontarci? 

Sì, ho fatto tanti corsi, ho fatto il telecronista per Sky e Mediaset e poi sì, ho anche vestito i panni di allenatore per un certo periodo. Ho allenato gli under 15 del Bologna e quell’anno la squadra è arrivata quasi allo scudetto. Poi sono passato ad allenare i portieri perché era una cosa che sentivo comunque più vicina alle mie corde.

Lei è anche un osservatore calcistico. Che caratteristiche cerca in un portiere? 

Innanzitutto, deve essere bravo, deve avere il fisico per poter svolgere questo lavoro e deve avere voglia e determinazione. Queste sono le caratteristiche che cerco in un portiere.

Cosa può dire riguardo il mondo del calcio di oggi? 

Penso che sia cambiato tutto con l’avvento di preparatori che hanno robotizzato il gioco del calcio.

Chi è Gianluca nella vita di tutti i giorni? 

Una persona a cui piace fare una vita normale. Collaboro col Bologna, anche se non vado più in campo ad allenare. Vado spesso a vedere gli allenamenti, anche perché mio figlio gioca nella Primavera del Bologna, e devo dire che, seguo molto il suo percorso. Ho tante passioni, tra cui la pallacanestro, il basket, vado in bicicletta. Mi piace molto giocare a tennis, sono un classificato tra gli over 45, quindi mi tengo anche abbastanza allenato.

Che consiglio può dare a un giovane che vorrebbe intraprendere la sua professione? 

Quello che posso dire è che per svolgere questa professione ci vuole una grande passione e un grande impegno, soprattutto durante gli allenamenti. Bisogna essere innamorati del proprio lavoro e di quello che si sta facendo, perché se lo si fa solo per i soldi o per passare il tempo, non si arriva da nessuna parte.

Attualmente in cosa è impegnato? 

Sto collaborando, in veste di osservatore, col Bologna, o meglio dire, vado sempre al campo a vedere gli allenamenti, seguo la Primavera e mi sto prendendo un po’ di tempo per me.  

Progetti? 

Continuare a praticare lo sport, perché è una cosa che io adoro e poi chiaramente ci si auspica di tornare alla normalità e di sconfiggere questo virus.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Gianluca Pagliuca, e ad maiora!

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