Chef in campo: intervista al conduttore televisivo Anthony Peth 2


La trasmissione verte attraverso i sentieri del gusto e attraverso l’Italia più bella

Intervista di Desirè Sara Serventi

Luci dei riflettori puntati sul conduttore televisivo Antony Peth, che attualmente si trova a condurre con successo, su Sportitalia, “Chef in campo”, che vede come ospiti personaggi legati al mondo dello sport che si raccontano, in modo molto naturale, al preparato conduttore che, tra le varie cose, può vantare due David di Michelangelo. Negli anni Anthony, si è distinto per la serietà e la professionalità che mette nei lavori da lui svolti. Sledet.com ha raggiunto Anthony Peth che si è raccontato.

Lei si trova alla conduzione del format Chef in campo, trasmesso su Sportitalia. Come è approdato alla guida di questa trasmissione?
Sono approdato in questo programma perché il noto regista televisivo, Mario Maellaro, considerando il mio excursus professionale nella conduzione di trasmissioni legate al food, ha visto in me, insieme all’autore Marco Marrocco, la possibilità di condurlo, e che dire, ho deciso di accettare questa nuova sfida televisiva.

Chef in campo sta riscuotendo un grande riscontro positivo tra il pubblico, infatti sembra che abbiate trovato un’idea vincente. È corretto?
Sì, l’idea è vincente perché per la prima volta vediamo dei campioni olimpionici e sportivi ai fornelli. In ogni puntata questi atleti si lasciano andare sia a racconti della loro infanzia sia a quelli della loro vita e questo è molto bello, non solo per loro ma anche per il pubblico, che vede in questi racconti oltre il personaggio la persona che vi è dietro.

Questi racconti sono associati a dei piatti. È corretto?
Sì il tutto è legato a due piatti, che sono un po’ il filo conduttore di questa trasmissione.

A che cosa viene associato il primo piatto?
Il primo piatto, che viene da loro scelto, è il piatto dei ricordi. Durante la preparazione loro si ricordano della loro infanzia e di tutto quello che hanno fatto fino ad arrivare ad essere i campioni che sono oggi.

Il secondo piatto invece che cosa racconta?
Il secondo è il piatto del campione.

Potrebbe essere più preciso?
Si tratta di una sorta di dedica che viene fatta, attraverso quel piatto, a quella che è un po’ la loro carriera e, in questo caso specifico, i loro successi sportivi.

In questa conduzione lei è affiancato dallo chef Andrea Palmieri. Qual è il suo ruolo?
Lo chef Palmieri rielabora le ricette che gli ospiti propongono in trasmissione. Abbiamo anche una pasticcera da Lodi che prepara in diretta un dolce in base a quello che gli stessi ospiti ci raccontano.

La trasmissione verte attraverso i sentieri del gusto?
Esatto, la trasmissione verte attraverso i sentieri del gusto e attraverso l’Italia più bella. Per questo motivo per ogni piatto, l’ambasciatore del vino, Matteo Carreri, ne abbina uno che viene poi presentato in base alla pietanza che si andrà a cucinare.

Per che cosa si differenzia “Chef in campo” rispetto ad altre trasmissioni che hanno come tema il cibo?
La trasmissione si differenzia rispetto ad altre, perché di fatto, non si è mai visto in tv far cucinare degli sportivi o dei campioni olimpionici, che rendono la bandiera italiana con grande orgoglio in tutto il mondo attraverso le medaglie che loro stessi vincono durante le olimpiadi e i campionati europei. Voglio precisare che la rete Sportitalia per la prima volta va in onda con un programma di cucina, nonostante gli ospiti siano legati al mondo dello sport.

Vuol raccontare un aneddoto capitato durante una puntata?
Sì certo. Voglio raccontare ai lettori di Sledet.com della puntata in cui ho avuto come ospite il politico Antonio Tajani. La sua presenza in trasmissione era in veste di tifoso, quindi si è parlato solo di calcio. Essendo lui un grande tifoso della Juventus, ha raccontato tanti aneddoti. Quello che mi ha colpito però, è stato il suo mettersi in gioco. Si è dimostrata una persona con una grande umiltà e spontaneità nel divertirsi ai fornelli. Durante la trasmissione noi assaggiamo realmente i piatti che vengono cucinati, proprio per portare al pubblico la verità di quello che stiamo facendo. Per farla breve, Tajani, per mangiare si è messo la parannanza, così da evitare di sporcarsi, e che dire, anche io ho fatto la stessa cosa. Credo che questa immagine rimarrà impressa nel panorama politico e non solo.

Cosa significa per lei questa nuova esperienza professionale?
Questa trasmissione mi ha fatto capire tante cose.

Quali per la precisione?
Ho potuto constatare l’umiltà che hanno i campioni olimpionici e sportivi nel mettersi in gioco e stare al loro posto, infatti intervenivano solo quando veniva loro chiesto. Ho notato anche grande rigore nella puntualità con gli orari e nel tempo richiesto per la registrazione delle puntate. Il mondo dello sport era un campo in cui non avevo mai avuto a che fare a livello televisivo ma posso sicuramente dire che insegna tanto.

Cosa cerca di mettere in evidenza con “Chef in campo”?
Gli ospiti che intervengono nel mio programma devono raccontarsi senza che vi sia, da parte mia, alcun genere di insistenza nel voler avere a tutti i costi delle risposte, che magari possono essere congeniali in quel momento, perché possono attirare i telespettatori ad avere ascolti più alti, ma sono poco congeniali per loro. Io non prediligo questo. Quando l’ospite viene nella mia cucina voglio che si lasci andare attraverso le ricette che ricordano loro, determinate cose che gli sono successe nella loro infanzia e nella loro adolescenza, piuttosto che ai successi che hanno vissuti in prima persona, e il tutto va fatto con delicatezza. Credo che la cosa sia apprezzata anche da loro, perché ho notato che si sono lasciati andare con dichiarazioni che non avevano mai lasciato ai mezzi stampa o televisivi.

Che caratteristiche deve avere un conduttore per fare la differenza?
Io credo che ogni conduttore deve innanzitutto essere se stesso, perché noi non siamo degli attori. Spesso mi capita di sentire delle persone che mi dicono che sono proprio simpatico con l’accento sardo! Ma vorrei dire che, se volessi, potrei applicare la dizione nei lavori che vado a fare, ma non è questo il mio caso. Io non sono un attore, io sono un interprete, che va a raccontare quello che accade all’interno di una trasmissione, di un format. Credo che la verità di ogni persona che conduce una trasmissione è la cosa che premia sempre. Non sono per le etichette, per le cose programmate, non sono il conduttore che legge di sana pianta il gobbo, quello che posso fare è di prendere spunto, ma poi vado avanti con quello che intendo fare io, rispettando delle regole, delle linee guide ma le porto avanti con la personalità di Anthony.

 

Da chi si deve far guidare il conduttore?
Il conduttore deve lasciarsi guidare, in primis, dagli autori e poi, ovviamente, dal regista. Io mi sono lasciato guidare tanto dall’autore, Marco Marrocco e dal regista, Mario Maellaro, è il motivo per cui l’ho fatto, è perché sono ancora giovane e quindi o ancora tanto da imparare.

Da quanto dice, si evince che lei ha un buon rapporto con l’improvvisazione. È esatto?
Devo ammettere che durante le mie conduzioni tendo leggermente ad improvvisare. Ovviamente non tendo ad esagerare perché c’è un lavoro autoriale alle spalle, ma cerco di mettere tanto del mio in quello che porto al pubblico. Per intenderci, anche la battuta che può sorgere spontanea rivolta a un ospite, non la si può programmare, perché nasce in quel momento, ed è collegata a quello che sta accadendo in quell’attimo.

Che cosa deve avere un progetto perché lei decida di accettarlo?
Non mi reputo un conduttore navigato, nonostante faccio questo lavoro da tantissimi anni e ho vinto due David di Michelangelo. Però mi è capitato negli ultimi anni di poter dire di no ad alcuni progetti e di sì ad altri. Dico di sì, se quello che mi viene proposto è vicino alle mie corde. Valuto anche l’entusiasmo delle persone che me lo propongono, perché se non vedo la convinzione di chi lo ha scritto o la sua empatia nel trasmettermi il progetto, chiaramente non può suscitare in me un interesse nel volerlo condurlo.

Lei si è fatto promotore di una campagna che ha coinvolto tanti personaggi importanti. Vuol parlarne?
Ho realizzato la campagna dal titolo “Italia da gustare, Italia più bella”. Chi mi conosce sa bene che questo è lo slogan che utilizzo da sempre. L’intento di questo progetto è stato quello di voler lanciare un messaggio dedicato al made in Italy. Con questo messaggi i vari artisti invitavano le persone a fare la spesa solo nei negozi italiani, così da aiutare le aziende del Paese, ad affrontare la crisi legata a questa emergenza.

Chi è Anthony quando non sta sotto le luci dei riflettori?
Anthony è una persona molto semplice. Fuori dai set televisivi mi piace molto stare a casa in tuta, in versione molto comoda. Mi piace passeggiare, conoscere delle città che non ho mai visto, vedere dei piccoli borghi, mangiare nei piccoli ristoranti del posto. Questo è quello che faccio nel tempo libero. Ovviamente, non deve mai mancare l’allenamento e i consigli utili per svolgere un’attività sportiva con Giulia Cima. Lei è una campionessa internazionale che mi da tutti i consigli utili su come tenersi in forma e svolgere una vita regolare e sana.

Che consiglio può dare a un giovane che vorrebbe intraprendere la sua professione?
Consiglio di essere se stessi.

Attualmente in cosa è impegnato?
Sto realizzando un progetto web attraverso il circuito da lavoro che si chiama “L’Italia che combatte”, dove andiamo a intervistare le persone che in questo momento sono in difficoltà e diamo loro, un po’ di voce. Chiediamo di raccontarci di questo periodo che ha visto la ristorazione colpita più di altre categorie, e di come sono arrivati a questi grandi traguardi professionali. Parallelamente sto preparando due nuovi progetti che registrerò ai primi di gennaio. Poi ci sarà un terzo progetto, e voglio precisare che, lo nomino come terzo, perché è la seconda edizione di Chef in campo, un format che merita.

Vuole aggiungere altro?
Voglio dire che, l’amore è la forza motrice della vita. Con l’amore la vita la si vive in una maniera più bella e infatti si riesce a sorridere anche quando magari, non c’è alcun motivo per farlo.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Anthony Peth, e ad maiora!


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