In Svezia l’impianto della prima mano bionica: intervista al chirurgo Paolo Sassu 1


“A Göteborg siamo in grado di offrire le alternative più moderne disponibili nel campo biomedico, dai trapianti di mano alle protesi più sofisticate” 

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Quando si parla di microchirurgia ricostruttiva gli occhi non possono che essere puntati verso l’esperto dottor Paolo Sassu, chirurgo ortopedico di fama internazionale che esercita la sua attività a Göteborg presso l’ospedale universitario Sahgrenska, dove è proprio lui a rivestire il ruolo di direttore dei programmi sui trapianti di mano. Recentemente in Svezia, lo stimato chirurgo, ha eseguito il primo impianto al mondo di mano “bionica”, un intervento che rappresenta un rivoluzionario passo in avanti nel trattamento dei pazienti che sono andati in contro all’amputazione di un arto. Ciò che sicuramente emerge in Dottor Sassu, oltre alla grande professionalità ed attenzione nel proprio lavoro, è la cura e la precisione che pone nel portare a termine ogni intervento in maniera esemplare, riuscendo a fare degli interventi di ricostruzione che possono senza ombra di dubbio definirsi stupefacenti, anche là dove le speranze di molte persone erano ormai andate a svanire. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto in Svezia il dottor Paolo Sassu, che ha spiegato in maniera semplice ma dettagliata in cosa consiste l’impianto della mano bionica e non solo.

Si è laureato in Medicina e Chirurgia a Cagliari, per poi specializzarsi in Ortopedia in Italia e all’estero?
Sì. Ho studiato e mi sono specializzato in Ortopedia a Cagliari. Diciamo che poi, dal secondo anno di specializzazione, sono andato in giro per conoscere e imparare nuove tecniche chirurgiche. Nell’ambito della specializzazione di ortopedia ero soprattutto interessato alla microchirurgia, e nello specifico, alla microchirurgia ricostruttiva.

Essendo interessato alla microchirurgia scelse come prima tappa, Taiwan. E’ corretto?
Esatto, essendo questa, la patria della microchirurgia. Chiesi per curiosità allo stimato professor Innocenti di Firenze, con cui poi siamo diventati carissimi amici, dove avrei potuto imparare la microchirurgia, e fu lui a consigliarmi Taiwan. E’ stata una delle esperienze più belle che ho fatto e che hanno poi, cambiato la mia vita sia a livello personale che professionale.

Dopo Taiwan volse il suo sguardo verso la Francia?
L’anno seguente la mia esperienza a Taiwan andai in Francia a fare un Master di Microchirurgia, o meglio sulle microsuture, diretto dal professor Gilles Dautel, anch’egli molto conosciuto nel campo della microchirurgia.

Poi?
Poi sono tornato a Taiwan per due anni e mezzo, dove ho lavorato in sala operatoria, imparando così a fare gli interventi di microchirurgia. Prima ero al Sud di Taiwan, con il professor HC Chen e poi, dopo il primo anno, sono andato a lavorare nel centro più famoso al mondo per quel che concerne la microchirurgia, dove ho avuto modo di lavorare con il professore Fu Chan Wei.

Subito dopo si recò negli Stati Uniti?
Scelsi di andare negli Stati Uniti presso il Kleinert Institute, nel Kentucky.

Come mai scelse questo Centro?
Perché il Kleinert Institute, è il Centro in cui hanno fatto i primi trapianti di mano negli Stati Uniti, ed è quello a cui io in effetti ero, e sono molto interessato. Lavorai negli Stati Uniti per ben due anni, e poi ritornai in Sardegna.

In Sardegna lavorò solo alcuni anni. E’ corretto?
Sì, ho lavorato per qualche anno in Sardegna, poi un carissimo collega con cui ho lavorato negli Stati Uniti, che è svedese, mi chiese se mi poteva interessare aprire un programma sui trapianti di mano a Göteborg.

Cosa rispose?
Ci pensai un po’, anche perché in Sardegna mi ero assestato, ma devo dire che questa proposta mi sembrava una cosa molto interessante, anche perché c’erano più possibilità.

Quindi?
Quindi mi sono dimesso dall’ospedale e sono andato a lavorare presso l’ospedale universitario Sahlgrenska di Göteborg.

Presso l’ospedale universitario Sahgrenska lei è il direttore dei programmi sui trapianti di mano?
Esatto. Al momento abbiamo una paziente in lista d’attesa e speriamo di poterlo eseguire il trapianto di entrambe le mani al più presto.

Lei recentemente, in Svezia, ha eseguito il primo impianto al mondo della mano “bionica” su una donna. Vuol raccontarci come nasce il tutto?
Qui a Göteborg lavora un bravissimo bioingegnere, Max Ortiz, che collabora con l’ortopedico Richard Brånemark. E’ da loro due, che è nato il tutto a livello ingegneristico.

Cosa fece nello specifico il dottor Richard Brånemark?
Il professor Brånemark ha sviluppato l’impianto di una vite da inserire nell’osso dell’arto amputato. Tale vite ha la capacità di osteointegrarsi ossia di aderire tenacemente all’osso in cui è inserita. La vite inoltre spunta fuori dalla pelle e può supportare la protesi della mano, alla quale viene ancorata.

Dove si può inserire questa vite?
Questa vite si può usare sia nella gamba che nel braccio, ed è particolarmente indicata in quei pazienti che hanno un arto residuo molto corto.

Parlando di funzionalità, questa vite è comoda?
E’ molto comoda. Solitamente, nelle protesi più comuni, il paziente ha in dotazione una calza in silicone che indossa sulla pelle e, sopra questa calza, viene indossata poi la protesi, che così ha maggiore aderenza sul braccio.

Cosa succede nello specifico?
Succede che nei pazienti che presentano un moncone del braccio molto corto, la calza in silicone non riesce ad avere una buona presa sull’arto. Questo crea una instabilità della protesi che spesso non si riesce ad indossare ed il paziente rimane estremamente insoddisfatto.

Quindi?
Quindi il sistema con la vite osteointegrata garantisce una presa sull’osso stabile anche nei casi di arto molto corto.

Che cosa intende dire con osteointegrazione?
Osteointegrazione significa che una volta che la vite viene impiantata dentro il canale dell’osso, le cellule dell’osso stesso sono in grado di crescere e aderire tenacemente alla sua superficie. Tale processo non succede con le comuni viti utilizzate in ortopedia.

La vite quando si mette dentro l’osso è anche molto stabile?
Sì, ed è infatti grazie a questa stabilità che si può attaccare una protesi, per cui il paziente è molto più comodo, perché non ha bisogno di indossare la calza in silicone.

Come viene fissata questa vite alla protesi?
Diciamo che c’è un sistema di “bloccaggio a scatto”, per cui la protesi con questo scatto viene ancorata alla vite, risultando particolarmente comoda da indossare.

Potrebbe spiegare nello specifico per che cosa si differenziano queste protesi rispetto a quelle più comuni?
Le protesi cosiddette mioelettriche, che normalmente vengono fornite al paziente, sono dotate sulla loro superficie di due elettrodi che vanno a contatto con la pelle. Tali elettrodi sono in grado di essere attivati dai muscoli sottostanti e, una volta attivati, producono i movimenti della protesi.

Quindi cosa succede?
Succede che, se il paziente per ipotesi dovesse avere una protesi sotto il gomito, l’elettrodo posizionato sul dorso dell’avambraccio, quando attivato dalla contrazione dei muscoli, produrrà una apertura delle dita. Viceversa, l’elettrodo posizionato nella parte sottostante, quando stimolato, produrrà una chiusura della mano.

I movimenti con le protesi mioelettriche sono dei movimenti basici?
Nella maggior parte dei casi i movimenti con queste protesi mioelettriche sono molto basici, e consistono nell’aprire o chiudere la mano in quanto le dita si aprono e si chiudono tutte insieme. Il problema maggiore delle comuni protesi mioelettriche è dato dal fatto che gli elettrodi che si poggiano sulla pelle sono molto sensibili al sudore, alla temperatura circostante, al movimento delle altre articolazioni. Queste li rende inaffidabili e spesso non funzionano correttamente.

Invece con questa nuova protesi da lei impiantata cosa succede?
L’ingegnere Max Ortiz ha avuto un’idea brillante. Ha pensato di utilizzare il sistema sviluppato dal prof. Richard Brånemark, per rendere gli elettrodi molto più efficienti però, anziché basarsi su questi due elettrodi, che sono poggiati sulla pelle e che non riescono a percepire i segnali in maniera adeguata, ha avuto l’idea di inserire gli elettrodi nel muscolo. In questo modo, cucendo l’elettrodo sul muscolo, ovviamente, il segnale viene percepito molto meglio.

In che modo?
Gli elettrodi vengono cuciti direttamente sulla superficie dei muscoli. In questo modo il segnale prodotto dal muscolo sarà captato dall’elettrodo in maniera molto migliore essendo a diretto contatto con il muscolo.

Quindi cosa succede?
Che gli elettrodi sono collegati a tanti piccoli cavetti che passano dentro l’osso e, successivamente, si inseriscono nella vite di Brånemark.

Qual è il vantaggio?
Che gli elettrodi sono a diretto contatto con i muscoli e per questo non vengono in alcun modo influenzati da fattori come il sudore, oppure la temperatura esterna. I contatti inoltre tra i cavetti inseriti nel braccio e la protesi avvengono praticamente attraverso l’osso, per esattezza dentro la vite, per cui non appena il paziente monta la protesi ancorandola alla vite, questa sarà subito attiva.

La novità in cosa consiste?
La novità è che, non c’è soltanto una vite che fa da ancoraggio alla protesi, ma nella vite, ci sono anche tutti i contatti affinché gli elettrodi possano comunicare con la mano stessa. Inoltre questi elettrodi non stanno soltanto sui muscoli, ma uno di questi elettrodi sta anche attorno ad un nervo, un nervo che trasmette la sensibilità.

Che cosa intende dire?
Fra tanti di questi cavetti c’è quello, che ha una forma a spirale e viene praticamente avvolto attorno ad uno dei nervi della mano, solitamente noi utilizziamo il nervo mediano, che è quello che da la sensibilità al pollice e alle prime tre dita: pollice, indice e medio.

Quindi cosa succede?
La protesi della mano è dotata nei polpastrelli di sensori di pressione. I sensori, una volta che la protesi viene ancorata alla vite di Brånemark, sono in grado di trasmettere lo stimolo percepito dal polpastrello all’elettrodo che avvolge il nervo sensitivo. Da qui lo stimolo viene inviato al cervello che codifica il segnale come una sensazione di pressione sulle dita. Il paziente in questo modo riesce a sentire che la protesista toccando qualcosa.

Le protesi classiche non avvertono niente?
Non avvertono niente, proprio perché non hanno queste connessioni.

La protesi percepisce anche la temperatura?
No. Si parla di sensori di pressione e non di temperatura. Il paziente non può percepire né caldo né freddo. Quindi, quando una persona amputata, tocca un oggetto, sente che lo sta toccando per merito del sensore di pressione, non alla sua temperatura.

Si può togliere la protesi?
La protesi può essere tolta, infatti ha un meccanismo a scatto con cui viene attaccata e staccata. Quella che è permanente non è la protesi in se, ma tutto il sistema che la fa funzionare, che sta dentro il braccio, quella è permanente. E’ un meccanismo piuttosto complesso quello che sta dentro il braccio.

Da chi è stata sviluppata la mano da lei impiantata?
La mano che ho impiantato è italiana, ed è stata sviluppata da un gruppo di ingegneri del Sant’Anna di Pisa, che sono stati guidati dall’ingegnere Christian Cipriani. Loro hanno sviluppato in questi anni questa mano, che non solo è in grado di avere diverse mobilità, o meglio dire, non solo si apre e si chiude come le altre, ma ha anche la possibilità di avere o di poter muovere, il pollice in maniera indipendente e le dita in maniera indipendente, e inoltre è sensibile al tatto. Invece la maggior parte delle altre protesi muovevano tutte le dite all’unisono.

Lei è il primo medico a livello mondiale ad aver impiantato la mano “bionica”. Cosa può dirci sull’intervento?
Posso dire che è stato un intervento particolarmente lungo, perché bisognava identificare tutti i muscoli e poi, bisognava capire quali di questi muscoli stava funzionando correttamente in modo da poter localizzare gli elettrodi nei muscoli giusti, e non in quelli che non avevano ormai più nessuna funzione dopo l’amputazione.

Questa è stata la parte più complicata?
Diciamo che una delle parti più complicate è stata sicuramente quella di identificare bene i muscoli funzionanti.

Per quale motivo?
Perché spesso, dopo un’amputazione, parte dei muscoli residui degenerano perdendo gran parte della loro capacità di contrarsi. Per questo durante l’intervento erano fondamentale capire quali muscoli potevano contrarsi, e quindi inviare il segnale agli elettrodi, e quali invece no. Diciamo che quello ha richiesto un po’ di tempo.

L’inserimento delle viti ha richiesto molto tempo?
Certo, è anche questa una parte che richiede un diverso tempo per preparare l’osso nel migliore dei modi. Di questa parte si è occupato soprattutto il professor Brånemark che è il massimo esperto mondiale avendo lui stesso inventato questa vite. Io mi sono occupato soprattutto di identificare tutti i muscoli e i nervi e di capire quali di questi avevano la migliore funzione.

Vi sono dei criteri di inclusione per poter ricevere l’impianto della mano bionica?
Sì, ci sono dei criteri di inclusione perché il paziente possa essere accettato. Il paziente deve essere innanzitutto adulto quindi non si mette sui bambini, perché la vite dentro l’osso può dare problemi alla crescita dell’osso. E poi ovviamente questo sistema con la vite più gli elettrodi, si propone soprattutto a quei pazienti che hanno un amputazioni con moncone residuo che è un po’ corto.

Per quale motivo?
Perché la vite spunta dalla pelle di alcuni centimetri. Se un paziente ha una amputazione a livello del polso, la vite e la protesi a cui si attacca risulterebbero troppo lunghe, poco funzionali e antiestetiche. Per cui in questo caso bisognerebbe accorciare chirurgicamente l’avambraccio. Questa possibilità non è ben accettata dai pazienti. Per questo, per i pazienti con amputazione a livello del polso, rimane più indicata la protesi classica senza l’impianto di alcuna vite.

Dopo l’intervento è importante fare la riabilitazione?
Certo, perché il paziente deve riuscire a capire come attivare quei muscoli su cui sono stati poi “piazzati” gli elettrodi. Quindi è una riabilitazione per attivare al meglio quei muscoli che normalmente non hanno più alcuna funzione, perché non c’è la mano. Quindi bisogna capire come ottimizzare e attivare meglio quei muscoli residui che devono poi far funzionare la protesi.

Che cosa ha significato per lei essere il primo chirurgo a livello mondiale ad aver impiantato una mano bionica?
La soddisfazione più importante è stata vedere come i pazienti che abbiamo operato con questo sistema stiano decisamente meglio rispetto a prima dell’intervento. I loro commenti sono stati estremamente positivi e questo chiaramente rappresenta una bella gratificazione. A questa si aggiunge il piacere di poter collaborare con degli ingegneri, sia Göteborg che in Italia, di grandissimo valore, fra i pochi al mondo con queste conoscenze.

A livello medico cosa rappresenta l’impianto della mano bionica?
Rappresenta un grandissimo passo in avanti nel trattamento dei pazienti che per loro sfortuna sono andati incontro all’amputazione di un arto.

Göteborg è il centro più importante per gli amputati?
Attualmente a Göteborg siamo in grado di offrire le alternative più moderne disponibili nel campo biomedico, dai trapianti di mano alle protesi più sofisticate di ultimissima generazione.

Chi è Paolo quando non veste i panni di chirurgo?
Mi piace tantissimo nel tempo libero suonare il pianoforte, in maniera molto dilettantistica.

Che consiglio può dare alle persone che leggeranno la sua intervista?
Ormai ogni settore della medicina è diventato iper-specialistico. Per questo il consiglio è quello di impegnarsi sempre a trovare un medico competente per il problema da affrontare e di cui si nutra piena stima e fiducia.

Attualmente in cosa è impegnato?
Proseguo una stretta collaborazione con i bioingegneri e il continuo sviluppo del programma sui trapianti di mano in Svezia. Mi piace molto inoltre la parte di insegnamento e attualmente, in collaborazione con altri colleghi, dirigo l’unico corso di tecniche microchirurgiche presente in Scandinavia.

Progetti?
Mi piacerebbe poter offrire le migliori alternative per i pazienti che subiscono l’amputazione di uno o più arti. Questi traumi sono devastanti non solo a livello fisico ma anche psicologico. Migliorare in maniera significativa la qualità di vita di queste persone sarebbe un bel passo in avanti.

Sledet.com ringrazia per l’intervista il dottor Paolo Sassu, e ad maiora!


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Un commento su “In Svezia l’impianto della prima mano bionica: intervista al chirurgo Paolo Sassu

  • Nino

    Un chirurgo eccezionale, l’ho potuto constatare su me stesso in quanto sono stato operato da lui a Cagliari, in seguito ad uno schiacciamento alla mano sinistra ridotta ormai a brandelli. Un immenso grazie di cuore dott. Sassu.