Intervista ad Alex Pineschi, l’italiano che ha combattuto a fianco dei Peshmerga contro l’Isis


“Quando si parla di Isis non si ha a che fare con una organizzazione. Isis inteso come stato islamico è un’ideologia, e l’ideologia è la cosa più pericolosa che esista” 

Intervista di Desirè Sara Serventi 

È stato il primo italiano ad aver combattuto l’Isis a fianco dei Peshmerga e tra i pochi occidentali ad aver servito i Reparti Speciali della polizia militare curda: stiamo parlando di lui, Alex Pineschi, un ex volontario del corpo degli alpini che prima di partire per la guerra ha lavorato nelle navi come contractor per l’antipirateria. La scelta di non essere solo uno spettatore delle atrocità compiute dall’Isis l’ha spinto a scendere in campo per poter dare il suo contributo in prima linea, così decise di lasciare l’Italia, i suoi affetti e il suo lavoro per acquistare un biglietto di sola andata per il Kurdistan, alla ricerca di una caserma Peshmerga che potesse dargli fiducia e che gli permettesse quindi di contribuire in questa guerra, un qualcosa che si è poi rivelato più difficile e complesso di quanto si potesse immaginare, ma la sua determinazione e la sua preparazione gli permisero di farsi un nome degno di stima tra i Peshmerga. Sledet.com ha raggiunto Alex Pineschi che ha raccontato la sua incredibile storia in questa atroce vicenda ricca di vittime innocenti.

I suoi inizi sono stati nell’Esercito?
Ho fatto il volontario nell’Esercito Italiano, nel Corpo degli Alpini e poi, successivamente, per un breve periodo di tempo nei paracadutisti.

Poi decise di congedarsi?
Sì, e iniziai a lavorare nel settore della sicurezza privata.

Dove per la precisione?
Ho lavorato come security sulle navi, dove facevo antipirateria.

Improvvisamente però decise di lasciare il suo lavoro per andare a combattere l’Isis in Iraq. È corretto?
Sì. Quando sentivo tutto quello che l’Isis stava facendo in quei territori martoriati dalla guerra, decisi di lasciare la mia posizione di “contractor” sulle navi e di andare in Iraq a cercare di dare il mio contributo. Diciamo che ho lasciato un lavoro per scelta etica, se così si può dire.

Cosa le diede la vera spinta?
Beh, io in quel periodo ero fortemente preoccupato perché c’erano stati degli attentati in Europa e vedevo appunto l’Isis come una minaccia reale che avrebbe potuto non solo proliferare in Medio Oriente ma anche qui in Europa. Diciamo che fu quella la spinta che mi portò a lasciare quello che avevo qui e ad andare laggiù per dare il mio contributo con quello che sapevo fare.

La sua meta era presso i Peshmerga?
Esatto.

Come poteva esser loro di aiuto?
In veste di istruttore e di addestratore.

Ci racconta del suo arrivo in Kurdistan alla ricerca di una caserma dei Peshmerga che l’accogliesse?
Acquistai un biglietto aereo di sola andata, anche perché sapevo solo quando sarei arrivato, ma ne quando e ne se sarei tornato, considerando che stavo partendo per la guerra. Quando sono arrivato non sapevo esattamente dove andare e di chi mi sarei potuto fidare, quindi evitavo di dire che ero un occidentale in giro da solo per l’Iraq e che ero lì perché volevo andare dai Peshmerga, perché se avessi riferito la cosa, con la scusa di portarmi da loro, avrei sicuramente corso il rischio di venire invece rapito.

Quindi?
Quindi ho preso l’iniziativa e ho girato per le caserme bussando a decine e decine di porte, finché un giorno qualcuno ha deciso di darmi una possibilità.

Ha dovuto sostenere delle prove per poter far parte dei Peshmerga curdi e quindi lavorare per la Task Force Black. È corretto?
Certo. Sono stato lì e ho dovuto sostenere delle prove, dei colloqui, e decine di interrogatori da parte della loro Intelligence, e sono stato per circa due mesi dentro una base dove non potevo uscire e non ero armato. Non è che sono arrivato lì e mi hanno detto: “Buongiorno! Prego, questo è il tuo fucile, ora vai a combattere”. Ho dovuto spiegare decine di volte a differenti Enti di informazione e all’Intelligence chi fossi e quale fosse il mio passato. Ho dovuto dimostrare quello che dicevo sulla carta, ho dovuto dimostrare le mie capacità con la pratica. Chi pensa che sia sufficiente presentarsi lì e venire presi senza alcuna preparazione e/o esperienza è pura follia.

Quanto ha impiegato prima di raggiungere i suoi obiettivi?
A raggiungere degli obiettivi ci ho impiegato degli anni. Per poter accedere a determinate Unità e a determinati incarichi, ottenendo quindi la loro fiducia, ci ho messo quasi due anni.

Potrebbe essere più preciso?
All’inizio ero uno dei tanti, un numero, uno che era lì a fare poco e niente. Poi sono stato fortunato nel trovarmi spesso nel posto giusto al momento giusto, riuscendo con le mie forze a farmi spazio e sfruttare le situazioni che mi si presentavano.

Lei è stato il primo italiano ad aver combattuto l’Isis in Iraq. È corretto?
Sì, non solo sono stato il primo italiano ad aver combattuto l’Isis in Iraq, ma sono stato senza dubbio uno dei pochissimi occidentali a servire i Reparti Speciali della polizia militare Curda.

Detiene anche un primato mondiale?
Ho un primato mondiale, che è appunto quello di aver militato laggiù per più anni, essendo l’unico occidentale ad essere rimasto lì dall’inizio alla fine della guerra.

Cosa ha dovuto imparare nello specifico?
Ho dovuto imparare la lingua, ho dovuto imparare il loro modo di agire, il loro modo di pensare, di porsi, e quando c’è stata la necessità di dimostrare quello che valevo l’ho dovuto dimostrare senza sconti, perché i Curdi sono un popolo comunque diffidente e sono un popolo circondato da nemici, e giustamente uno straniero che va lì, di sua iniziativa, senza essere mandato da un Governo, ovviamente può destare sospetto, e infatti sono stato visto con sospetto.

Qual è stata la sua prima mansione?
La mia prima mansione è stata quella di Istruttore. Loro mi hanno chiesto come potevo essergli utile, ed io ho risposto che ero un istruttore: mi hanno fatto fare la cosa meno pericolosa in tutti i sensi, sia per loro che per me, e quindi ho cominciato con questo tipo di attività.

Chi formava nello specifico?
All’inizio mi hanno fatto formare i loro soldati di fanteria, poi in seguito quelli un po’ più specializzati, fino ad arrivare a formare le loro Unità Speciali.

È tra le Unità Speciali che ha trovato la sua dimensione?
Sì, una volta che sono arrivato lì ho trovato la mia dimensione, però possiamo dire che non è stato comunque facile. A volte i miei ragazzi tornavano feriti, chi magari senza un braccio o senza una gamba, altri invece non tornavano affatto, e per me questo non era accettabile, non potevo addestrare i soldati e non partire al fronte con loro.

Quindi cosa ha fatto?
Durante quel periodo ho implorato chi comandava, di permettermi di seguire le operazioni, anche perché essendo stato io a formarli per loro sarebbe stato un vantaggio avermi sul campo, in maniera tale da poterli dirigere. Alla fine mi fu concesso di uscire con loro nelle Operazioni, finché poi non furono i soldati stessi a chiedere ai loro Comandanti che io uscissi con loro, perché quando uscivamo insieme io ero il loro team leader, il loro Comandante, e da lì in poi la strada è stata in discesa. Una volta che ho dimostrato il mio valore sul campo, in combattimento e durante le operazioni, ho ricevuto il rispetto e la fiducia.

Chi comandava nello specifico?
Ho comandato il distaccamento D della Task Force Black, e in particolare il team controterrorismo. Successivamente ho formato le unità elitrasportate sempre del team SWAT antiterrorismo. Quindi oltre che il ruolo di comando di queste Unità speciali avevo anche gli incarichi di formazione e gestione delle Unità stesse.

Quale era la sua più grande responsabilità come Comandante di queste Unità Speciali?
La responsabilità più grande era quella di non poter sbagliare. Se avessi sbagliato a dare un ordine o una disposizione e questo sbaglio avesse portato a delle conseguenze negative e catastrofiche sulle persone che comandavo, sarebbe stato terribile. Questa penso che per un Comandante sia la più grande paura ed è il più grande senso di responsabilità, ovvero, la sicurezza dei propri uomini.

Voi durante le missioni potevate cadere in qualsiasi imboscata da parte dell’Isis. Come riusciva a gestire queste situazioni?
Io penso che per un Comandante ci siano tre fattori fondamentali. Il primo è possedere una determinazione ferrea e credere veramente in ciò che sta facendo, se no tutte le proprie certezze si sbriciolano alle prime difficoltà: non c’è possibilità di sopravvivenza, devi crederci. Il secondo è saper fare il proprio lavoro, o al massimo imparare a farlo veramente in fretta, perché se non impari in fretta allora ti fai male e rischi di fare male anche alle persone che hai intorno. Io mi reputo uno che quello che non sapeva fare riusciva a impararlo in fretta. Il terzo fattore riguarda le persone che hai intorno: devi essere certo che le persone che hai intorno non ti lascino, devi essere certo che puoi contar su di loro, e qualsiasi cosa sarebbe successa non ti avrebbero mai abbandonato, sotto questo aspetto io avevo delle ottime risorse intorno a me che mi facevano stare tranquillo. Questi sono per me i tre fattori che hanno fatto si che io potessi fare quel che ho fatto riuscendo a tornare a casa con le mie gambe.

Sul fronte sono le scelte che fanno la differenza?
Sì, e io mi reputo una persona molto tecnica sotto certi aspetti.

Sta forse dicendo che non dà spazio alla sensibilità?
Non si tratta di sensibilità o di non sensibilità, in certi frangenti e in certe situazioni chi gestisce le cose non può permettersi sensibilità o non sensibilità; in quegli istanti tu devi fare dei calcoli basati su quello che sta succedendo e che può succedere, cercando di valutare quelle che sono le scelte che provocano meno danni, potremmo dire il “meno peggio”, perché in queste circostanze purtroppo non esiste la scelta migliore.

Lei ne ha visto di ogni genere. Vi è un’immagine che le è rimasta più impressa di altre?
Non c’è un’immagine in particolare, però c’è un gruppo di situazioni che mi ha sempre e comunque fatto male, ed era quella di vedere la sofferenza sui volti degli innocenti. In particolare ho raccontato attraverso un breve racconto audio la storia di una bambina di Mosul, la piccola mi è morta tra le braccia, purtroppo però non c’è solo quella storia, ci sono tante altre storie che non ho mai raccontato e la cosa fa ancora male.

Cosa significa Peshmerga?
Peshmerga significa letteralmente pesh, ovvero di fronte e merga invece morte, cioè colui che decide di stare di fronte alla morte per difendere qualcun altro.

Ha perso molti uomini in battaglia?
Durante le operazioni purtroppo la mia Unità ha pagato un prezzo abbastanza alto ma non mi sento di divulgare numeri esatti, posso dire che ho perso alcuni tra i miei migliori amici.

Qual è la cosa che le ha fatto più male di tutta la guerra?
La cosa che mi ha fatto più male è stata proprio dover vedere e sopportare la sofferenza degli innocenti: io ho deciso di essere lì di mio pugno, nessuno mi ha costretto, un innocente no, lui non ha scelto di essere lì. Un bambino non è sciita, non è sunnita, non è islamico, non è cristiano, non è nulla; un bambino è solo un bambino, e vedere un bambino, un innocente che paga per le colpe di noi grandi e non poter fare nulla è la cosa che mi porto dentro e che mi fa più male.

Durante le sue missioni di guerra le è capitato di provare paura?
Sì, la paura c’è sempre.

Come è riuscito a gestirla?
La paura è una cosa che va imparata a conoscere, e ovviamente la si impara attraverso l’addestramento e attraverso lo studio e la disciplina.

Cos’è la paura in guerra?
In guerra credo che la paura possa essere la cosa migliore che ti possa capitare, come può anche essere la cosa che ti può distruggere.

Come controllava la paura?
Un guerriero non la controlla, bensì fa di essa la sua compagna. La paura non va controllata, va rispettata, ci vuole gran rispetto per la paura.

Quando è che la paura diventa un pericolo?
Quando non si riesce più a gestirla, quando diventa panico, ti uccide e ti fa ammazzare in maniera miserabile. La cosa che a me ha aiutato è stata sempre la mia grande motivazione, è quello che mi ha dato forza. Se sei addestrato ti ripeti: “Ok, lo posso fare, ce la posso fare e ce la farò”, proprio perché sei forte del tuo addestramento.

È l’atteggiamento mentale che fa la differenza?
Certo, è l’atteggiamento mentale tra cacciatore e preda. La preda fa gesti inconsulti, non ragiona, agisce d’istinto, invece il cacciatore domina la scena con la ragione, e tu per dominare la scena e per entrare nel concetto mentale di dominare la scena devi essere sicuro di te stesso, senza mai varcare la soglia dell’arroganza, perché l’arroganza ti ammazza.

Quando scendeva in campo quanto era importante la fiducia che lei aveva dei suoi soldati?
Quando scendi sul campo le uniche certezze che hai sono gli uomini che ti circondano, ed è l’affiatamento della squadra che non ti fa sentire mai da solo, ma al contrario parte di un sistema compatto. Tu ci sei per l’uomo alla tua destra, ci sei per l’uomo alla tua sinistra, e loro ci sono per te. Questo è un qualcosa di forte che ha dimostrato spesso il come pochi uomini si siano opposti a molti, poiché uniti da un ideale, uniti da un qualcosa di forte che volevamo tutti, ovvero tornare a casa e difendere il Kurdistan, in quello trovavamo la nostra forza, la forza di voler distruggere questo grande male che si chiama Isis.

Lei era l’unico occidentale tra i Peshmerga curdi?
Nella mia Unità sì.

Cosa esigeva dai suoi soldati in combattimento?
La disciplina. Per me questa è una cosa fondamentale. Ci sono tanti modi per comandare, ma bisogna farlo sempre con la massima disciplina e rispetto. Io dimostravo disciplina con i miei uomini e esigevo che essi dimostrassero la stessa disciplina che avevo io, sempre e in ogni circostanza.

Le è mai capitato vedendo tutto quello che c’era intorno a lei di dire: “Ma chi me lo fa fare?”
Onestamente questa domanda me la sono fatta pochissime volte, però le volte che me la son fatta ero veramente vicino alla fine.

Cosa le ha trasmesso la battaglia contro l’Isis?
Per certi versi ho provato grande frustrazione, perché stando laggiù ti rendi conto che alla fine facciamo tutti parte di un grande gioco.

Cosa intende dire con “facciamo tutti parte di un grande gioco”?
Un uomo con un fucile non scrive la storia. Chi scrive la storia sta nei grandi palazzi del potere. Noi siamo stati probabilmente tutti delle pedine per i giochi politici di pochi eletti. Però io sono contento che a nostro modo abbiamo fatto la differenza per qualcuno, e per me è bastato questo. Siano i villaggi che difendevamo o i civili che abbiamo salvato, per me non ha importanza se ho salvato dieci, cento o mille vite, basta che io ne abbia salvato una, e questo mi basta per dire che è valsa la pena di fare tutto ciò che ho fatto.

Lei ha salvato tante persone. Vi è una frase che le è stata detta che ricorda ancora più di altre?
Sì. La frase che ricordo più di tutte è: “Uccideteli tutti!” e a dirla fu un bambino in lacrime. Come fa un bambino a chiederti di uccidere? Immaginati come può un bambino chiederti di compiere un atto così spregevole quale è l’omicidio. Questa cosa mi ha fatto riflettere tanto. Quella è stata la frase che mi ha rimbombato nella testa nei momenti in cui avrei voluto mollare.

Cosa le ha insegnato la guerra in Kurdistan contro l’Isis?
Mi ha insegnato che c’è sempre una speranza. Potrebbe sembrare un paradosso, ma c’è ancora del buono nel mondo e nelle persone per cui vale la pena combattere. Ci sono persone che mi hanno salvato la vita, e ci sono persone che hanno condiviso con me la poca acqua che avevano. Ci sono persone che hanno rischiato la loro vita per difendere la mia, e io tutti i giorni vivo con la speranza che io possa dare al mondo quello che ho preso. Laggiù ho visto soprusi, abusi, crudeltà, violenza, ma credo fermamente che si debba ancora confidare nelle persone, perché all’inferno ho visto per davvero degli angeli e non dobbiamo smettere di crederci.

Cosa rappresenta per lei il suo lavoro?
Non l’ho mai considerato un lavoro. Ero io, la mia vita, il mio credo, la mia missione, non so come altro chiamarlo, forse è una fede.

Parlando di Isis, a suo avviso sono più pericolosi i gruppi o i lupi solitari?
Onestamente credo che quando si parla di Isis non si ha a che fare con una organizzazione: Isis inteso come stato islamico è un’ideologia, e l’ideologia è la cosa più pericolosa che esista, perché non ha bisogno di organizzazioni, non ha bisogno di confini fisici, non ha bisogno di una logistica. Un’ideologia non mangia, non dorme, non beve, non si nutre, non ha limiti di questo genere; un’ideologia viaggia nello spazio e nel tempo e si propaga come a macchia d’olio. Un’ideologia non la distruggi con le bombe, non la distruggi con le armi, non la fermi con la polizia. Un’ideologia può essere latente, rimanere nascosta e crescere fino ad esplodere; un’ideologia va combattuta con la conoscenza, va combattuta con la preparazione e con la prevenzione. Onestamente penso che una ideologia basa la sua forza anche sui lupi solitari, forse la cosa più temibile, perché non seguono una logica o un sistema, ma sono persone che spesso agiscono per conto loro e in maniera imprevedibile. Spesso i lupi solitari sono difficili da localizzare perché nascono e crescono nei Paesi che li ospitano, spesso si parla di seconda o terza generazione di radicalizzati. Il lupo solitario è il nemico numero uno per noi cani pastore.

Che consiglio può dare ai giovani che vorrebbero seguire le sue orme?
Innanzitutto la mia non è da considerarsi una professione ma bensì una scelta di vita che ha condizionato profondamente la mia esistenza. Io mi sento di dire ai giovani che il miglior modo di aiutare la collettività non sia fare gli avventurieri, come magari posso aver fatto io, ma arruolarsi e servire le nostre Forze Armate, oppure prestare servizio nelle nostre Forze dell’Ordine. Questo è il consiglio che mi sento di dare.

Chi è Alex quando non è al comando della sua Unità?
Fondamentalmente sono una persona molto tranquilla, alla quale piace vivere le proprie passioni, che ama viaggiare e vivere un po’ all’avventura, vivendo la vita giorno per giorno. Penso che dopo anni trascorsi vivendo in questo modo sia arrivato il momento di portare un po’ di stabilità, oramai ne sento il bisogno. Vorrei fare qualcosa, vorrei creare un progetto, posso fare tanto e ho la voglia di fare la differenza e so che potrei ancora farla, ma allo stesso tempo forse vorrei un po’ di vita normale, e avere magari affianco una persona che mi voglia bene. Chiedo solo un po’ di tranquillità dopo anni passati nella mischia.

Attualmente in cosa è impegnato?
Attualmente, attraverso la mia organizzazione AP TAC, cerco di condividere le mie esperienze e di metterle al servizio soprattutto degli addetti ai lavori, quali militari e forze di polizia, per quanto riguarda il terrorismo e le attività tecnico operative. Attraverso i miei corsi, seminari e conferenze cerco di fare formazione e di spiegare le tecniche di difesa, in particolare contro atti criminali violenti come il terrorismo. Alcuni di questi corsi sono riservati alle forze armate e alle forze dell’ordine e alcuni di questi seminari sono aperti a tutti i cittadini. Ovviamente non insegno ai cittadini quello che insegno agli operatori delle forze armate, più che altro per un discorso etico. Io non voglio che determinate tecniche, procedure, siano di dominio pubblico, anche perché potrebbero essere utilizzate con le sbagliate intenzioni.

Progetti?
La prima cosa che vorrei concedermi è un viaggio, perché voglio ritrovare dei luoghi, delle persone e delle situazioni che ho lasciato prima della guerra, concedermi il lusso di vivere un pochino per me stesso, e non c’è modo migliore di farlo se non attraverso un viaggio. Successivamente, una volta che avrò nutrito il mio spirito attraverso questo viaggio, mi rimboccherò le maniche e vorrei mettere la mia esperienza al servizio di chi vorrà trarne un vantaggio. Con quello che ho vissuto e quello che ho imparato dai miei errori e dalle vicende che ho vissuto ho in cantiere di scrivere un libro.

Lei sa che ci saranno alcune persone che leggendo questa intervista potrebbero pensare di lei che sia un mercenario. Cosa vuol dire a riguardo?
Quando rientrai dopo il primo turno di diciotto mesi, come è giusto che sia, le Istituzioni fecero delle indagini atte a chiarire la mia posizione in Iraq. Io all’epoca mi misi a disposizione del Pubblico Ministero, il quale mi interrogò sui fatti, ed io, nella più placida trasparenza, misi a disposizione me stesso per fare chiarezza sulla vicenda, mostrando anche documenti e prove riguardanti la mia attività: dopo quattro mesi il fascicolo fu chiuso. Quattro mesi di indagine che si conclusero con una pacca sulla spalla da parte del Pubblico Ministero che archiviò il caso poiché non sussisteva. Quindi sì, è vero che sono stato indagato per mercenariato, ma i fatti hanno dimostrato che io in Iraq ero un volontario e che non venivo retribuito per combattere, ma solo per formare e addestrare i Peshmerga curdi, i quali erano tra l’altro sottoposti all’addestramento della coalizione internazionale di cui l’Italia faceva parte. Quindi rispondo a chi dice che io sia un mercenario: no, non lo sono, anche perché non ho mai preso un dollaro per combattere, ho scelto di combattere sotto la mia responsabilità pagandomi di tasca mia con i pochi risparmi a disposizione l’equipaggiamento e le attrezzature necessarie.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Alex Pineschi, e ad maiora!

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