A tu per tu con Valentina Perrella


“Il doppiatore è prima di tutto un attore che applica la sua arte in un contesto tecnico diverso dal cinema e dal teatro”

Intervista di Desirè Sara Serventi

Muove i suoi primi passi nel mondo della danza per poi approdare nel mondo della recitazione e del doppiaggio, Valentina Perrella riesce a distinguersi sin da subito mostrando la sua naturale predisposizione verso questa arte della quale ne ha fatto la sua professione. Che infatti Valentina stia in scena o in sala di doppiaggio, quel che viene messo in evidenza non è solo la sua preparazione artistica, ma dall’amore e l’attenzione che mette nel suo lavoro. Sledet.com ha raggiunto Valentina Perrella che si è raccontata.

Se le chiedessi di raccontarsi, cosa risponderebbe?
Che sono molte cose, credo nella gentilezza, sono appassionata dell’animo umano e cerco sempre di leggermi dentro ed osservare fuori per migliorarmi. Sono impulsiva e questa parte di me vanta anni di lavoro interiore impiegati alla ricerca di un equilibrio. Ma sono anche ribelle e tenace e questo a volte mi ha messa nei guai ma per lo più, mi ha salvata. Quando avevo due anni andava in onda una trasmissione con Carla Fracci, mia madre mi ha sempre raccontato che ballavo di continuo di fronte alla tv cercando di imitare i passi e che a due anni e pochi mesi dissi chiaramente che io volevo fare danza. La danza la mia prima passione, a quattro anni e mezzo dovettero iscrivermi perché non sapevano più come tenermi. Frequentai cosi, un’ottima scuola di danza classica e fin da piccolissima ballai in teatri come il Brancaccio, il Nazionale e il Sistina. A 15 anni lasciai la danza perché a quell’età si è attratti dalla vita e perseguire l’agonismo mi avrebbe tolto tutto il resto. Ho fatto una scelta che è stata anche dolorosa, ancora oggi ci penso con tenerezza e passione, ma della quale non mi sono mai pentita. La vita appunto. Ho viaggiato molto, vissuto in Inghilterra e in Spagna per qualche anno, facendo i lavori più disparati, sperimentando la vita e mettendomi alla prova. Poi il sacro fuoco della recitazione che mi ha sempre accompagnata ma che per vari motivi ha fatto il giro largo, ha iniziato a diventare realtà ed ho cominciato a studiare.

Quando nasce la sua passione per il mondo del teatro e del doppiaggio?
Sono figlia d’arte, mio padre era attore da giovane, poi regista, produttore, direttore di doppiaggio. Mia madre era insegnante ma spesso faceva anche figurazioni speciali e pubblicità, si sono conosciuti così, su un set negli anni ’70. Dunque la mia passione si è trovata nel posto giusto possiamo dire. La sala di doppiaggio mi è sempre stata molto familiare, ci sono cresciuta, anche se mio padre temendo un percorso troppo doloroso e difficile mi ha dissuasa dal fare l’attrice, infatti non ho cominciato da bambina come avrei potuto, ma da un po’ più grande. Ma quando il progetto di dissuasione ha fallito ho sempre avuto il supporto e l’entusiasmo di tutta la mia famiglia. Nel frattempo in compenso a 16 anni il mio primo film sul set come assistente alla regia, poi ai costumi, trucco, parrucchiere, produzione. Ho lavorato in quasi tutti i reparti dietro le quinte e ne sono davvero grata, perché questo mi ha dato una visione totale di questo mondo meravigliosamente complesso quale è il cinema. Poco dopo ho cominciato a fare della recitazione il mio mestiere. La sala di doppiaggio è una seconda casa. Il teatro è nei miei sogni fin da bambina, poi dopo gli studi è diventato realtà.

Dove si è formata?
Ho fatto diversi stage da ragazzina con tanti registi, poi la scuola di recitazione Teatro Azione, ho continuato gli studi con Susan Batson e la tecnica di Ivana Chubbuck.

I primi passi gli ha mossi nel doppiaggio?
Sì, il teatro soddisfacente è arrivato dopo l’accademia.

Lei ha preso parte allo spettacolo teatrale “L’uomo, la bestia e la virtù”. Cosa può dire a riguardo?
Ero in tournée con l’Uomo, la bestia e la virtù di Pirandello precisamente a Milano il giorno in qui hanno blindato la città a causa del Covid. Il 10 marzo avremmo debuttato al Teatro Sala Umberto di Roma. Con il nuovo anno torneremo in scena al Teatro Sala Umberto. Sono estremamente fiduciosa nonostante il terribile momento che stiamo vivendo. In scena interpreto la protagonista femminile, accanto a Giorgio Colangeli, insieme a un cast di bravissimi attori per la regia di Giancarlo Nicoletti. È un testo che mi ha messo molto alla prova essendo, la signora Perella, un femminile molto distante da me. Mi ha dato molte soddisfazioni. Abbiamo tutti collaborato per dare un’impronta recitativa più comprensibile e diretta rispetto alla costruzione Pirandelliana. Lo abbiamo pensato più contemporaneo, senza cambiare una parola dall’originale del 1919 e ci siamo accorti di quanto tutto questo facesse emergere un’intrinseca comicità dal testo.

Lei ha girato il cortometraggio dal titolo “L’Italia Chiamò”. Ne vuole parlare?
In quarantena è nato “L’Italia Chiamò” che ho girato con Alessandro Haber per la regia di Alessio Di Cosimo. Abbiamo girato due settimane dopo la riapertura, a maggio, seguendo tutti i nuovi protocolli anti Covid e stando finalmente insieme. È stata un’esperienza umana e artistica meravigliosa. Padre e figlia, Haber ed io una storia attuale, di solitudine, di forza e d’amore.

Che ricordo ha del suo esordio?
Un ricordo tenero e una grande ansia! Il batticuore prima di andare in scena ancora non mi è passato ma con l’esperienza lo si padroneggia e riesci poi a giocarci.

Vi è stato un personaggio da lei doppiato a cui è più legata?
Ce ne sono diversi. Parlo con piacere di Nadia di Elite, un personaggio che mi ha dato molte soddisfazioni e che attraverso le tre stagioni vive una bellissima metamorfosi. Dalla chiusura ereditata dalla cultura famigliare, piano piano si apre alla vita e diventa indipendente affermando la sua femminilità senza più paura. Nomino anche Melanie Thierry in The zero Theorem di Therry Gilliam, Bainsley un personaggio sensuale sopra le righe che alla fine fa emergere una bellissima umanità e Natalia Belitski in Stay Still, Julie una piromane, il film si svolge dentro e fuori una casa di cura psichiatrica. Ho amato molto questo personaggio.

Ci vuol descrivere nello specifico in che modo si svolge il lavoro del doppiatore?
Il doppiatore è prima di tutto un attore che applica la sua arte in un contesto tecnico diverso dal cinema e dal teatro e che dunque, richiede abilità e tecniche differenti, come l’utilizzo del microfono, della cuffia, degli spazi e dei movimenti, che sono ridotti, dell’emissione vocale, della rapidità di entrare nel personaggio e dell’osservazione. Il doppiatore si trova davanti ad un personaggio che già esiste, il suo principale obiettivo è osservare attentamente e restituire emotivamente attraverso la voce quello che è già stato fatto in maniera più fedele possibile. A volte tramite il doppiaggio si può anche migliorare, in termini di qualità interpretativa, il prodotto originale.

Qual è la parte più complicata in questo lavoro?
Essere i promotori di sé stessi, il sentirsi rifiutati, specialmente all’inizio perdere o andare male ad un provino è dura. Poi con gli anni si fa la corazza, entra in gioco l’autoironia, si diventa forti e sempre più abili.

Potrebbe spiegarci l’importanza della dizione?
Rientra nelle basi, la dizione è imprescindibile. Bisogna interiorizzarla per poi poterla utilizzare oppure no. Per creare accenti. Nel caso di difetti di pronuncia irrimediabili, in rari casi, se ne può fare un pregio diventando così un carattere.

Qual è la caratteristica che deve avere una persona per svolgere questa professione?
La passione e il richiamo a questa arte, provarci con tutto il cuore, studiare tantissimo e capire se ci sono effettivamente delle doti per poter far si che diventi il proprio mestiere. Personalizzarsi e distinguersi.

Che tecniche utilizza per calarsi nel personaggio che deve interpretare?
Tanta concentrazione, empatia, studio, per poi lasciare che accada.

Lei è sia un’attrice che una doppiatrice. A suo avviso quanto è importante per chi svolge questa professione avere delle basi in campo recitativo?
Assolutamente imprescindibile.

Per la sua esperienza qual è la differenza tra il lavoro di attrice e quello invece di doppiatrice?
Cambia solo il contesto e la tecnica. Il doppiaggio è molto meno faticoso

Che consiglio può dare a un giovane che vorrebbe intraprendere la sua professione?
Il mio consiglio è quello di studiare, utilizzare i no come incoraggiamento per migliorarsi, essere entusiasti, non sentirsi mai arrivati e di essere forti perché così come ogni libero professionista, anche l’attore/doppiatore può vivere momenti di poco lavoro. Bisogna utilizzare quei momenti per studiare, tenersi in allenamento e rimettersi in gioco.

Chi è Valentina quando non sta in scena o su uno studio di doppiaggio?
Amo la condivisione e l’essere attiva ma anche i momenti di solitudine e calma. Il mio tempo fuori dal lavoro lo trascorro con mio marito, la mia famiglia e gli amici. Leggo, ballo, canto, frequento mostre, approfondisco altre discipline che mi appassionano come l’archeologia, l’astronomia, la filosofia, la storia. Ogni volta che posso sto nella natura. Viaggio.

Attualmente in cosa è impegnata?
Nel mio lavoro di doppiatrice, ed è in preparazione uno spettacolo teatrale

Vuole aggiungere altro?
Ringrazio Sledet.com per le piacevoli domande, a presto!

Sledet.com ringrazia per l’intervista Valentina Perrella, e ad maiora!

 

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