Il sentiero della freccia: intervista allo scrittore e attore Marco Deambrogio


“L’ultimo libro parla di Gerusalemme e chiude la trilogia”

Intervista di Desirè Sara Serventi

Foto di Sabina Filice

Ha sempre puntato il dito sulla carta geografica il noto scrittore e attore Marco Deambrogio, non solo perché ha una grande passione per il viaggio, ma soprattutto perché il suo motore portante è sempre stato la voglia di conoscere nuovi luoghi, culture, religioni, e soprattutto fare nuove esperienze. Tantissimi i Paesi da lui attraversati: Siria, Iran, Medio Oriente e Russia sono solo alcune delle mete raggiunte da Marco, e ognuna di queste è stata una grande fonte di crescita e di nuovi criteri di valutazione della vita. Tante le cose che ha visto durante i suoi viaggi, così tante da spingerlo a scrivere dei libri che hanno riscosso subito un notevole successo, come quello che sta attualmente riscuotendo, “Il sentiero della freccia”, il suo ultimo libro che parla di Gerusalemme. Come scrittore il suo talento è ben evidente in ogni riga, nelle quali riesce a far emergere l’amore per quello che fa, tanto da coinvolgere attentamente il lettore in ogni pagina, e come attore le sue doti non sono certamente da meno. Nel film “The Broken Key” ha recitato affianco ad importanti attori, come: Rutgher Hauer, Michael Madsen, William Baldwin, Geraldine Chaplin e Christopher Lambert, interpretando uno dei protagonisti del film, ovvero James Mind. Sledet.com ha incontrato Marco Deambrogio che con la signorilità che lo caratterizza si è raccontato.

Quando nasce la sua passione per i viaggi?
La passione per i viaggi nasce da piccolo, diciamo che è sempre stata nel mio Dna. Tra i quindici e i sedici anni, mentre gli altri miei amici andavano al bar e frequentavano le compagnie, a me piaceva andare in giro col mio piccolo motorino.

Il motorino di cui parla è quello con cui scappò da casa?
Esatto. Fu una cosa simpatica, ne parlai anche nel mio primo libro “Il giro del mondo in moto”. Avevo quindici anni quando scappai da casa e andai a Brescia. Feci 300 Km, stetti via una settimana e ricordo che ogni cartello stradale che vedevo, nella mia testa mi facevano immaginare Pechino, Katmandu, per citarne alcune.

Dopo quel viaggio, niente fu come prima. È corretto?
Quando tornai da quel piccolo viaggio la mia vita non fu più la stessa. Da allora ho passato tutta la mia vita a puntare il dito sulla cartina geografica.

Foto di Sabina Filice

Punta il dito sulla carta geografica per la sete di conoscenza o per la sete di viaggiare?
Io sono una persona curiosa, quindi il motore portante man mano che sono cresciuto è stato il fattore conoscenza. Conoscere nuovi luoghi, nuove culture, nuove religioni, nuove esperienze, sono stati tutti motivi per intraprendere i viaggi. Poi il motore portante in tutto questo è anche l’avventura.

Le piace mettersi in gioco?
Io sono stato sempre un amante della giostra della vita, mi metto in continuazione in gioco, ma senza voler dimostrare assolutamente nulla. I miei viaggi, la mia filosofia è assolutamente contro il “no limits”, non viaggio per voler dimostrare qualcosa.

Come veniva accolto nei vari Paesi da lei visitati?
In certi Paesi tra cui la Siria o l’Iran ho avuto una accoglienza incredibile. Poi, il fatto di essere italiano mi ha sempre aiutato, perché noi italiani siamo ben voluti. Sud America, Asia, Medio Oriente, Russia, la cosa che mi è rimasta più impressa è l’accoglienza. Sono stato accolto come un fratello da popoli dove non ci si capiva con le parole, perché parlavamo lingue diverse, ma ci capivamo con i gesti. Più mi allontanavo e più mi sentivo, a volte, ancora a casa, sentivo l’accoglienza delle famiglie che mi accoglievano nelle loro case con un pezzo di pane, piuttosto che indicandomi semplicemente la strada.

Per fare questi viaggi bisogna avere la capacità di adattarsi ad ogni situazione. È esatto?
Io mi adatto in qualunque situazione e poi rinasco dalle mie ceneri, quindi situazioni complicate le risolvo, ma con i miei tempi.

Ai suoi viaggi la tecnologia non era invitata?
Nei miei viaggi di esplorazione terrestre non ho mai utilizzato la tecnologia. Io non ho mai portato dietro un Computer, non ho mai portato dietro un navigatore satellitare, a farmi da compagnia era solo la carta geografica.

Foto di Sabina Filice

Le sarà sicuramente capitato anche di sbagliare strada?
Sì ma il bello di sbagliare è anche quello di ritrovarsi. Io sono un inguaribile ottimista, quindi non c’è nulla che mi possa capitare, dagli eventi più spiacevoli a quelli più stupidi, che mi possa far perdere l’amore per la vita.

Vuol raccontare un aneddoto che le è capitato?
Quando andai a Pechino partendo da Venezia, mi capitò di rimanere bloccato settantasei giorni in Kazakistan per un documento doganale. Non programmando nulla infatti, non sapevo che per entrare in Cina era indispensabile la patente di guida cinese, quindi dovetti attendere settantesi giorni prima di poter proseguire il viaggio. Io ho una disciplina mentale e fisica nei viaggi, che è anche un po’ la disciplina militare, e nonostante sia un animale libero, questa disciplina mi porta ad aver affinato l’arte della pazienza nel dover aspettare, e non volere tutto subito.

Tra tutti i suoi viaggi, quale le è rimasto più impresso?
Quello in Afghanistan. Il viaggio che feci in moto da Milano a Kabul sicuramente tra tutti quelli che ho fatto è quello che mi è rimasto più impresso.

Per quale motivo?
Perché ha cambiato i criteri di valutazione sul senso della vita. Io andai in Afghanistan in tempo di guerra nel 2002 e stavano ancora bombardando e la mia moto scorreva di fianco ai carri armati dell’alleanza del nord.

In quel viaggio lei portò anche degli aiuti umanitari?
Quel viaggio era un messaggio di pace, perché io avevo portato anche aiuti umanitari a favore di Emergency, per aprire un ospedale per i bambini vittime delle mine anti uomo. Quindi è stato sinceramente un viaggio che mi porto ancora dentro, infatti ne parlo anche nel nuovo libro “Il sentiero della freccia”.

È un viaggio che l’ha segnato?
Sì è un viaggio che mi ha segnato molto, non dico a livello psicologico perché io sono molto equilibrato, però per capirci, in camera mia io ho un poster della mia moto mentre cammino affianco a un carro armato e tutte le mattine quando mi alzo la guardo e dico: sono qua vivo. Mi tocco le gambe e le braccia e ringrazio Dio di avermi riportato a casa sano e salvo da quel tipo di esperienza. Da quel viaggio mi porto dei “flashback” esistenziali, una sorta di sindrome post traumatica da combattimento, nonostante io non avessi armi, ma ho visto con i miei occhi gli effetti devastanti della guerra.

Durante questi viaggi lei ha scoperto la fede. Ne vuol parlare?
Ne parlo molto volentieri, anche perché ne parlo anche nel mio ultimo libro “Il sentiero della freccia”, infatti ci tengo a comunicare quello che mi è successo, per dare una testimonianza. Durante i miei viaggi di avventura in giro per il mondo ero ateo poi, lungo il cammino di Santiago, il secondo giorno, entrai in una chiesa e quando entrai mi capitò una cosa molto bella. Per la prima volta in vita mia pregai e da quel momento la mia vita ha preso una piega completamente diversa. Ho sentito la presenza di Dio.

Quindi cosa fece?
Feci un voto, possiamo dire una sorta di espiazione dei miei peccati per mettermi in cammino e fare tre pellegrinaggi: Santiago, Roma e Gerusalemme.

Per quale motivo?
Perché la preghiera fa parte quotidianamente della mia vita e devo dire che, sentivo il bisogno di guardarmi dentro, e lì che c’è stata questa conversione che ha portato la nascita di una nuova creatura umana.

Ci vuol parlare del suo ultimo libro dal titolo “Il sentiero della freccia”?
L’ultimo libro parla di Gerusalemme, e chiude la trilogia. Raggiungo la Terrasanta via mare come gli antichi templari e crociati, perché le vie terrestri a causa della guerra erano chiuse, quindi l’unico modo per arrivare a Gerusalemme era via mare. Fu così che mi venne l’idea di imbarcarmi su una nave mercantile. Trovai una compagnia navale che mi accettò a bordo, dopo una serie di vicissitudini, che non vi anticipo ma che leggerete nel libro, giunsi in Terrasanta. Quando sono entrato nel Santo Sepolcro per me è stata veramente una delle emozioni più forti di tutta la mia vita. Il giorno che sono arrivato e ho visto da lontano la Terrasanta è stata un’emozione unica.

Qual è il messaggio che vuole lasciare con “Il Sentiero della freccia”?
I sogni dei sognatori si avverano sempre.

Come è approdato nel mondo della recitazione?
Il cinema mi permette di esprimermi a livello artistico, infatti è entrato nella mia vita come un dono, anche perché io sono una persona piena di energia, e in qualche modo devo incanalarla questa energia. C’è stato il periodo che la incanalavo nei viaggi, poi nella musica, nella pittura e adesso nella recitazione.

Foto di Sabina Filice

Nel film “The Broken Key” lei ha recitato affianco ad importanti attori, come: Rutgher Hauer, Michael Madsen, William Baldwin, Geraldine Chaplin e Christopher Lambert. Vuol raccontarci come ha ottenuto la parte?
Diciamo che il tutto è iniziato un po’ per gioco. Mi dissero che c’era un casting a Torino. Ero appena arrivato dal mio ultimo viaggio, ma decisi di andare alle audizioni. Il resto è storia, sono stato preso come uno dei protagonisti del film “The Broken Key”, affianco a sette star internazionali di Hollywood.

In “The Borken Key” lei ha interpretato James Mind. Che tecniche ha utilizzato per interpretare nel migliore dei modi il suo personaggio?
Devo dire che le esperienze che ho vissuto durante i miei viaggi mi danno sicuramente l’opportunità di essere adatto all’interpretazione di vari tipi di personaggi. Per quanto riguarda James quando ho letto la sceneggiatura ho trovato subito molte similitudini con lui, quindi non avevo bisogno di recitare, perché sentivo questo personaggio molto vicino, e questo è stato percepito anche dal regista.

Sul set era emozionato?
Sul set non ero emozionato più di tanto. La vera emozione è stata andare in Afghanistan e passare con la mia moto affianco ai bombardamenti, quella era emozione, per quello che mi sarebbe potuto capitare. Sul set si recita, è una bella emozione ma non è paragonabile ad altri tipi di emozioni che ho vissuto nella mia vita.

Foto di Sabina Filice

Chi è Marco quando non sta sotto le luci dei riflettori?
Bella domanda! Diciamo che io sono un grande amante del silenzio, mi piace leggere e praticare sport. Sono un amante della solitudine, non mi piace il baccano e non mi piace andare in giro, esco pochissimo, ma non perché non amo stare in mezzo alla gente, io amo la gente, però è difficile che trovi qualcosa di veramente interessante dopo aver vissuto tutto questo “tsunami” di emozioni. Frequento pochissimi cari amici. Io ho qualche ora di autonomia in mezzo alla gente, poi me ne devo stare per conto mio.

Che consiglio può dare ai giovani che vorrebbero intraprendere la sua attività?
Consiglio di avere sempre un atteggiamento onesto e leale nei confronti degli altri e della vita e di fare tante esperienze. Io faccio il tifo per quelli che si buttano. Chi osa vince!

Attualmente in cosa è impegnato?
Mi sto dedicando alla promozione del libro, è una cosa bella e divertente.

Progetti?
Non mi piace fare progetti, non ne ho mai fatti in vita mia, mi piace avere tanta speranza. La speranza è il motore portante della mia vita.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Marco Deambrogio, e ad maiora!

Foto di Sabina Filice

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