Intervista al doppiatore e influencer Michele Lettera


“A me cattura la voce di chi è coinvolto, di chi si emoziona, la voce di chi è libero di emozionarsi senza filtri”

Intervista di Desirè Sara Serventi

Doppiatore, docente di lettura espressiva, nonché di dizione e di public speaking: stiamo parlando del carismatico e poliedrico artista Michele Lettera, un professionista del doppiaggio che sta facendo parlare di sé, non solo per le sue grandi competenze professionali, ma anche per l’elevata risposta mediatica che sta ottenendo sui social con i suoi divertentissimi video nei quali riveste i panni del suo alter ego, Robertino. Sledet.com ha contattato Michele Lettera che, con la simpatia e la cordialità che lo caratterizzano, ci ha parlato del suo lavoro e dei contenuti che porta sulle sue pagine social.

Quando è nata la sua passione per il mondo dello spettacolo e del doppiaggio?

Diciamo che è nata, più che come passione, come un interesse, un’ammirazione. Da piccolo, il primo approccio che ho avuto, non essendo cresciuto in una famiglia di artisti, è stato con i documentari, o per essere più precisi con Superquark. Non capivo ancora niente della forza del potere della voce, però devo dire che mi appassionava la voce, così come mi piacevano gli spot.

Per quale motivo le piacevano gli spot?

Perché quando andavo nei supermercati e vedevo quel prodotto pubblicizzato, mi veniva in mente la voce della pubblicità, e mi dicevo: “Che potere che ha la voce, tanto da farmi acquistare questo prodotto”. Ecco posso dire che allora ha avuto inizio la passione.

Ha parlato del potere della voce nella pubblicità, quindi la voce è un elemento importante?

Assolutamente sì, infatti dico sempre che noi ci vendiamo tutti i giorni. Noi vendiamo le nostre idee, il nostro modo di fare, le nostre tesi. Noi vogliamo che gli altri siano d’accordo con i nostri pensieri, con quelle che sono le nostre ideologie, e quindi, in questo caso, un doppiatore è la massima espressione, perché lui deve coinvolgere lo spettatore ad acquistare un prodotto o un servizio; deve far passare l’idea che quel prodotto sia utile e indispensabile, ciò che poi determina di fatto l’acquisto.

Prima di fare il doppiatore, lei ha fatto tanti altri lavori. È corretto?

Ho fatto un po’ di tutto. Da ragazzino facevo consegne di mozzarelle, poi ho lavorato ai mercati, ma devo confessare che non faceva per me, anche perché, tra le varie cose, dovevo svegliarmi prestissimo al mattino, ed essendo io un animale notturno, dovermi alzare alle cinque era una botta in fronte. Poi ho preso il diploma tecnico, più che altro per avere il pezzo di carta, anche perché non so neanche montare una lampadina. Ndr: ride

Quindi di fatto ha iniziato con un diploma tecnico?

Nel mondo del doppiaggio nessuno ti chiede l’attestato di accademia o di doppiaggio. Loro ti ascoltano, la laurea è la tua voce.

Da ragazzino lei ha avuto una malattia che ha colpito le corde vocali?

Sì, ho avuto una malattia da ragazzino, durante quella delicata fase in cui si cambia voce: avevo una massa che premeva e, premendo, andava un po’ a ledere le corde vocali. L’operazione e i trattamenti hanno risolto il problema, ma è stato comunque un momento un po’ particolare e complicato, anche perché pensavo di non poter più utilizzare a pieno la mia voce. In realtà, tutt’oggi mi porto dietro uno strascico di quell’intervento: ho il diaframma un po’ rialzato, e questa cosa non gli permette di contrarsi totalmente. I medici mi dicevano che non avrei potuto usare a pieno i polmoni, però questo non mi ha fermato, fino a quando, improvvisamente, la mia voce è cambiata, ed è passata da una voce molto sottile a una più matura. A quel punto mi sono reso conto che avrei potuto fare qualcosa con la mia voce, ma a quei tempi credevo che fosse la timbrica l’aspetto più importante.

Invece?

Invece studiando ho capito che non è la timbrica in sé, ma è tutto quello che c’è dietro: la sfera emotiva, la sfera tecnica, la sfera prosodica, l’andamento melodico della lingua. La timbrica è sì una parte della voce, ma non è quella che arriva veramente all’interlocutore.

Cosa è che arriva davvero all’interlocutore?

Le nostre emozioni.

Cos’è il documentariese?

Il documentariese è una tecnica narrativa che si dice abbia inventato il padre della voce dei documentari, e cioè Claudio Capone, la storica voce di Superquark. Lui aveva questo modo di narrare i documentari così penetrante, riuscivi a capire subito che quello era un documentario, e quindi con lui è entrata impropriamente in uso questa espressione.

Lei è un attore e doppiatore, nonché docente di lettura espressiva, di dizione e di public speaking. In veste di docente qual è la prima cosa che dice ai suoi allievi?

Io ho sei regole che faccio rispettare, diciamo il mio vademecum. La prima regola è che la “bella voce” è, senza mezzi termini, una cazzata.

Che cosa intende dire?

Intendo dire che molte persone vengono a dirmi: “Michele, voglio fare il corso perché mi dicono che ho una bella voce”, e a quel punto mi vedo costretto a smontare l’idea che si erano fatti, ma questo perché il messaggio che voglio far arrivare è che, anche partendo da una timbrica interessante, il modo in cui la si porta fuori, il modo in cui si riesce a comunicare mediante quella timbrica con il mondo esterno, in realtà, piace solo al proprio orecchio. È un qualcosa per il quale ci sono passato anch’io, e riguarda in particolar modo i ragazzi, che vogliono rendere la loro voce un po’ “macho”, e allora tendono a forzare una timbrica più bassa, ma, in questa maniera, non solo non riescono a comunicare niente, ma in più rendono la loro voce solo più fredda e robotica. Io dico sempre che per emozionare bisogna emozionarsi, motivo per cui adoro lavorare sui filtri emotivi e sull’emotività vocale, che spesso non viene considerata ma è un aspetto fondamentale per arrivare alle persone.

Quindi questa è la sua prima regola, la considera una tra le più importanti?

Sì, perché fa cambiare prospettiva, perché ti fa dire: “Ok, io posso comunicare anche se non ho una timbrica esagerata, anche se la mia voce non mi piace e non mi è mai piaciuta”, e questo perché ci si abitua cambiando. Io dico sempre che la voce è uno strumento a nostra disposizione, e ognuno ne ha uno diverso, con suoni diversi, però le note che possiamo usare sono le stesse. Cerco di far capire che le melodie si sviluppano e si imparano, mentre, per quanto riguarda il suono, quello è nostro e ce lo dobbiamo tenere. Questo aspetto, secondo me, è uno dei nostri punti di più grande forza, perché determina la nostra riconoscibilità vocale.

Qual è la differenza tra voce e timbrica?

Nel mio metodo di insegnamento dico che la timbrica è una corda della voce.

Perché dice corda?

Perché io vedo la voce come uno strumento che ha delle corde espressive. La voce ha otto corde espressive. Il timbro è una corda, ed è l’unica che non possiamo emulare: per essere più precisi, gli imitatori possono farlo, ma solo per brevi periodi di tempo, altrimenti si spaccherebbero le corde vocali.

Quindi?

Quindi la timbrica non è la voce, ma è il dna della voce, la riconoscibilità vocale. Tutti gli altri elementi, invece, posso averli uguali ad un’altra persona, per intenderci: il tono, il ritmo e il volume. Per quel che concerne la voce, possiamo dire che questa è l’insieme di tutte le corde, e nel complesso genera una melodia.

Qual è la differenza tra documentario e spot?

Ci sono tante differenze, ma chiaramente dipende sempre dall’obiettivo, dalla tipologia di stato d’animo che si vuole comunicare. A livello convenzionale possiamo dire che il documentario è più un racconto, e infatti è un po’ più lento. Nel raccontato vedi le immagini, le gusti, hai un po’ di tempo per guardare il tutto. Lo spot è diverso.

Per quale motivo?

Perché lo spot è veloce, è rapido, e spesso le persone si rompono le scatole nel vedere spot lunghi, quindi devi catturare la loro attenzione in pochi istanti. Per questo motivo gli spot hanno una ritmica veloce, e possono essere anche più esuberanti rispetto al documentario, che, generalmente tende ad essere un po’ più calmo.

Quindi si può dire che la tecnica di doppiaggio in questi casi cambi?

Assolutamente sì, perché serve una tecnica, serve una modulazione della voce diversa. A volte qualcuno mi dice che noi usiamo il “doppiaggese”, o, per meglio dire, dicono che noi doppiatori impostiamo la voce. Generalmente, quando si parla di impostare la voce, si tende a pensare a qualcosa di negativo, di falso, e invece non è così. Impostare la voce significa adoperare un certo tipo di modalità in cui far funzionare e uscire la propria voce: in un determinato modo per uno spot e in un altro per un documentario; come quando si setta l’auto in modalità sterrato o in modalità bagnato. Quindi, in base a quello che voglio comunicare, setto la mia voce cambiando la modulazione vocale.

Come si relaziona con i suoi allievi?

Dipende da chi ho di fronte.

Potrebbe essere più preciso?

A me piace tantissimo insegnare e mi piace il rapporto che si crea con l’allievo, motivo per il quale ho intensificato le mie lezioni one to one. Mi piace mettere in luce il potenziale della persona che ho di fronte, perché magari in quel momento non riesce ancora a percepirlo. Ci sono allievi con cui sono un po’ più duro, perché magari solo così riescono a tirar fuori il massimo, però ce ne sono altri con i quali, una relazione di questo tipo, non farebbe altro che condurli a chiudersi più di quanto non lo siano già.

Quindi?

Quindi il mio obiettivo, è quello di empatizzare. Questo è un aspetto fondamentale, poi da attore l’empatia è fondamentale. Alcune persone hanno bisogno di essere spronate, altre di essere cazziate, e altre ancora di essere prese alla larga, perché altrimenti tirano fuori il peggio di loro. Quando mi rendo conto che i momenti sono maturi e che l’allievo sta crescendo a livello emotivo, a livello empatico e a livello emozionale, allora posso cambiare approccio. C’è dietro un grande lavoro psicologico.

Che tecniche utilizza per calarsi perfettamente nel ruolo che deve interpretare?

Diciamo che ogni doppiatore è anche attore, e necessita calarsi nella parte che deve interpretare, e per fare questo io ho provato vari metodi, ma quelli che utilizzo attualmente, e che insegno anche ai miei allievi, sono il metodo Strasberg/Stanislavskij. Queste metodologie sono molto immersive, riguardanti il sentire, il vivere e il percepire quello che si sta provando. Per intenderci, se noi diciamo a qualcuno: “Vai a mangiare in questo ristorante perché è fantastico, fanno una pizza davvero stupenda”, e nel dirlo siamo totalmente presi, perché ci crediamo davvero in quello che stiamo dicendo, allora sarà la nostra convinzione a convincere gli altri. Semplificando, la nostra vera convinzione è ciò in cui consiste il metodo Strasberg.

Si può educare la voce?

Assolutamente sì.

In che modo?

Ci sono vari step. C’è un primo step di educazione tecnica, che è uno step legato alla fonazione, quindi al suono e all’articolazione, perciò correlato con tutte le consonanti, che magari in certe regioni si possono pronunciare in maniera errata, e quella è la sfera tecnica. Poi c’è la sfera emotiva, c’è la sfera della prosodia, quindi la sfera della melodia della voce, che è un’altra sfera fondamentale e che va a braccetto con l’educazione emotiva.

Quindi il suo lavoro su cosa si basa?

Il mio lavoro si basa principalmente su una serie di step: educazione tecnica, educazione emotiva, educazione prosodica, melodica ed educazione respiratoria, perché bisogna saper dosare anche il fiato, infatti il nostro respiro è un altro aspetto importante.

Quali sono le condizioni che fanno si che la voce riesca a catturare lo spettatore?

A me cattura la voce di chi è coinvolto, di chi si emoziona, la voce di chi è libero di emozionarsi senza filtri. Se una persona è libera di emozionarsi, allora già mi cattura, poi magari dopo un po’ può annoiare, ma questa è una questione naturale, perché noi abbiamo una sorta di affaticamento uditivo, e, quando gli aspetti tecnici vengono meno, alla lunga ci si può annoiare. Se non siamo abbastanza bravi nel variare e non riusciamo a contrastare bene toni, volumi e ritmo, alla lunga possiamo far perdere un po’ l’attenzione.

Parliamo di dizione. Quali sono le sue basi?

Le basi della dizione sono due, e la prima è l’articolazione, cioè gli accenti. Accenti aperti, accenti chiusi, corretta emissione vocale, strettamente correlata con la respirazione: la dizione pura è il modo di articolare i suoni di una lingua, poi a questo si aggiunge il secondo aspetto, quello prosodico. Alcune persone inseriscono questo aspetto nella sfera riguardante la dizione, mentre io preferisco inserirlo tra gli aspetti riguardanti la voce, ma questo perché per me la dizione è un qualcosa un po’ più tecnico. Una persona che non ha mai studiato dizione potrebbe catturarmi più di una persona che ha studiato gli aspetti tecnici senza essersi soffermato sulla cosiddetta “voce espressiva”. Per me la dizione è come la carrozzeria di un’auto, è sicuramente molto bella da vedere, ma quella da sola non ti fa andare da nessuna parte: è il motore a farti muovere, e, per me, quello è la voce espressiva.

Quindi cosa significa imparare la dizione?

Significa abbellire la voce, renderla pulita: è come pulire la carrozzeria, è un qualcosa che serve a renderla esteticamente gradevole.

Qual è uno dei primi esercizi che fa nelle sue lezioni ?

Uno dei primi esercizi che faccio fare è quello della sillabazione forzata, perché vedo diverse persone che quando parlano tengono i denti un po’ troppo stretti, quasi non separano le arcate dentali neanche per dire la “A”, ignorando il fatto che l’articolazione sia fondamentale. Solitamente propongo un esercizio come questo: invito i miei allievi a filmarsi mentre dicono qualcosa, dopodiché devono togliere l’audio e far vedere il video a qualcun altro; se questi riescono a capire più della metà di quello che stavano dicendo allora vuol dire che hanno una buona articolazione, altrimenti devono esercitarsi ad aprire di più.

Qual è il suo obiettivo?

Uno dei miei obiettivi è far capire l’importanza della voce. Penso che a scuola non ci dovrebbero insegnare a suonare il flauto, ma piuttosto a suonare la voce. La voce è il nostro strumento naturale, quello che ci rappresenta, e senza dover dare uno strumento ad un bimbo, che magari non è neanche interessato, basterebbe invece far prendere consapevolezza e conoscenza della propria voce, così da diventare un giorno adulti in grado di comunicare meglio.

Cosa ne pensa dei personaggi pubblici che vengono impiegati nel doppiaggio dei film?

È bello che diverse professionalità si approccino al doppiaggio a patto però che ci sia una preparazione di fondo, se così non fosse si rischierebbe di fare torto ai grandi del doppiaggio con i quali in questo caso la differenza sarebbe lampante se non grottesca.

Parliamo un po’ delle sue rubriche. Come è nata l’idea di creare questi simpatici video?

I miei video nascono, come per il 90% dei creator attuali, in pandemia. C’è stato un sacco di tempo libero, ed essendo sempre stato un tipo facile allo scherzo, questo mi ha portato a “creare” Robertino, uno dei miei personaggi, che in realtà è un po’ il mio alter ego. Michele, infatti, in alcuni momenti della giornata è Robertino, e questo riprende un qualcosa che insegno ai miei allievi, e cioè che per essere liberi a livello emotivo bisogna anche saper mostrare una parte di sé che noi, all’inizio, possiamo reputare sciocca, ma che in realtà è semplicemente vera e genuina.

Quindi, similmente a Robertino, anche Michele è molto esuberante?

Diciamo che lo esagero un po’, però in alcune situazioni ci sovrapponiamo.

Quando ha iniziato pensava avrebbe raggiunto questi risultati?

Se parliamo della risposta mediatica sui social assolutamente no, ho iniziato per divertimento e continuo perché mi diverto davvero, spesso mentre guardo i video scoppio a ridere. Se invece ci riferiamo alla sfera voce posso dire che ci speravo di arrivare a doppiare un documentario per la Rai, ma vorrei raggiungere ancora tanti altri risultati, tipo entrare nel “parco voci” dei programmi di Alberto Angela.

 Su quali basi vengono scelti i video che poi utilizza per i suoi contenuti?

Diciamo che all’inizio li sceglievo io, poi è aumentata a dismisura la mole di persone che mi invia video e che mi tagga, tanto che alla fine sono arrivato a fare fatica a scegliere quali utilizzare. A volte li scelgo in base alla quantità.

Che cosa intende dire?

Intendo dire che se più persone mi mandano uno stesso video, allora capisco che magari vogliono vederlo, sono curiosi di vederlo commentato e doppiato, e quindi mi facilitano molto il lavoro, motivo per il quale li ringrazio, anche perché prima facevo una sorta di scouting per scegliere i video, ora invece devo fare una scrematura.

Ci sono alcuni personaggi i cui video che vengono da lei più volte ripresi, che l’hanno contattato?

Spesso. Proprio qualche giorno fa mi ha contattato chef Ruffi, è divertito dai miei commenti. Alcuni mi contattano scrivendomi “Ho pubblicato un video di cucina, sarebbe bello se lo commentassi”. Nessuno si è mai sentito offeso. Ad offendersi a volte sono gli utenti, ma gli haters sono ovunque, per fortuna pochi di loro mi hanno minacciato.

Chi è Michele?

Michele è 70% Robertino, il restante 30% è doppiatore. Robertino è un po’ estremo come cadenza, però nel modo di fare mi assomiglia molto.

Attualmente in cosa si è impegnato?

Attualmente sto lavorando a un nuovo progetto.

Può anticiparci in cosa consisterà?

Ho in programma un seminario di intrattenimento educativo, quindi un qualcosa che non è né uno spettacolo teatrale né un vero corso con la voce, ma è un seminario in cui si parla di voce, un workshop, che vorrei portare un giorno in una sala. Molte persone mi fanno domande sulla voce, ma non riesco a rispondere e a seguire tutti quanti, allora ho pensato a un seminario specifico per questo, dove, con un costo minimo come può essere quello di un spettacolo al cinema o a teatro, chiunque possa comunque aprirsi un po’ e capire questo aspetto a cui io tengo tanto e su cui ci lavoro. Perciò questa è una delle cose in cantiere che mi piacerebbe fare, e che, forse, potrebbe partire già quest’anno.

Che consiglio vuol dare alle persone che vorrebbero fare i doppiatori?

A chi vuole intraprendere questa professione dico sempre di formarsi. La formazione è un aspetto importante, e soprattutto è un percorso che non va intrapreso per i soldi: io, per intenderci non accetto tutti ai miei corsi di doppiaggio e di dizione. Solitamente faccio un colloquio conoscitivo, e chiedo perché si è interessati a intraprendere questo percorso, e, a volte, qualcuno mi dice di essere interessato a questo lavoro perché i doppiatori guadagnano bene, e a quel punto non posso fare altro se non rifiutarli. Per me la prima cosa è avere passione ed entusiasmo, e poi trovare un insegnante competente. Chi ti forma gioca un ruolo importantissimo: uno può avere una grande passione, ma può essere stroncato da un docente o troppo irruento, o troppo semplice e che non sprona abbastanza i ragazzi, quindi è importante avere qualcuno che sia empatico, e da cui si possa imparare. Per rispondere quindi alla domanda: bisogna formarsi e avere passione, senza avere fretta, altro aspetto importante. Molti vogliono fare il corso di dizione e iniziare a lavorare, ma di fatto non è così, dietro c’è un grande lavoro e studio che va portato avanti, e questa è una di quelle cose che faccio capire anche ai miei allievi.

Vuole aggiungere altro?

Divertitevi ogni volta che potete. Piangete anche quando necessario. Non reprimete le vostre emozioni, siate liberi.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Michele Lettera, e ad maiora!

 

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