Coronavirus: intervista al prof. Antonio Giordano, fondatore e direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine


“Fondamentale ricordare l’urgenza di rafforzare il servizio sanitario che, nonostante i limiti di alcuni politici, è stato in grado di gestire la pandemia in modo egregio” 

Intervista di Desirè Sara Serventi

Professionalità e competenza sono solo alcune delle caratteristiche che rendono il professor Antonio Giordano, scienziato di fama internazionale, nonché fondatore e direttore dello “Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine” della Temple University di Philadelphia, un medico di cui ci si può totalmente affidare per la serietà che mette nel suo lavoro. Il prof. Giordano è stato nominato componente del Comitato scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Sledet.com ha raggiunto il prof. Antonio Giordano che in modo chiaro e preciso ha parlato del Covid-19.

Prof. Giordano, si è tanto parlato di un probabile “scudo genetico” ad aver protetto il sud Italia dalla diffusione del coronavirus, uno scudo che adesso pare averli abbandonati. Cosa sta succedendo? 

Ritengo che lo scenario meridionale attuale, caratterizzato da un aumento quotidiano dei contagi sia principalmente determinato da un rilassamento negli atteggiamenti della popolazione residente. Sicuramente, la migliore gestione della infezione ed il cambio generazionale della popolazione maggiormente esposta rende la situazione meno grave. Ciò nonostante non possiamo consentirci alcun tipo di negligenza dal momento che la situazione resta preoccupante. L’incremento dei positivi ci indica chiaramente che mascherine e distanziamento sono ancora necessari, così come, rimane importante presidiare con attenzione i luoghi più a rischio. Infine, è fondamentale ricordare l’urgenza di rafforzare il servizio sanitario che, nonostante i limiti di alcuni politici, è stato in grado di gestire la pandemia in modo egregio.

Che cosa si intende nello specifico per “scudo genetico”? 

Brevemente, gli antigeni leucocitari umani (HLA) sono geni che codificano per le proteine responsabili della regolazione del sistema immunitario nell’uomo. Quindi gli HLA sono elementi essenziali per la funzione immunitaria. Essi sono importanti nella difesa contro le malattie e svolgono un ruolo importante nel rigetto nei trapianti di organi. Possono proteggere o non riuscire a proteggere se alterati. Ancora varianti geniche possono essere associate a diverse sintomatologie, o ancora mutazioni in HLA possono essere collegate alle malattie autoimmuni. Pertanto, esistono le basi per indagare sul tipo di HLA e la sintomatologia Covid.

Potrebbe spiegarci che correlazione vi è tra l’allele B44 e l’incidenza del coronavirus? 

I geni HLA hanno un ruolo chiave nella regolazione della risposta immunitaria contro le infezioni virali. I diversi alleli (stati alternativi di un gene) di questo sistema potrebbero essere, quindi, responsabili della diversa suscettibilità al coronavirus. Valutando l’incidenza di alcuni alleli in correlazione all’incidenza del coronavirus, i nostri dati preliminari, suggerirebbero che laddove sia più alta la frequenza dell’allele HLA-B*44 ci sia una popolazione più permissiva all’infezione. Questo però non significa affermare che l’’allele B*44 incida sul rischio di infettarsi col SARS-COV2. Probabilmente chi presenta B*44 e si infetta col virus sviluppa una reazione più aggressiva da parte dell’organismo con comparsa di sintomi severi.

Parlando invece di vaccino anti Covid-19 qual è la corretta prassi da seguire prima di mettere in circolazione il vaccino sulla popolazione? 

Sia che si tratti di un vaccino sia che si cerchi un farmaco specifico per garantire la sicurezza e l’efficacia di questi trattamenti saranno necessari tempi più o meno lunghi. Per poter parlare di vaccino, poi, abbiamo bisogno di sapere se le persone guarite sviluppino anticorpi diretti anti- SARS-CoV-2 e se questi siano in grado di bloccare il contagio. Per farlo è quindi necessaria la sperimentazione animale e tutta la fase pre-clinica e clinica. Nonostante, la pressione esercitata da questa pandemia, quindi, non si possono sottovalutare alcune fasi necessarie per la tutela della popolazione mondiale. Fortunatamente, la scienza per ottenere un vaccino sta facendo passi da gigante, riducendo i tempi da 3-5 anni a 12-18 mesi. Gli approcci più promettenti di vaccini si contano sulle dita, ma il fatto che i dati ottenuti da diversi gruppi vadano nella stessa direzione, rende gli stessi robusti, affidabili. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta attuando una serie di iniziative per accelerare lo sviluppo, sia a livello pubblico che privato, soprattutto per ottenere una produzione equa globale.

Potrebbe darci un suo parere riguardo il “desametasone”, utilizzato nell’infezione da Coronavirus? 

Nell’incertezza iniziale, su quale strategia terapeutica attuare, nel caso del Sars-CoV 2 si è provato ad identificare trattamenti, non proprio diretti contro il virus, ma atti a ridurre la eccessiva risposta infiammatoria da esso scatenata, quella che coinvolgerebbe vari organi del paziente. A questa categoria appartengono i farmaci steroidei, i quali sono in grado di contrastare e ridurre l’infiammazione, tra cui il desametasone. Quest’ultimo è un farmaco steroideo, il cui utilizzo è iniziato nei primi anni ’60 per il trattamento di una vasta gamma di patologie, tra cui alcuni autoimmuni come ad esempio l’artrite. Per cui, se i pazienti con patologie che necessitano di farmaci steroidi sono considerati comunque persone a rischio, vari studi scientifici riportano, invece, come gli stessi farmaci potrebbero salvare la vita ad altre numerose persone. Il desametasone, già inserito nelle linee guida dei trattamenti covid in Lombardia, secondo alcuni dati preliminari di uno studio britannico avrebbe ridotto di quasi un terzo la mortalità dei pazienti covid. Oggi, a supportare questi dati preliminari, ci sono studi clinici internazionali che confermano la speranza di far aumentare la sopravvivenza al coronavirus. Ma oltre la grandiosa notizia riguardante il trattamento dell’infezione, l’altra ottima caratteristica di questi farmaci è che sono economici (in Italia circa 6 euro) e largamente disponibili.

Si può utilizzare su tutti i pazienti che hanno contratto il virus? 

Oggi, l’obiettivo della scienza, in quasi tutti gli ambiti clinici è quello di individuare terapie personalizzate. Pertanto, il desametasone, ha sicuramente ottime caratteristiche terapeutiche, economiche e di facile reperibilità ma non può essere somministrato a tutti, un esempio di categoria a rischio potrebbe essere la popolazione diabetica.

Parlando di mascherine a suo avviso è importante utilizzarle anche quando un soggetto si trova da solo? 

In teoria un soggetto da solo non deve necessariamente indossare la mascherina, va ricordato che il virus si trasmette attraverso il contatto con “droplet” infette. Tuttavia, al fine di migliorare la convivenza con il virus è opportuno indirizzare le persone all’utilizzo della mascherina, evitando atteggiamenti di superficialità.

Alcuni classi di pensiero asseriscono che l’uso continuo della mascherina possa creare danni alle persone. Cosa può dire a riguardo? 

Le mascherine sono e devono essere considerate un presidio medico efficace. È fondamentale ignorare e sopportare i fattori limitanti legati ad esse associati (come non troppo sostenibili nel lungo periodo o limitanti nel comportamento), poiché un loro corretto utilizzo (almeno 80% della popolazione) è in grado di determinare una riduzione della diffusione virale in modo consistente. Conosciamo l’importanza della mascherina dai tempi della spagnola. Medici chirurghi la indossano per ore durante gli interventi, quindi ritengo l’affermazione priva di fondamento.

Vi sono dei rischi correlati al tampone naso-faringeo? 

Assolutamente no. L’unico limite del tampone naso-faringeo, attualmente l’unico test che rilascia la patente di positività/negatività, è legato al momento esatto del test. Non fornisce indicazioni su eventuali infezioni pregresse o future.

Molti sostengono che il coronavirus ha perso potenza. A suo avviso è così?  

Il virus continua a circolare e non vi sono dati realistici che, al momento, ci possano far affermare che sia mutato in una forma più benigna. Per poter sostenere una tesi simile sarebbe necessario isolare negli attuali pazienti il virus, sequenziarne il materiale genetico, confrontarlo con il precedente ed identificare mutazioni significative. Successivamente andrebbero comunque effettuate ulteriori indagini per poter dimostrare un’associazione diretta tra la mutazione eventualmente riscontrata e lo stato di patologia indotta. Quello che è sicuramente cambiato è la popolazione di soggetti esposti e la gestione dell’infezione, entrambe le cose rendono la malattia meno insidiosa.

Cosa può dire sulla terapia con il plasma? 

La terapia con il plasma iperimmune è sicuramente promettente, va sottolineato però che non è una scoperta recente, questo tipo di terapie si usano da anni. Probabilmente non è stata sponsorizzata come le altre terapie, pur mostrando effetti positivi, poiché ci sono dei limiti associati a questo trattamento che vanno comunque presi in considerazione. Il plasma è una cura che va bene per chi è malato, quindi esaurisce il suo ruolo una volta che la persona sia guarita. Il vaccino serve per una copertura duratura (si spera per sempre). Inoltre, prelevare plasma da una persona e donarlo ad un’altra non è una cosa semplice, a partire già dal prelievo, dai controlli/analisi da fare prima dell’utilizzo. Si tratta di un processo che richiede costi abbastanza elevati. Inoltre, ottenere plasma per un numero così elevato di pazienti, come in caso di pandemia, non è una cosa banale. Quindi, sicuramente questa terapia è utile per curare i pazienti Covid-19 ma è necessario continuare a valutare altre strategie terapeutiche che necessitano di processi meno laboriosi per essere somministrate.

Ogni ospedale utilizza la terapia che ritiene più adatta. A suo avviso qual è la miglior terapia da utilizzare per i soggetti colpiti dal coronavirus? 

Questa affermazione non è propriamente corretta. Ogni ospedale utilizza un tipo di terapia idonea, personalizzata in base al singolo soggetto da trattare. Bisogna sempre tenere ben presente lo stato di salute del paziente, ad esempio un soggetto diabetico non potrà godere della stessa terapia di un soggetto sano; inoltre la terapia potrà variare in base al tipo di gravità di infezione e in base al momento in cui verrà effettuata la diagnosi di positività al virus. Pertanto, è più indicato affermare che le terapie sono diverse per i diversi pazienti piuttosto che le strategie adottate possono variare tra le varie aziende ospedaliere. Non esiste, al momento, un trattamento più efficace di un altro, ma piuttosto un trattamento più indicato in base al soggetto da curare.

Attualmente in cosa è impegnato? 

La maggior parte delle ricerche sono correlate tra di loro, studio malattie croniche, malattie multifattoriali legate all’ambiente, tra queste sono incluse anche il cancro e le infezioni pandemiche. Oggi, sappiamo che l’alterato equilibrio tra uomo-ambiente è responsabile di svariate problematiche. Soffermandoci sulla pandemia possiamo sicuramente dire che un alto tasso di inquinamento dell’aria può aver contribuito come fattore peggiorativo. Ma per “ambientale” non bisogna solo intendere esposizioni ad eventuali inquinanti chimici, fisici e biologici, ma anche fattori psicologici. Bisogna considerare vari aspetti dei pazienti oncologici, ad esempio: la loro malattia li obbliga ad affrontare eventi traumatici pertanto, è importante, in questo momento, gestire la doppia fatica di questi malati che si trovano di fronte all’ansia della loro specifica patologia e a quella della pandemia. Recentemente, ho ricevuto un incarico dal Ministero dell’Ambiente diretto a tutelare l’ambiente, ed in collaborazione con il Ministero della Salute stiamo stilando un piano di prevenzione-azione per tutte le problematiche sopramenzionate.

Vuole aggiungere altro? 

Responsabilità.

Sledet.com ringrazia per l’intervista il prof. Antonio Giordano, e ad maiora!

  

 

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