Intervista a Jan Slangen ex Comandante delle Frecce Tricolori ad oggi pilota di linea


“Il volo è una straordinaria metafora dell’esistenza, ancor di più il volo in formazione”

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Ci sono professionisti dello spessore di Jan Slangen, ex comandante delle Frecce Tricolori, che sono soliti essere preceduti dalla loro fama: la presentazione infatti se la son creata da sé, ogni giorno, mettendo impegno, dedizione e competenza nel lavoro da svolgere. Se lavorativamente parlando quel che emerge in Slangen è la massima competenza e professionalità, umanamente parlando si può dire a gran voce che l’ex comandante delle Frecce Tricolori si caratterizza per la sua umiltà e capacità di relazionarsi con gli altri alla pari, senza fare discorsi da cattedra o erigersi sopra un piedistallo. Sledet.com ha raggiunto Jan Slangen, il quale ha raccontato sia del suo lavoro nelle Frecce Tricolori, sia di quello come pilota di linea, nonché del libro da lui scritto dal titolo “Volare alto. Appunti sulla felicità di un pilota delle Frecce Tricolori”, un libro autobiografico che fa capire tanto su di lui.

Pilota dell’Aeronautica Militare ed ex Comandante delle Frecce Tricolori, Generale in congedo, ad oggi pilota di linea ed autore del libro “Volare alto. Appunti sulla felicità di un pilota delle Frecce Tricolori”. Quando ha iniziato a scrivere il libro?
Ho iniziato a scrivere il libro quando, conclusa l’esperienza con le Frecce Tricolori, sono tornato per lavoro a Roma: la città nella quale sono nato e cresciuto da ragazzo. Un momento di forte transizione, segnato dalla consapevolezza della fine di una storia e l’inevitabile inizio di un nuovo capitolo. Da questa esperienza posso dire che, a volte nella vita, ci sono dei cambiamenti di fronte ai quali, seppur preparati, non si è mai sufficientemente pronti.

Da quanto dice si evince che non è stato solo un lavoro di scrittura. È corretto?
È stato un lavoro di analisi e approfondimento durato circa un paio di anni.

“Volare alto” Come nasce il titolo?
“Volare alto” è un messaggio ricco di significati che ben delinea l’orizzonte di attesa dell’ipotetico lettore, così come la scelta stessa del sottotitolo “Appunti sulla felicità”. Quasi un voler anticipare che queste pagine costituiscono più una raccolta di pensieri e riflessioni sul percorso di “crescita” come uomo, e poi come pilota.

Ci vuol raccontare il passo successivo al suo congedo dalle Frecce?
Il primo pensiero è stato abbastanza pratico: dopo oltre vent’anni di volo, mi sono trovato “a terra”, seduto dietro a una scrivania. La prima differenza è stata proprio il constatare la diversa velocità con cui si muovono le cose: il mondo aveva ripreso a girare intorno a me, e non più viceversa.

Questa riflessione le ha portato alla mente l’idea di scrivere un libro?
Diciamo che questa nuova condizione mi ha offerto la possibilità di fermarmi e ripercorrere con la mente i tanti ricordi. Inizialmente, l’obiettivo era semplicemente quello di scrivere per non dimenticare. In un certo senso, mi vedevo già anziano a raccontare ai miei nipoti le improbabili avventure di un passato che già appariva così lontano.

Poi cosa accadde?
Poi, la fortuna ha voluto che incontrassi Elisabetta Sgarbi (ndr Editor della “Nave di Teseo”) e mi chiedesse se fossi stato interessato a scrivere un libro. Devo ammettere che con un pizzico di presunzione, credevo di essere già a buon punto. In realtà, un libro è tutt’altro che una passeggiata, anche per un pilota della P.A.N. (Pattuglia Acrobatica Nazionale) che ha fatto di ardimento, dedizione e senso del dovere i propri punti cardinali.

“Volare alto” non è il classico libro autobiografico. Cosa voleva far emergere?
Anzitutto l’importanza dei legami e degli aspetti umani, anche all’interno delle Frecce Tricolori, un simbolo di eccellenza e italianità riconosciuto in tutto il mondo. Un reparto composto da oltre cento professionisti con compiti e responsabilità diversi la cui missione è promuovere valori e virtù delle forze armate italiane. Credo fortemente che al di là della spettacolarità del volo, la forza e la magia di questa acclamata realtà risiedano proprio nella capacità dei suoi uomini di “essere squadra”, unite al privilegio di rappresentare orgoglio e senso di appartenenza di un’identità collettiva. Per cui, il volo come una metafora della vita stessa.

Cosa intende dire con “metafora della vita”?
Il volo è una straordinaria metafora dell’esistenza, ancor di più il volo in formazione. Ritengo che troppo spesso dimentichiamo le cose come dovrebbero essere per finire ed accettarle così come sono. Ma la realtà non è diversa da come noi la rendiamo e basta guardarsi intorno per capire che il presente ha bisogno del meglio e non del peggio di noi. E di questo meglio fa senz’altro parte quella libertà della quale il volo è una delle rappresentazioni più efficaci. Forse la libertà ci affascina ma ancor di più ci fa paura, eppure siamo alla continua ricerca di ali per elevarci e “volare alto”. Pertanto il volo come un’esperienza interiore in cui non serve un aereo ma basta la coscienza.

Un volo ben differente da quello a cui era abituato?
È un volo che richiede coraggio e audacia, ricco di insidie, dove le acrobazie non valgono e soprattutto deve essere volato in solitaria. Guardarsi allo specchio non è facile, perché riflette l’immagine del nostro vero io e noi dobbiamo decidere se far finta di niente e tornare a essere quelli che credevamo di essere o andare avanti e diventare quelli che siamo davvero.

Quanto è durata la sua esperienza alla Frecce Tricolori?
Ho trascorso alle Frecce Tricolori ben dodici anni, un periodo abbastanza lungo considerando che la permanenza media è intorno ai cinque, sei anni.

Ha avuto modo di ricoprire ruoli diversi. È corretto?
Sì, ho avuto il privilegio di ricoprire ruoli diversi. Una volta assegnati alle Frecce, benché già piloti esperti, si inizia un addestramento specifico per apprendere quella che è una nuova forma di volo: il volo acrobatico. Inizialmente volando in coppia e via via fino a diventare titolari come gregario nella formazione completa dei dieci velivoli. Alcuni piloti, successivamente vengono a loro volta selezionati per ricoprire le posizioni di pony1 (leader/capo formazione), pony6 (capo della seconda sezione) e pony10 (solista). Nel mio caso dopo aver volato come gregario (pony2 e pony7) sono stato pony1 ed infine gli ultimi quattro anni pony0 ovvero Comandante a terra di tutta la squadra.

Perché ha detto “a terra”?
Perché durante le esibizioni il Comandante non si trova in volo, bensì dirige le operazioni da terra in contatto radio con il resto dei piloti. Se vogliamo un po’ come il direttore d’orchestra.

La selezione nelle Frecce Tricolori di cosa tiene conto?
Contrariamente all’immaginario comune non si vanno a selezionare prettamente le competenze tecniche in volo, perché comunque si va a pescare da un bacino che è stato già altamente selezionato in partenza. Parliamo infatti di piloti ad alte prestazioni (velivoli jet) dell’Aeronautica Militare con alle spalle numerosi anni di attività operativa. Le caratteristiche ricercate pertanto afferiscono più alle competenze trasversali, nonché alle qualità relazionali e umane. Fra queste, fondamentali sono l’umiltà, la capacità di ascolto e la predisposizione alla condivisione.

Nel volo in formazione non esiste l’io, ma prevale sempre un lavoro di squadra e di totale fiducia nell’altro anche perché ogni compagno mette la sua vita nelle mani degli altri?
Assolutamente sì. È un’attività che richiede la massima concentrazione e dove nulla è lasciato al caso. Ogni componente rappresenta una tessera dell’intero mosaico e la gestione dell’imprevisto o dell’errore, siamo comunque essere umani, si riflette inevitabilmente sul resto della squadra. Va da sé che alla base ci deve essere un rapporto di totale fiducia gli uni con gli altri che deve essere coltivato e rinnovato quotidianamente.

Quanto è importante comprendere l’altro?
Il gruppo per funzionare bene deve partire da uno stato di perfetta armonia ed equilibrio, per far sì che il risultato finale sia molto di più della semplice somma dei singoli individui. Quindi sì, è importantissimo conoscersi e superare le nostre imperfezioni. Laddove non siamo in grado di farlo da soli, saper di poter contare sugli altri, sempre pronti a tendere la mano per il solo bene della squadra. In altre parole, si vince o si perde tutti insieme!

Qual è la prima difficoltà per un Comandante delle Frecce?
Come accade quando si arriva in cima ad una montagna e la vista ci permette di vedere nuovi ostacoli o percorsi da esplorare che prima non avevamo neanche immaginato, allo stesso modo quando assumi un ruolo di vertice che impone determinate responsabilità, la difficoltà più grande sta nel mantenere sempre un forte legame con le persone che sono sotto di te. Solo allora sei in grado di guidare gli altri e far si che le scelte siano sempre condivise. A volte più che la scelta giusta bisogna fare la scelta migliore per la squadra.

Far parte della Pattuglia Acrobatica Nazionale vuol dire mettere a dura prova il fisico?
Il volo acrobatico è anzitutto una performance fisica, questo perché in volo subentra l’accelerazione di gravità. Sostanzialmente si è sottoposti a delle forze importanti che richiedono un allenamento specifico a terra e che, al pari di altre attività sportive, a lungo termine possono essere logoranti.

Che ricordo ha del periodo trascorso in Accademia?
Il primo anno di Accademia non si scorda mai! Per riassumerlo: fatica, fatica, fatica ma che soddisfazioni!

Per quale motivo ha deciso di passare ai voli di linea?
Il volo è la mia vita. Nel libro racconto come è nata questa passione e soprattutto cerco di spiegare a me stesso cosa significhi per me oggi. La verità è che dopo oltre un anno a Roma, guardando la mia immagine riflessa su una vetrina mi sono accorto che i miei occhi avevano perso quel luccichio che li abitava da quando ne avevo memoria. E così mi sono detto che non è mai troppo tardi per rincorrere i nostri sogni, d’altronde la mia riconoscenza verso l’Arma Azzurra rimarrà immutata benché io ora vesta una divisa diversa.

Qual è la sua sensazione quando sta in volo?
Per me il volo è immobilità, una sensazione di sospensione nell’universo, quasi di eternità. È anche libertà, vedere le cose da una prospettiva diversa, più profonda. Annullare distanze ed apprezzare la natura nella sua perfetta bellezza ma anche fragilità. Se avessimo tutti un paio di ali potremmo renderci conto di quanto siamo piccoli rispetto a ciò che crediamo di essere, e di come dovremmo preservare la nostra Terra che, come tutti i pianeti, brilla di luce riflessa.

Lei ha deciso di devolvere i proventi del libro. Vuol parlarne?
Ho deciso di devolvere parte dei proventi del libro all’associazione dell’ONFA, ovvero agli orfani degli aviatori. Credo che sia giusto così.

Le è capitato di avere paura?
Guai se non ci fosse! La paura definisce il limite ma ci da anche la forza per poterlo superare. I muri non servono per fermare chi desidera davvero qualcosa, esistono per fermare gli altri.

Quanto è difficile per un pilota svestirsi dalla sua divisa nella quotidianità?
Svestire quello che è il nostro ruolo professionale o sociale con i nostri cari può essere molto difficile, o perlomeno per me è stato così. A volte perdiamo di vista se siamo ciò che facciamo, o facciamo ciò che siamo!

È un dilemma che non trova una risposta?
È un dilemma che non ha una vera risposta, nel mio caso l’importante è rimanere sempre con i piedi per terra!

Che consiglio vuol dare ai giovani che leggeranno la sua intervista?
Il messaggio che rivolgo ai giovani è di non smettere mai di sognare e per farlo bisogna “svegliarsi” cercando di capire quali sono le passioni o gli interessi che veramente ci gratificano. So che non è facile ma partite con il guardarvi dentro ed escludere ciò che non vi piace. Quindi, costruire un percorso sapendo che non esistono scorciatoie: per volare alto, bisogna superare le tante difficoltà insite nella vita di ognuno di noi. Il successo è anche questo: reagire alle sconfitte e non arrendersi mai prima ancora di combattere.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Jan Slangen, e ad maiora!

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