Intervista al regista Antonio Ruocco


“Credo che il regista sia un artigiano delle emozioni”

Intervista di Desirè Sara Serventi

Ha vinto il Nastro d’Argento e il Giffoni film festival per il corto “Sufficiente”, e ha ricevuto diversi premi per “Angeli Caduti” e “Pocho”, stiamo parlando di lui, il regista Antonio Ruocco, che quando si trova dietro la camera riesce sempre a riscuotere un grande successo tra sia da parte del pubblico che dalla critica. Insieme ad Antonio Raia, ha fondato la compagnia di teatro itinerante per la valorizzazione dei culturali: KARMA Arte Cultura Teatro. Sledet.com ha raggiunto Antonio Ruocco, che si è raccontato.

Quando nasce la sua passione per il mondo della regia?
Sin da bambino sono sempre stato appassionato di film.
Racconto sempre un aneddoto che è quello dell’arrivo del videoregistratore a casa mia, accolto come un grande evento.
c’era praticamente tutta la famiglia. Mio zio procurò una vhs (chiaramente tarocca) di “Full Metal Jacket”, all’epoca altamente sconsigliato ai bimbi. Più volte fui messo fuori dalla stanza, finchè un mio prozio (lo stesso che poi mi fece compagnia mentre vedevo “Lo squalo”) mi prese in braccio e mi fece vedere il film.
Ne rimasi affascinato nonostante la violenza e il linguaggio.
La regia, però, mi è caduta addosso per gioco.

Ovvero?
Ero all’università, corso di docufiction (di cui dopo la laurea diventerò prima assistente e poi docente di regia): si doveva simulare una mini produzione e io presi il ruolo di regista. Con quel documentario ebbi la mia prima esperienza a Venezia.
Chiesi al professore dell’epoca, il giornalista Romolo Sticchi, di essere inserito nel corso come collaboratore volontario e da lì iniziai a giocare a fare il regista.

Dove si è formato?

Sono laureato in Conservazione dei beni Demo Etnoantropologici, con una tesi di laurea in antropologia e docufiction. Tesi con Marino Niola e Romolo Sticchi. Entrambi mi hanno fortemente segnato.

Principalmente su cosa punta la sua regia?

Sono un iperrealista. Tra l’altro è un appellativo recente.
Non me ne ero mai accorto finché non me l’ha detto un’attrice.
Ed effettivamente è così. E poi ho bisogno di emozionare, nel bene e nel male.

Come potrebbe definire il ruolo di regista?

Mah, tendenzialmente, il regista è Dio. E’ lui a decidere il momento preciso in cui uno spettatore deve ridere, deve piangere, deve emozionarsi. Chiaramente deve affidarsi agli attori. Personalmente, credo che il regista sia un artigiano delle emozioni.

In veste di regista lascia spazio agli attori per l’improvvisazione?

Molta. Dodici anni fa ho fondato, insieme ad Antonio Raia, una compagnia di teatro itinerante per la valorizzazione dei culturali: KARMA – Arte Cultura Teatro. Gli spettatori sono intorno agli attori e non sul palco e questo va a modificare, spesso, il copione. Facciamo uno spettacolo su Re Ferdinando alla Casina Vanvitelliana, in versione lazzara e fanfarona, e lì gli attori spaziano e improvvisano costantemente.

E sul set?

Su un set, è un po’ diverso: lascio spazio, ma ho bisogno che l’improvvisazione sia legata al tessuto narrativo.

Quale reputa l’esperienza più significativa per la sua carriera?

Credo di dover dividere le esperienze in tre parti: formativa, lavorativa, e celebrativa.

Vuole iniziare a parlarci dell’esperienza formativa?

Quella formativa, si racchiude in più parti: Romolo Sticchi coi suoi insegnamenti e l’esperienza sul campo, ma anche i laboratori con Renato Carpentieri, il seminario con Pupi Avati e tutte le esperienze sui set.

Su quella lavorativa cosa può dire?

Lavorativamente, l’esperienza più significativa, sicuramente è stata quella di “Sufficiente”, se non altro perché mi ha portato a Venezia per la seconda volta e poi a poter vincere il Nastro d’Argento. Questa si lega al lato celebrativo: il Nastro, Venezia, gli incontri con importanti personaggi… Il momento più bello, forse, è quando ho incontrato Isabella Rossellini e Francesco Rosi.

Vuol raccontare un aneddoto capitato durante le riprese?
Ne ho due molto particolari. Il primo, un cortometraggio autoprodotto, molti anni fa, dal titolo “Angeli Caduti”. Si simulava una rapina e piazzai la telecamera abbastanza lontano dalla scena, per dare un occhio documentaristico, essendo una scena che in montaggio era montata su musica in sequenza. Ebbene, durante il ciak, una macchina passa nel senso opposto e, credendo si trattasse di una rapina, prova a investire l’attore per farlo cadere dallo scooter.

Il secondo?
Il secondo è quello più divertente. Nell’ultimo corto girato, dal titolo “Pocho”, il cui protagonista era un cane, il giorno del primo ciak, il proprietario del cane ha un problema e col set allestito non avevamo più il cane protagonista. Giorni prima, proprio in quel set, avevo fatto un sopralluogo e nella casa vi era un cane, Charlie, che per me era perfetto ma che la proprietaria non considerava adatto per un fatto di gestione. Trovandomi alle strette dissi: “è destino, giriamo con Charlie”. “Pocho” ha vinto un po’ di premi.

Cosa non ammette sul set?
L’indisciplina e il non rispetto di tutti i ruoli: dall’ultima comparsa al produttore.

Per lei è buona la prima o preferisce coprirsi le spalle con più ciak?
Per me il “buona la prima” è una leggenda metropolitana.
Anche quando è veramente buona dico sempre “Buona, ne facciamo un’altra per sicurezza”

Lei è stato il vincitore del Nastro d’Argento e del Giffoni film festival per il corto “Sufficiente”. Ci vuole parlare del corto?

“Sufficiente” l’ho sempre presentato come un cazzotto nello stomaco. Una sceneggiatura perfetta, secondo me, tratta da un racconto di Rosario Esposito La Rossa. Così perfetta che mi chiedevo: “come facciamo a fare sentire sti pugni nello stomaco alla gente, in video?”. Così dissi a Maddalena, che mi affiancava nella regia: “giriamolo come se fosse un tribunale. Una deposizione, un’arringa che deve stendere la corte, rappresentata dai professori. Il resto lo farà il testo”. Col montaggio di Julien Panzarasa, è uscito fuori un piccolo gioiello. Un enorme successo se si pensa che nemmeno doveva essere un film ma il prodotto finale di una masterclass con Gianluca Arcopinto.

Che cosa hanno significato per lei questi riconoscimenti?

Il Nastro è stata una cosa che sembrava non vera. Ero in strada, ricevetti il messaggio, fermai l’auto al centro della corsia per capire se avessi letto bene la cosa. Il Nastro, il Giffoni e la cineteca di Bologna, sono stati i premi più importanti senza dubbio. Ma, per dirne una, i premi vinti con “Angeli Caduti”, dodici anni fa, hanno lo stesso valore. Così come ha avuto un valore immenso il premio assegnato a Pocho al Festival del cinema sociale “Artelesia”, perché quel cortometraggio era veramente una scommessa e lontana dal mio modo di raccontare storie. Ogni volta che vinco un premio, scoppio di felicità.
Di qualunque si tratti. Il Nastro, poi, mi servirà a dire ai miei figli che tanto tempo fa, il loro papà, ha vinto un premio  importante.

Qual è il messaggio che volevate dare al pubblico con “Sufficiente”?

La voglia di riscatto, in una terra apparentemente senza speranze.
“Sufficiente significa abbastanza, significa un passo avanti”. Credo che il film sia tutto in questa frase.

Tra i suoi piani vi è quello di girare un lungometraggio?
Fondamentalmente, non ho aspirazione forte di girare un lungometraggio. Mentirei se dicessi che non mi farebbe piacere, il cinema per me è arte e fare un cortometraggio, per me rappresenta già tanto. Ma una cosa vorrei veramente farla: un teen drama in stile americano. Un “Dawson’s creek”, un “O.C”… se non deve essere un teen… vorrei fare una serie come “Lost” o “This is us”.

Chi è Antonio quando non sta sotto le luci dei riflettori?

Un padre innamorato dei suoi figli, un marito con mille difetti e altrettanti pregi, un grande tifoso del Napoli, un amante del mare… passerei ore in spiaggia o su una barca… E un piccolo gamer.

Che consiglio vuol dare a un giovane che vorrebbe intraprendere la sua professione?
Di trovarsi un lavoro serio. Scherzi a parte… la strada è lunga, faticosa, ma soprattutto affollata. Io, col cinema, non ci vivo. Per me resta poesia, arte pura. È la mia compagnia di teatro itinerante, i progetti di cinema e teatro nelle scuole,  l’insegnamento nei corsi di cinema o recitazione che sono fonte di sostentamento. Posso fare anche un cortometraggio ogni due anni, non ha importanza. Purché si faccia come dico io. Ho una sceneggiatura che doveva essere prodotta da Gianluca Arcopinto tre anni fa è saltata per una serie di motivi ed è ancora lì. Nell’attesa aspetto il momento per girarla. Per cui, chi vuole fare questo lavoro, deve avere un fuoco. Una passione. E fare tante esperienze. Ovviamente formarsi, entrare nei famosi giri, cosa che non ho mai fatto, personalmente. E, sicuramente, sbagliando.

Attualmente in cosa è impegnato?
Il progetto KARMA mi permette di lavorare ogni settimana.
Abbiamo un calendario fitto di spettacoli itineranti, in vari siti culturali della Campania. Recentemente abbiamo debuttato con uno spettacolo sul brigantaggio vesuviano ed è stato un vero successo. In questo mese devo preparare un nuovo spettacolo per il Museo Correale di Sorrento e un documentario e uno spettacolo come lavori finali di due progetti nelle scuole.

Progetti?
Stiamo lavorando a un progetto top secret. Una sceneggiatura tratta da una storia vera il cui protagonista sarà lo stesso della storia a cui è ispirato. Non dico altro perché è una produzione indipendente con fondi privati e per scaramanzia non mi sbilancio ancora.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Antonio Ruocco, e ad maiora!

 

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