Intervista all’attivista curda Ezel Alcu


“Veniamo definiti il popolo senza terra, ma in realtà siamo un popolo dove la nostra terra è sotto occupazione” 

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Sta in Italia come rifugiata politica dal 2009, la giovane attivista curda Ezel Alcu, che ama definirsi un “aquila anarchica”. Sulla giovane Ezel pende da parte della Turchia una condanna all’ergastolo, in quanto, da loro accusata di essere una terrorista. La storia di Ezel ha inizio in giovane età nelle carceri turche, dove ancora bambina venne incarcerata, per aver lanciato un sasso contro la polizia, mentre cercava di difendere dei giovani amici. All’epoca, non essendoci in Turchia le carceri minorili, venne messa in cella insieme alle donne combattenti del Pkk, che si presero cura di lei, proteggendola da tutti e insegnandole la sua ideologia e la sua madre lingua, ovvero il curdo, rigorosamente vietato nel Kurdistan turco. E se il primo sasso lo lanciò con la rabbia di una bambina, quelli che lanciò in seguito erano dati da una coscienza politica per la quale non poteva più ritenere tollerabili le ingiustizie attuate contro il suo popolo. Sledet.com ha raggiunto Ezel Alcu, che si è raccontata.

Lei proviene da una famiglia di attivisti curdi?
Provengo da una famiglia curda legata molto alla sua cultura e alle sue abitudini, tanto da essere stata, per questo motivo, una famiglia da sempre molto perseguitata. Per intenderci, quando la polizia non bussava durante la notte alla nostra porta, a me sembrava quasi strano.

Che cosa intende dire?
Intendo dire che quando ero bambina mi sembrava strano se qualche giorno non venivano fatte le irruzioni nella nostra abitazione. Quando sei piccola non capisci il perché di certe cose. Per me la polizia che bussava in casa alle cinque del mattino, e picchiava i miei fratelli o le mie sorelle, non avendo la percezione di quello che accadeva, poteva significare o la visita da parte di persone cattive o quella di semplici ospiti. Nella nostra cultura l’ospitalità era sacra.

Da quanto dice si evince che non provava alcun timore. È corretto?
Esatto, ormai era diventata una normalità che non mi faceva più paura.

Cosa vi insegnavano da bambini?
Fin da piccoli siamo stati abituati che quando si vedeva la polizia non si doveva parlare, ne tantomeno muoversi dal posto in cui ci si trovava. Inoltre, ci hanno sempre insegnato che non dovevamo avvicinarci troppo ai cassonetti dell’immondizia, perché poteva scoppiare una bomba.

Lei da piccolissima è finita in carcere. Vuol raccontare il motivo?
Noi siamo un popolo che siamo molto legati gli uni agli altri, infatti dico sempre: io non ero figlia di mia madre, ma ero figlia del quartiere, quindi tutti gli altri giovani erano per me i miei fratelli. Questo discorso per arrivare a spiegare il perché venni incarcerata. All’età di 13 anni lanciai un sasso alla polizia che era arrivata a fare un’irruzione e a portare via i giovani in maniera violenta. Quei ragazzi per me rappresentavano i miei fratelli e le mie sorelle a cui veniva fatto del male. Diciamo che ho reagito a questa loro azione violenta e ho lanciato un sasso con la rabbia di una bambina. Sta di fatto che per questo motivo sono finita in carcere, in quanto venni accusata di essere un membro di un gruppo terroristico.

Finì in un carcere minorile?
Fortunatamente all’epoca in Turchia non c’era il carcere minorile, e mi misero nella cella insieme alle donne combattenti del PKK. Furono loro che si presero cura di me, facendo in modo che non mi capitasse niente di male.

Cosa può dire riguardo al periodo trascorso in carcere?
Che ho imparato tanto. Io sono nata nel Kurdistan turco e quando sono entrata in carcere non parlavo il curdo, perché è sempre stato vietato, e le famiglie per proteggere i propri figli hanno loro insegnato solo il turco. È in carcere che ho imparato la mia madre lingua.

Chi le insegnò la lingua curda?
Le compagne del movimento PKK. Ironicamente dico sempre che ho imparato la mia madre lingua nel braccio del nemico, ed è sempre lì che ho conosciuto la mia ideologia.

Ovvero?
Durante il periodo passato in carcere ho riconosciuto la mia identità, che è quella di essere donna, perché io prima mi nascondevo dietro un corpo maschile, avevo i capelli rasati e mi vestivo come un ragazzo.

Per quale motivo?
Perché pensavo che per quella società e per il sistema in cui crescevo, essere un uomo, significava essere forte e libera. Le compagne del PKK invece, mi hanno fatto capire che io come donna sono forte, sono bella con la mia estetica, e sono libera più di qualsiasi altra persona.

Quanto rimase in carcere?
La prima volta sei mesi. Comunque preferisco definire il carcere, un’accademia.

Ha detto: “accademia”?
Sì anzi, posso dire che è stata una bella accademia dove, sì è vero, mi hanno tolto lo spazio della libertà, ma la mia mente e il mio cuore non lo hanno mai potuto toccare, tanto che dopo i sei mesi di carcere, quando sono uscita ho deciso di diventare una attivista, una militante del movimento curdo e a 14 anni ho lanciato il secondo sasso, e quella volta la mira la presi bene, perché non era più la rabbia di una bambina ma avevo ormai una coscienza politica contro l’ingiustizia e contro il massacro.

Sembra quasi che il carcere l’abbia resa più forte. È corretto?
Io dico sempre che ringrazio il governo turco se oggi sono così forte, perché il loro progetto di terrorizzare una etnia per far perdere la sua cultura è fallita nel corpo di una bambina di 13 anni. La mia reazione è stata diversa, non mi hanno potuto impaurire, mi hanno solo fortificato.

Quella non fu l’unica volta che entrò in carcere?
Sono entrata in carcere altre due volte. A 15 anni mi condannarono per 5 mesi, perché venni accusata di usare gli esplosivi, ma non trovarono mai nessuna prova e per questo venni assolta.

Venne assolta, ma all’età di 18 qualcosa è cambiato. Su di lei pesa una condanna all’ergastolo. Vuol raccontarci?
Avevo 18 anni e tutto ebbe inizio da un discorso stupido. Mi trovavo con degli amici e uno di loro aveva un gattino di peluche che toccandolo faceva il verso del gatto. Siccome il suo miagolare mi dava fastidio, lo misi nella mia borsa ma mi dimenticai di restituirglielo. Di notte, ricevetti la sua chiamata dove mi chiedeva dove stava il suo peluche e che lo rivoleva, e io ridendo risposi: ah non ti preoccupare, sta nella mia borsa, e la borsa, sta sotto il divano, e io ci sono seduta sopra. La polizia, intercettando la chiamata, prese la parola “gatto” come un messaggio in codice per indicare una bomba, e quindi fecero irruzione in casa con le armi, pronti a sparare, picchiarono tutti quanti. Ci fu un vero “casino” di cui noi non riuscivamo a capire niente, anche perché continuavano a chiederci dove stava il gatto.

Consegnò il peluche?
Non ho consegnato quel gatto, bensì ne diedi un altro, e quando lo consegnai, loro continuavano a dire: devi darci l’arma. Per farla breve, io non avevo nessuna arma ma venni arrestata lo stesso insieme ad altri quattro amici. Due sono stati liberati dopo 4 giorni di caserma, io con altre due persone siamo stati incarcerati. Dopo 5 mesi io e un altro mio amico siamo stati scarcerati, mentre l’altro è rimasto in carcere perché aveva altri precedenti.

La condanna all’ergastolo arrivò in seguito?
Sì. Nel frattempo, in attesa della sentenza definitiva, io dovevo decidere se: andare sulle montagne a combattere e partecipare a una vita militare, oppure, venire in Europa, o rischiare di finire in un carcere turco per sempre. A 19 anni ho pensato che non potevo scegliere una vita militare, anche perché io mi definisco un’aquila anarchica e seguire una disciplina così pesante a quell’età, mi è sembrato troppo, quindi ho deciso di venire in Europa.

Quando arrivò in Italia?
Il 25 maggio del 2009 all’età di 19 anni sono arrivata in Italia e il 19 luglio dello stesso anno, mi è arrivata la condanna definitiva all’ergastolo, dove venni accusata di essere un kamikaze, una terrorista.

Cosa può dire riguardo questa condanna?
Posso dire che è una condanna stupida perché noi curdi non facciamo crescere in nostri figli facilmente, e non facciamo saltare in aria i nostri figli inutilmente, anche perché un guerrigliero serve quando è vivo. Questa condanna era solo perché volevano mettermi in galera per sempre.

Lei è scappata dal Kurdistan turco per raggiungere l’Italia?
No. Sono arrivata in Italia con un visto turistico, perché dovevo fare un concerto, e poi ho chiesto l’asilo politico. Il mio stato quindi, è quello di rifugiato politico.

Il popolo curdo cosa chiede?
Noi curdi non vogliamo un Kurdistan con i confini, vogliamo un Kurdistan autonomo libero.

Lei si definisce una donna della Mesopotamia?
Sì. Sono curda e questo mi da onore, però mi da molto più onore se vengo definita una donna della Mesopotamia, perché sono nata e cresciuta nel cuore della Mesopotamia.

Il popolo curdo viene spesso definito il popolo senza terra. Cosa può dire a riguardo?
Veniamo definiti il popolo senza terra, ma in realtà noi siamo un popolo dove la nostra terra è sotto occupazione. Io dico così: il nostro peccato è quello di avere tutta la ricchezza della terra, perché il petrolio, l’acqua, il gas, l’agricoltura, tutto sta da noi, e questo porta una guerra sul nostro territorio.

Lei ha parlato delle combattenti del PKK. Cosa può dire sul PKK?
Il PKK non è un partito gerarchico, un esercito regolare che arriva da qualche altra parte e si sedentarizza lì. Siamo noi a creare questo movimento, ed è inaccettabile che l’Europa da una parte ci riconosca lo stato di rifugiato politico, e dall’altro lato dichiari il PKK come il terrorismo. Io definisco il PKK la garanzia del popolo curdo, in quanto è l’unico partito di cui possiamo fidarci perché è l’unico movimento che difende il popolo curdo, e per un semplice motivo, perché sono i figli del popolo curdo che creano questo partito.

Oggi di cosa si occupa in Italia?
Oggi in Italia sono un’attivista curda e oltre questo, gestisco una osteria in Piemonte, in Val di Susa, dove stiamo mescolando i gusti oltre i confini.

Recentemente si è recata nel Kurdistan?
Sono andata nel Kurdistan siriano e nel Kurdistan iracheno perché ovviamente non posso andare nel Kurdistan turco perché verrei subito incarcerata a vita. L’ultima volta che sono stata nel Kurdistan siriano è stato nel 2017, poi mi è scaduto il titolo di viaggio e non so per quale motivo, ma ancora oggi, non lo hanno rinnovato, praticamente sono incarcerata in Italia. Diciamo che sto in un carcere a cielo aperto, perché non ho la libertà di viaggiare.

Cosa ne pensa di quello che sta accadendo oggi al suo popolo?
Nonostante abbiamo sconfitto l’Isis, oggi veniamo dichiarati terroristi perché stiamo combattendo e resistendo contro l’esercito della Turchia, e veniamo da loro massacrati. Ci hanno bombardato usando fosforo. I bambini stanno morendo, è terribile vedere i bambini che vengono bruciati con il fosforo, e la cosa drammatica è che l’occidente fa finta di non vedere e non sentire. Io penso che sia il silenzio dell’occidente che uccide questi bambini. Questa cosa non è accettabile. Loro postano i video dei massacri che compiono e questo non è corretto, perché anche la guerra ha le sue regole, anche la guerra porta rispetto al nemico, così come noi abbiamo fatto con migliaia di membri dell’Isis, nel momento in cui sono stati arrestati gli abbiamo rispettati come prigionieri, e abbiamo condiviso quel poco che avevamo. La Turchia con questa guerra ha bombardato le carceri dell’Isis e ha liberato più di 700 membri dell’Isis. Questa guerra non è una guerra giusta, perché non eravamo sugli stessi livelli. Loro hanno i carri armati, gli elicotteri, la bomba chimica, e noi abbiamo solo un kalashnikov.

C’è una storia che vuole raccontare che le è stata di insegnamento?
Sì. Mi trovavo in ospedale e serviva del sangue, e fui subito disposta a darlo per salvare la vita di un combattente, di un compagno del movimento. Ricordo però che mi accorsi che quel sangue non sarebbe andato ad un mio compagno ma ad un nemico, una persona che poco prima aveva sparato ai miei amici, beh allora iniziai a contestare. Io dissi che non avevo nessuna intenzione di dare il mio sangue a quell’uomo, ma i miei compagni mi dissero: lui è un umano, un essere vivente che ha bisogno di essere curato, e qui siamo in un ospedale non stiamo nel campo di battaglia e la vita di ogni persona qui da noi è importante. A quel punto ho rispettato il principio e la loro decisione, e ho dato il sangue. È stata una lezione di vita per me, per fortuna esiste questo movimento che ci insegna l’umanità.

Quando parla del suo movimento si riferisce al PKK?
Quando parlo del mio movimento parlo di PKK, e di tutti i movimenti curdi. Tutti i movimenti curdi sono il mio movimento, perché io sono curda, sono figlia di questa società.

Molte donne curde hanno abbracciato le armi. È esatto?
Sì. Combattiamo noi in prima persona. Le donne che decidono di combattere sono le madri che lasciano i figli a casa e vanno a difendere i quartieri, perché nel momento in cui entra il nemico vuol dire che la vita dei tuoi figli è sotto minaccia. Ogni madre in queste situazioni cerca di mettere in sicurezza i suoi figli cercando di resistere e combattere, noi la chiamiamo autodifesa.

Nella sua famiglia lei è l’unica in Italia?
Sì tutti stanno nel Kurdistan.

Chi è Ezel quando non è un’attivista?
Quando non sono un’attivista, mi piace leggere, guardare un film, andare a fare una gita col mio ragazzo o scrivere delle poesie e poi mi piace molto cantare e ballare. Quando non faccio la militante, faccio quello che fanno le ragazze della mia età.

Vuole aggiungere qualcosa?
Sì. Io vorrei dire che l’occidente deve fare qualcosa per aiutarci, come creare un gruppo di pace e andare a controllare il territorio e trovare un accordo, perché noi non combattiamo per vincere, noi combattiamo per difenderci. Vogliamo difendere il nostro futuro, vogliamo difendere la nostra terra, vogliamo difendere i nostri figli. Se nessuno ci attacca noi non attaccheremo mai nessuno, ma se la nostra libertà verrà minacciata, allora resisteremo e non molleremo. Non devono minacciare la nostra libertà.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Ezel Alcu, e ad maiora!

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