A tu per tu con il comandante Antonio Chialastri 1


“Un libro che mette insieme humour, cultura, tecnica, umanità varia incontrata per il mondo”

Intervista di Desirè Sara Serventi

Quando il noto pilota di linea, il comandante Antonio Chialastri, si mette all’opera, il risultato è sempre un capolavoro; con il nuovo libro “Slacciate le cinture. L’umanità prende il volo”, Chialastri ci ha fatto conoscere il dietro le quinte di questa professione, facendoci comprendere che essere piloti non vuol dire semplicemente viaggiare da un capo all’altro del mondo, ma vuol dire anche adattarsi ai cambiamenti e ai sacrifici che questo lavoro impongono, il doversi relazionare costantemente con un gruppo di lavoro diverso, e ben altro. “Slacciate le cinture” è un libro che pemette al lettore di immergersi in una lettura coinvolgente, vivace e riflessiva. Sledet.com ha raggiunto il comandante Antonio Chialastri che ci ha parlato di questo suo nuovo lavoro letterario che sta riscuotendo, così come le altre sue opere, un grandissimo successo.

Se le chiedessi di raccontarsi, cosa risponderebbe?
Domanda difficile perché potrei dare brevi cenni sull’Universo. Sono una persona curiosa, attenta, che ha il piacere della conoscenza sotto diverse forme. Ho avuto una vita fortunata. Se guardo indietro rifarei la stessa strada, errori compresi.

“Slacciate le cinture. L’umanità prende il volo”. È questo il titolo del suo nuovo libro. Che cosa racconta?
Il libro racconta la vita del pilota, anche e soprattutto quando non è ai comandi di un jet. Prende spunto dalle domande che amici e conoscenti di solito fanno a un pilota, sia di tipo tecnico sia di tipo esistenziale. Quindi, è più pericoloso il decollo o l’atterraggio? Che cos’è il vuoto d’aria? Ma le hostess? Che posti hai visto? Chi hai incontrato?

Come ha scelto di impostare la scrittura?
La scrittura è semplice e scorrevole, adatta al grande pubblico più che al lettore in cerca di termini specialistici. E’ il linguaggio colloquiale del divulgatore, che porta gli altri nel proprio mondo cercando di metterli a proprio agio.

Questo libro è completamente diverso dagli altri per quanto riguarda le tematiche. Da cosa è dettata questa scelta?
Nei miei libri di stampo scientifico ho studiato tanto e ho impiegato quasi dieci anni per compilare una specie di enciclopedia sul fattore umano in aviazione. In questo momento volevo invece dedicarmi alla scrittura leggera, spensierata, che allo stesso tempo fosse in grado di raccontare ai passeggeri di un aereo cosa c’è dietro le persone che hanno davanti.

E cosa c’è, dietro le persone che hanno davanti?
L’immagine standard dei piloti che spesso ricorre nella narrazione pubblica è quella di un gruppo di privilegiati, persone lontane dai problemi quotidiani, persi nel loro ambiente lontano e inaccessibile. Invece il mondo del pilota è fatto anche di sacrifici, di rinuncie, di duro studio che hanno plasmato la mentalità del professionista fondendo vita e lavoro. E in ogni caso ogni professionista è un uomo con la sua biografia. Io penso che vivere questo tipo di professione richieda un sapersi adattare, una grandissima flessibilità e uno humour che aiuti a sdrammatizzare i momenti di tensione che inevitabilmente ci sono quando si lavora.

Per che cosa si caratterizza “Slacciate le cinture. L’umanità prende il volo”?
E’ un libro che mette insieme humour, cultura, tecnica, umanità varia incontrata in giro per il mondo in trent’anni di volo.

Come nasce il titolo?
Il titolo è un’idea di Tiziana Bernardini, la creativa con cui ho fatto anche altri progetti. Inizialmente, avevo scelto l’idea della valigia mezza vuota della hostess, che non si sa mai di cosa sia piena quando è mezza vuota. Invece, Tiziana è riuscita a cogliere lo spirito del libro con la prima parte del titolo “Slacciate le cinture” che sta ad indicare una situazione di cessato pericolo. Io ho inserito la seconda parte perché ho notato che l’umanità in volo ha comportamenti diversi da quando è a terra.

Che cosa intende dire?
Il fatto che volare metta ansia a chiunque implica che il comportamento osservato in alcuni passeggeri nel momento in cui entrano in aereo sia radicalmente diverso da quello che hanno per strada o a casa. Ecco perché ho pensato anche a loro quando ho scritto il libro. Per tranquillizzarli con delle spiegazioni semplici e possibilmente efficaci. Quando lo faccio con le persone reali noto che questo è un approccio che funziona. Speriamo che anche con la parola stampata riesca ad ottenere lo stesso risultato.

Qual è stata la parte più complicata nella preparazione di questo suo nuovo lavoro letterario?
Devo dire che non ci sono stati momenti di fatica. È stato un vero piacere raccogliere racconti che avevo immagazzinato durante questi anni. Anzi, addirittura ci sono stati momenti in cui rileggevo quello che avevo scritto negli anni passati, mettendomi a ridere da solo, come se i racconti li avesse scritti un altro.

All’interno del libro vi sono tanti aneddoti divertenti. Quale quello a cui lei è più legato?
Ce ne sono molti a cui sono legato, come quello della penna che quando cade nella cabina di pilotaggio non si trova più. Un processo irreversibile dove le penne si perdono ma non si trovano mai. Oppure quello della stanza in Giappone in cui sono entrato per errore.

Cosa può dire riguardo l’editoria in Italia?
In generale, in Italia si legge poco e con i social questa tendenza forse si è addirittura accentuata. È tutto veloce, istantaneo, e mi pare di notare una discreta mancanza di concentrazione e di approfondimento quando si affrontano certi temi. Ricordo che rimasi impressionato dalle classifiche delle città in cui si leggeva di più in Italia ed emersero Trento e al secondo posto Nuoro, che non a caso viene chiamata l’Atene sarda. In Sardegna la vita ha il ritmo che dovrebbe avere, lontana dalla frenesia delle città metropolitane che non invitano alla riflessione. Per quello che riguarda i miei libri a carattere scientifico, devo dire che all’interno della comunità di riferimento hanno avuto un buon successo, ovviamente con le dovute proporzioni. Il fine non è quello di vendere tanti libri, ma di diffondere cultura.

Cosa significa oggi, essere un comandante?
L’arte del comando è un’esperienza di vita che forgia l’individuo perché lo rende necessariamente diverso. Io iniziai già a vent’anni a comandare un plotone carri, poi passato in aviazione ho avuto modo di cimentarmi quasi subito con il comando di un aereo perché diventai comandante a 33 anni. Ragionare in termini di problem- solver diventa quasi una seconda pelle. Pensare in prospettiva, cercando di comprendere cosa succederà nel prossimo futuro è una forma mentis che purtroppo ci si porta anche a casa, dove inevitabilmente si viene percepiti come un oggetto estraneo.

Qual è oggi la parte più complicata nel lavoro del pilota?
Oggi il pilota si trova a gestire dei complessi eco-sistemi elettronici, a lavorare più sotto l’aspetto cognitivo che su quello psico-fisico implicato dalla condotta manuale. Tuttavia l’eccessiva tecnologia diventa di per sè un ulteriore fattore di rischio da tenere in considerazione. È necessario essere costantemente aggiornati, preparati e fisicamente a posto.

Quando sta a terra con che cosa si deve confrontare chi svolge il suo lavoro?
La cosa che viene sottovalutata secondo me è il cambiamento continuo di scenario. Ci si trova in posti sempre diversi, che dobbiamo decodificare. Non sembra, ma è un continuo lavoro cognitivo di assimilazione dell’ambiente circostante, perché non possiamo far riferimento al più grande motore dell’uomo: l’abitudine. Cibi, climi, persone, lingue, usanze, e tutto ciò che solitamente non vediamo, devono essere metabolizzati dando un significato a quello che viviamo. D’altra parte, però, tutto questo è un incredibile fonte di arricchimento personale per chi sa leggere questi contesti.

Qual è il messaggio che vuole trasmettere ai lettori?
Il libro è rivolto sostanzialmente a tre tipi di persone, ovvero: a chi fa questo lavoro e ha occasione di riflettere su alcuni aspetti paradossali che forse non vede più essendosi assuefatto, ancora a chi ama il volo, ma non svolge questa magnifica attività e a chi odia il volo perché ne ha paura, e questo libro serve a dissipare tanti timori, tante ansie, riconoscendo che è naturale non essere a proprio agio ma spiegando i motivi per cui non bisogna averne paura.

Che cosa rappresenta per lei il suo lavoro?
Il lavoro di pilota mi ha permesso di essere oggi un uomo soddisfatto, oserei dire quasi felice. Mi ha permesso di soddisfare molte delle mie curiosità, vedendo il mondo, confrontandomi con persone diverse e talvolta straordinarie come Tom l’inglese (uno dei racconti che ho inserito), di imparare le lingue, di studiare i costumi, di avere tempo libero per riflettere.

Attualmente in cosa è impegnato?
Al momento sono impegnato in un progetto ambizioso e molto stimolante. Sto partecipando all’istituzione dell’Università del volo a Fiumicino. In pratica, seguendo le esperienze che ho studiato in Francia e in Ucraina, l’intenzione è quella di creare un cluster, cioè un assembramento unitario di tipo accademico dove far confluire tutti gli addetti al trasporto aereo. Dalla stessa università usciranno così i futuri piloti, assistenti, tecnici, ingegneri, manager delle compagnie aeree, creando al contempo le condizioni per un proficuo scambio culturale tra ambiti diversi. Devo dire che l’Università di Roma la Sapienza ha colto al volo letteralmente la proposta e siamo in procinto di arrivare alla fase realizzativa. Veramente una grande soddisfazione.

Progetti?
Oltre quello legato all’Università del volo, ho in cantiere la traduzione dei libri di Human factor in inglese che mi hanno chiesto in Cina, precisamente a Taiwan. E poi la musica, che è la mia grande passione. Con un mio amico, il maestro Antonio Comis, abbiamo composto un disco che dobbiamo proporre a dei cantanti affermati, dopo aver fatto un provino alla RAI, e appena si potrà cominceremo il giro dei produttori.

Vuole aggiungere altro?
Stare a casa per evitare il contagio mi ha convinto che si sta troppo bene: leggo, studio, suono, faccio i compiti con i figli, guardo Netflix la sera in famiglia, facendomi venire in mente una battuta di Benigni “non ho tempo di lavorare”. Ma come sempre, si ricomincia.

Sledet.com ringrazia per l’intervista il comandante Antonio Chialastri, e ad maiora!


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Un commento su “A tu per tu con il comandante Antonio Chialastri

  • Giambattista Bonaccorsi

    Complimenti comandante.
    Sono un ex della Compagnia che ha lavorato per voi “naviganti”.
    I miei complimenti, oltre che per “All/Sla….le Cinture”, si riferiscono anche alla sua intervista televisiva relativa alla situazione attuale della Compagnia e alle sue cause. I miei 31 anni di servizio mi permettono di condividerle totalmente.
    Per aver volato tanto (ad es. 52 volte verso gli USA) conosco molti dei suoi colleghi: purtroppo lei non è fra questi.