Intervista al prof. Antonio Giordano, fondatore e direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine 2


“Ad oggi, non abbiamo ancora una risposta chiara su come si comporta il sistema immunitario di fronte a Sars-CoV-2”

Intervista di Desirè Sara Serventi

Quando si parla di ricerca in ambito scientifico, gli occhi non possono che essere puntati verso il noto professor Antonio Giordano, fondatore e direttore dello “Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine” della Temple University di Philadelphia, dove le sue ricerche sono atte ad individuare marker diagnostici, prognostici e terapeutici, e non solo. Negli anni il professor Giordano si è fatto conoscere a livello internazionale per i suoi studi e per la grande professionalità e attenzione che pone nella sua professione, un lavoro che svolge infatti con grande passione, senza mai dimenticare che davanti a lui vi sono delle persone oltre che dei semplici pazienti, ed è per questo che pone sempre una grande umanità nel rapportarsi con ognuno di loro. Recentemente professor Giordano è stato nominato componente del Comitato scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Sledet.com ha raggiunto il professor Antonio Giordano che, nonostante i suoi numerosi impegni, ha trovato il tempo per parlarci dei suoi lavori e del Covid-19, considerando che sta portando avanti uno studio su un probabile scudo genetico che potrebbe aver protetto il sud Italia dal virus.

Professor Giordano, lei è il fondatore e il direttore dello “Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine” della Temple University di Philadelphia. Quando nasce l’idea di costituire questa organizzazione?
Ho ereditato la passione per la genetica da mio padre, il professor Giovan Giacomo Giordano, che ha sempre promosso l’etica nella professione negli anni ottanta. Mio padre ha scoperto i gravissimi danni derivati dall’esposizione alle fibre di amianto – malattie dell’apparato respiratorio come l’asbestosi, il carcinoma polmonare, nonché il mesotelioma; grazie anche ai suoi studi l’amianto è stato messo fuori legge, in Italia, nel 1992. Da qui è nata la mia voglia di studiare per dare una speranza a migliaia di pazienti oncologici, di provare a curarli o almeno a migliorare la qualità della vita di queste persone.

Di cosa vi occupate all’interno dell’Istituto?
Principalmente ci occupiamo di ricerca in ambito oncologico. Oggi, grazie all’indubbio miglioramento del progresso scientifico abbiamo la possibilità di studiare migliaia di geni in contemporanea e di monitorarne l’espressione e le relative conseguenze. Siamo, quindi, in grado di migliorare il successo di una terapia, di offrire ai pazienti strategie di terapia personalizzata, di precisione. Per aumentare il successo di una terapia è necessario diagnosticare quanto più precocemente possibile la neoplasia, individuare caratteristiche peculiari del tumore che lo rendono responsivo o meno a determinati trattamenti. Le mie ricerche si collocano perfettamente in questi ambiti, sono tutte ricerche atte ad individuare marker diagnostici, prognostici e terapeutici. Un rapido esempio dei miei studi è rappresentato dal mesotelioma. Il mesotelioma pleurico è un tumore caratterizzato, ancora oggi, da una prognosi sempre infausta. L’eziologia del mesotelioma è principalmente legata all’esposizione di fibre di asbesto (amianto) e questo, probabilmente, a causa di forti interessi economici, ne ha sempre rallentato gli studi. Il mesotelioma è quindi orfano di specifici marker diagnostici e prognostici così come di una terapia efficace. A livello molecolare è caratterizzato principalmente dalla alterazione di geni oncosoppressori, il cui funzionamento è notoriamente più difficile da ripristinare a differenza della soppressione della funzione degli oncogeni. Il mio gruppo di ricerca ed io, abbiamo dimostrato che ripristinando la funzione di RBL2/p130 in linee cellulari di mesotelioma riusciamo in vitro ad arrestare la crescita tumorale.

Quali sono i meccanismi che innescano la trasformazione delle cellule sane in cellule tumorali?
Il tumore è una malattia multifattoriale; perché avvenga la trasformazione delle cellule sane in cellule tumorali si devono accumulare una serie di alterazioni all’interno della cellula. Il nostro organismo, le nostre cellule sono tutte dotate di sofisticati sistemi di riparazione di eventuali insulti. L’insieme di insulti provenienti dall’ambiente con mutazioni nel nostro DNA, mutazioni avute alla nascita o successivamente, fanno si che questi sistemi di controllo “vadano in tilt”, innescando il meccanismo di trasformazione neoplastica.

Potrebbe dirci se le malattie oncologiche sono scritte nel DNA delle persone?
Assolutamente sì. Ma molto spesso il DNA da solo non è responsabile della formazione del tumore, sono necessarie più alterazioni.

Cosa significa studiare il DNA in campo oncologico?
Studiare il DNA in campo oncologico ci da la possibilità di individuare la terapia giusta per ciascun paziente. Una volta individuata l’alterazione genetica, si è in grado di capire quale meccanismo molecolare sia alterato e, quindi, si va ad agire su quella determinata alterazione. Ciò, innanzitutto, elimina gran parte degli effetti collaterali, sistemici che caratterizzano molte strategie chemioterapiche. In aggiunta, si è più sicuri di una possibilità di guarigione o almeno di garantire una qualità della vita migliore per il paziente.

Cos’è il ciclo cellulare?
Il ciclo cellulare è la serie di eventi che avvengono in una cellula al fine di dividersi e proliferare. È un processo geneticamente controllato, costituito da eventi coordinati e dipendenti tra loro. Tutte le fasi del ciclo cellulare sono controllate da alcune proteine dette proprio “regolatori del ciclo cellulare o checkpoint”. Ho clonato il gene oncosoppressore, regolatore del ciclo cellulare, RBL2/p130 ed ho individuato altri due regolatori i geni CDK9 e CDK10, contribuendo così al disegno di diversi farmaci che sono ora in trial clinico.

Le malattie oncologiche si trasmettono geneticamente?
Il cancro non si può definire una malattia ereditaria, come ad esempio la distrofia muscolare; è più appropriato definirlo: malattia genetica. Ripeto, l’accumularsi di alterazioni nei geni può causare una serie di patologie, tra cui il cancro.

Qual è il segreto della longevità dei tumori?
Se per longevità si intende che da anni non si riesce a sconfiggere questa malattia, allora possiamo dire, che esistono tantissimi tipi di tumore. Uno stesso organo può generare diversi tipi di tumore, che si sviluppano per varie cause. Ad esempio, esistono vari tipi di tumore alla mammella, per alcuni esistono terapie mirate in grado di curare definitivamente la neoplasia, per alcuni tipi di cancro al seno oggi non c’è ancora la terapia.

Parliamo invece di ambiente. Quanto incide nella comparsa dei tumori?
L’incidenza delle patologie neoplastiche è in forte aumento e, di pari passo, è sempre più evidente la stretta correlazione che lega la trasformazione neoplastica ai fattori ambientali. Il cancro oggi è definito: una “malattia genetica di origine ambientale” estremamente eterogenea, multifattoriale, in cui interagiscono fattori genetici e fattori ambientali (chimici, fisici e biologici). Se si guarda agli studi sulla migrazione si scopre che persone che migrano da una zona di alto rischio di cancro ad una zona di basso rischio di cancro, o viceversa, nel loro corso della vita assumono i tassi di cancro del Paese verso il quale si muovono, rendendo chiara la connessione tra cancro e ambiente.

Parlando invece di Covid-19 a suo avviso l’ambiente potrebbe essere stato un catalizzatore per lo sviluppo di alcune regioni italiane?
L’inquinamento atmosferico è una delle principali cause delle malattie respiratorie al mondo, e per questo diversi ricercatori negli ultimi mesi hanno avviato studi per capire se ci possa essere un legame tra scarsa qualità dell’aria e Covid-19. La possibile interazione tra inquinamento e Covid-19 è anche suggerita dal fatto che l’esposizione all’inquinamento atmosferico aumenta il rischio di patologie respiratorie e infezioni acute delle basse vie respiratorie particolarmente in soggetti vulnerabili, quali anziani. Non volendo entrare nel merito del lavoro svolto dai governatori, sicuramente le cifre registratasi in Italia parlano chiaro: l’alto tasso di mortalità per Covid-19 è stato causato principalmente dalla rapida diffusione di Covid-19 in Lombardia e nelle regioni del Nord Italia e della Pianura Padana. Quest’ultima, in particolare, è un’area fortemente industrializzata (addirittura riconosciuta come una delle zone più inquinate in Europa), pertanto, caratterizzata da alte concentrazioni di inquinamento atmosferico (particolato PM10 e PM2.5). La qualità dell’aria di queste zone può aver contributo all’aggravarsi della patologia. Non va, però, trascurato un altro aspetto importante, ossia che trattandosi di aree fortemente industrializzate, probabilmente (pensando male) gli spostamenti e la produttività lavorativa non sono stati effettivamente bloccati in maniera repentina, favorendo così un aumento della diffusione virale.

Come avete e come state gestendo la situazione dei malati oncologici durante questa pandemia?
La scienza, i medici e gli ospedali non si sono mai fermati. Molte sono le richieste di chiarimenti in merito alla diversa aggressività con cui si manifesta l’infezione. I dati raccolti negli ultimi mesi ci offrono una prima panoramica di quali possano essere i maggiori fattori di rischio correlabili a una progressione più infausta. È indubbio che il fenomeno che stiamo vivendo lascerà un forte segno nella nostra società, ma spero lasci anche una traccia del grande senso di responsabilità e onore che è in molti, a partire da tutto il personale medico sanitario o chi, in modo diverso, si trova impegnato nella battaglia al coronavirus.

Il paziente oncologico è più a rischio ad essere infettato dal Covid-19?
Sì, i pazienti oncologici sono persone più a rischio perché la maggior parte di essi sono in uno stato di immunosoppressione dovuto alle terapie (chemioterapie e radioterapie ad esempio). Va ricordato, però, che le chirurgie e le terapie oncologie necessariamente non vanno sospese, poiché anche questo metterebbe a rischio i pazienti. L’importante è che le strutture sanitarie riescano a gestire questi trattamenti in modo da portare avanti le cure in questa situazione di emergenza. Bisogna considerare vari aspetti di queste persone: la loro malattia li ha già obbligati ad affrontare un evento traumatico, pertanto, è importante saper gestire la doppia fatica di questi malati che devono affrontare sia l’ansia della loro specifica patologia che l’ansia collettiva della pandemia.

Perché il virus colpisce maggiormente i pazienti che presentano delle patologie pregresse o un basso sistema immunitario?
La risposta è nella domanda: se il sistema immunitario, ossia il sistema deputato a difendere il nostro organismo, è deficitario è più difficile contrastare l’infezione.

Che cosa si intende per studi sierologici longitudinali?
I test diagnostici attualmente utilizzati per evidenziare la positività alla Covid-19, si basano sulla metodica molecolare di reazione a catena della polimerasi messa a punto in base alla sequenza genetica del virus Sars-cov-2. Il tampone è finalizzato a individuare la presenza del virus nel materiale biologico prelevato nel naso e nella faringe. La sua positività indica, pertanto, che si è in fase di infezione attiva. I test sierologici, invece, sono eseguiti sul sangue e servono a individuare chi è entrato in contatto con il coronavirus e individuano gli eventuali anticorpi prodotti dal nostro sistema immunitario in risposta al virus. Ad oggi, non abbiamo ancora una risposta chiara su come si comporta il nostro sistema immunitario di fronte a Sars-CoV-2, cioè se, quando e per quanto tempo si formano gli anticorpi neutralizzanti, ovvero, quelli che proteggono da un successivo contatto col virus. La risposta sierologica (umorale) è caratterizzata da una fase precoce e solitamente limitata nel tempo (IgM) e da una fase più tardiva e solitamente stabile nel tempo (IgG). Per la Covid-19 non è nota ancora la dinamica anticorpale di questo virus, quindi il significato e l’affidabilità dei test sierologici vengono meno. I test sierologici, in questo momento, non hanno valore diagnostico, ma serviranno solo in un secondo momento, per valutare il quadro epidemiologico, cioè quanto si è diffuso il virus. L’assenza di rilevamento di anticorpi, non ancora presenti nel sangue di un individuo, poiché la risposta umorale rispetto all’infezione virale avviene in ritardo, non esclude la possibilità di un’infezione in atto in fase precoce o asintomatica e relativo rischio di contagiosità dell’individuo. Se i test non sono validati il rischio è di avere falsi positivi o falsi negativi.

Potrebbe spiegarci per che cosa si differenzia la malattia Covid-19 dal virus influenzale?
I coronavirus sono virus con un alto tropismo per le cellule del tratto respiratorio, tendono ad essere virus invernali. La malattia Covid-19, si è ingannevolmente presentata come molto infettiva ma poco mortale. Forse queste alcune delle motivazioni per cui è stata sottovalutata la sua diffusione, estremamente rapida. Covid-19 è tutt’altro che la classica influenza di stagione, oggi costringe migliaia di persone a necessitare di cure intensive e di un elevatissimo numero di personale medico e paramedico dedicato.

Quali sono i meccanismi di difesa che possono attuare i soggetti più deboli per poter fronteggiare questa emergenza sanitaria?
Prevenire. Attuare tutte le misure preventive consigliate, rispettando il distanziamento, indossando DPI, disinfettandosi le mani. Rispettare con costanza e con pazienza tutte le norme anti-covid, solo così, ne usciremo.

Lei sta portando avanti uno studio su un probabile scudo genetico che potrebbe aver protetto il sud Italia dalla Covid-19. Potrebbe parlarne?
Io ed i miei collaboratori abbiamo avallato l’ipotesi (e pubblicato sulla rivista Frontiers Immunology) che esista una forma di difesa stampata nel codice della vita. In particolare, riteniamo che esistano di una serie di varianti di geniche del gene HLA che potrebbero essere alla base della suscettibilità alla malattia da Sars-CoV-2 e della sua severità. Ovviamente, sono necessari ulteriori studi caso-controllo su larga scala per dimostrare questa correlazione, ma esistono solide basi per pensarlo. Sottolineo che sono necessari altri studi poiché individuare correlazioni causali è molto complesso. In Italia abbiamo assistito ad una diffusione virale completamente diversa tra nord e sud. Il fatto che il nord sia stato duramente colpito può essere dovuto, quindi, ad una serie di fattori: genetici appunto, ma anche legati all’inquinamento ambientale legato all’industrializzazione ed, infine, l’industrializzazione stessa può essere stata causa di maggiori spostamenti. Per quanto la ricerca possa aver fatto passi da gigante in questi mesi, la Covid-19 è ancora una infezione giovane per poter affermare correlazioni certe.

Cosa presenta il DNA dei sardi, per cui molto spesso sono fonte di studio da parte di ricercatori di tutto il mondo?
Conoscere i geni per comprendere le diverse risposte a determinate malattie è sicuramente un aspetto chiave per comprendere i meccanismi molecolari del virus. Nell’epoca della medicina personalizzata, della medicina di precisione, conoscere come la sequenza genica possa influire sulle varie patologie è fondamentale. Le attuali tecnologie ci consentono di studiare e monitorare migliaia di geni contemporaneamente. Tutto questo ci da la possibilità di ottenere la miglior cura per il singolo paziente riducendo al minimo gli effetti collaterali e migliorano molto la qualità della vita dei malati. Quindi, sì, geni varianti geniche specifiche di una popolazione potrebbero in qualche modo proteggerli da eventuali insulti.

Lei è stato nominato componente del Comitato scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Ci potrebbe spiegare di cosa si occuperà nello specifico?
Sono sempre stato determinato nel contrastare il fenomeno definito come “Terra dei Fuochi”, che sta affliggendo la mia regione, la Campania, da decenni. Questo impegno si estende a tutta la mia attività di ricerca perché la contaminazione ambientale da agenti potenzialmente nocivi per la salute umana è ormai una problematica di rilievo mondiale. Oltre all’inquinamento dovuto ad un errato ed illecito smaltimento dei rifiuti anche il veloce progresso tecnologico ha comportato un incremento di alcuni ordini di grandezza delle emissioni nocive, rendendo appunto, la contaminazione da elementi tossici una criticità ambientale a livello globale. Questo nuovo incarico è quindi per me un ulteriore stimolo per implementare a studiare come contrastare l’inquinamento ambientale e far ridurre l’incidenza di patologie croniche-degenerative.

Il virus a suo avviso sta perdendo la sua potenza?
Sotto l’aspetto scientifico non vi è alcun razionale per poter passare in modo immediato da una chiusura totale ed obbligatoria ad un tale stato di libertà e condivisione. Il virus continua a circolare e non vi sono dati realistici che, al momento, ci possano far affermare che sia il virus mutato in una forma più benigna. A livello di sequenza virale, quella mostratasi a gennaio è ancora la stessa che potrebbe approfittare di atteggiamenti poco responsabili per continuare a diffondersi. Potrebbe sembrare una malattia più mite, meno insidiosa, ma anche in questo caso, invece, la variazione c’è stata nella popolazione clinica piuttosto che nel virus. Innanzitutto, le fasce più suscettibili, le persone più a rischio sono state tutelate, poi, a tempi record, la scienza ha dettato direttive migliori su come trattare la patologia, si è passati da una “medicina di guerra” ad una “medicina normale”. Quindi, questo cambio della popolazione clinica non deve trarre in inganno, tutti auspicano ad un cambiamento repentino del virus ma fin quando non si avrà la certezza è eticamente corretto tutelare le persone a rischio.

Come proteggersi dall’infezione?
Uscire da questa pandemia è imprescindibile dall’atteggiamento responsabile di ognuno di noi. Continuiamo a tutelarci, il virus sfrutta noi per diffondersi, non diamogli questa possibilità. È necessario continuare a rispettare le regole di distanziamento sociale e l’utilizzo dei DPI. La pandemia Covid-19 ci ha insegnato che la prudenza non è mai troppa

Attualmente in cosa è occupato?
La mia attività di ricerca, da quando nel 1993, ho individuato e clonato il gene oncosoppressore RBL2/p130, si è focalizzata sullo studio dei meccanismi di deregolazione del ciclo cellulare nel cancro. Ma oggi è ben noto che il tumore è una patologia multifattoriale e che tra le varie cause dello sviluppo c’è anche l’esposizione ad inquinanti ambientali. Mi occupo di studiare precise alterazioni molecolari al fine di identificare nuove strategie terapeutiche per il mesotelioma ed il tumore al polmone, la cui eziologia è correlata all’esposizione ad inquinanti ambientali. Contestualmente, da anni, interesso alla situazione campana, meglio nota come “Terra dei Fuochi”, incoraggiando studi di biomonitoraggio, per incentivare attività di bonifica e provare a far ridurre l’incidenza di svariate patologie. Ancora, valuto le potenzialità benefiche di alcuni alimenti che possono apportare benefici in termini di prevenzione e di miglior efficacia di trattamenti chemioterapici. Infine, mi sto dedicando attivamente allo studio del nuovo virus Sars-Cov 2. Tutti questi studi sono solo apparentemente scollegati tra loro, ma il fine ultimo e comune è di migliorare la qualità della vita dei pazienti e ridurre l’insorgenza di patologie severe.

Vuole aggiungere altro?
Penso, di aver descritto in maniera sintetica la mia attività di ricerca. Ringrazio Sledet.com per avermi dato questa possibilità.

Sledet.com ringrazia per l’intervista il prof. Antonio Giordano, e ad maiora!


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2 commenti su “Intervista al prof. Antonio Giordano, fondatore e direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine

  • Federico Francesco Antonio D'ELIA

    Sono perfettamente d’ accordo con il Prof. A. Giordano La ricerca deve indirizzare soprattutto, appurata l’ etiogenesi, ogni sforzo all’ eliminazione della noxa patogena.
    Dagli anni settanta conosciamo il nesso di causality tra noxa e patogenesis.
    E’ necessario ora indirizzare tutti gli sforzi, soprattutto socio-politici, ad un mutamento radicale dello sfruttamento del nostro habitat “il pianeta”.
    Far prevalere il rispetto e la tutela dell’ ambiente alle ragioni del profitto.

  • Simona Pucciarelli

    Grazie al Professore Giordano per la Sua esaustiva intervista, molto chiara, il cancro è multifattoriale ma giustamente il Professore tiene alta l attenzione sull inquinamento ambientale perché è un “fattore” che può essere migliorato dall ‘ uomo, in Italia il governo avrebbe dovuto prendersi l onere dello smaltimento delle amianto, invece è lasciato in mano ad i privati che prendono tanti soldi e francamente non esistono “discariche” a norma per lo smaltimento, quindi io mi domando dove vengono conferiti i rifiuti di amianto? Circa 13 anni fa ero in Francia per lavoro e c erano impalcature ovunque, fu lo stato che sovvenziono’ tutta la bonifica degli edifici ove era presente l amianto. Speriamo che il governo si impegni in questa direzione.