Prima allieva pilota non vedente: intervista a Sabrina Papa 1


Una volta imparata la posizione di ogni comando sul cruscotto è un gioco da ragazzi gestirlo”

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Carismatica, determinata e con una grande passione: queste sono solo alcune delle caratteriste di Sabrina Papa, prima allieva pilota italiana non vedente che con tanto studio e impegno ha superato i suoi limiti nonostante le difficoltà che ha dovuto affrontare. É partita pilotando gli ultraleggeri per poi approdare ai Cessna. Sledet.com ha raggiunto Sabrina Papa, che si è raccontata.

Se le chiedessi di raccontarsi cosa risponderebbe?

Sono una persona che non si arrende, se non all’evidenza inconfutabile dei fatti. E con questo ho detto testarda, tenace, indipendente, che cerca di ragionare con la propria testa e di cercare soluzioni ai problemi che possono costituire dei limiti. Perché quasi sempre una soluzione c’è. Magari non è proprio quella che vorremmo, ma se il risultato è più che soddisfacente, perché no. Con questo non significa che io mi accontenti, anzi, apprezzo tutto quello che di buono la vita mi regala cercando di migliorarlo e migliorare, se possibile. Poi se uno cerca di non prendersi troppo sul serio, magari va anche meglio. Sono una che se la ride parecchio, di se stessa ovviamente, ma quando c’è da essere seri non le mando certo a dire. Per il resto sono, e sarò, sempre estremamente grata a tutte le persone che nella vita hanno voluto, e vorranno, fare squadra con me per rendere il cammino gradevole, interessante e con tanti attimi di felicità. Perché tutto quello che riusciamo a realizzare lo dobbiamo sì principalmente alla nostra volontà, ma tantissimo anche agli altri. Da soli non si va mai da nessuna parte. Vale per tutti nessuno escluso.

Lei è la prima allieva pilota italiana non vedente. Quando nasce la sua passione per il mondo del volo?

Che io sappia sono la prima e per ora, a parte qualche sporadico volo per qualcun altro, l’unica allieva assidua. Sottolineo allieva per il semplice fatto che, per motivi più che ovvi, non posso prendere la licenza e quindi volerò sempre con un istruttore, o un safety pilot, accanto. Come quasi tutti i piloti, anch’io avevo questa passione sin da bambina. Vengo da un paesino del Salento non molto lontano dalla Base del 61° Stormo dell’Aeronautica Militare, quindi di aerei sopra la testa ne avevo a volontà. Correvo nel giardino o sul terrazzo per sentirli. Io non potevo vederli, ma dicevo che tanto mi vedevano loro… li sentivo con l’orecchio e con l’anima. Volevo quel cielo libero ed immenso nel quale rotolarmi come in qualcosa di soffice e senza ostacoli di cui, invece ne era piena la terra. E questa sensazione di “farfalle nello stomaco” la provo ancora adesso e a volte mi capita di commuovermi quando sento il potente motore di un aereo. Ma, al contrario di tutte le persone che hanno potuto esternare questa loro passione e seguirla in maniera naturale, io, per ovvi motivi ho tenuto questo segreto per me. Era impossibile e dopo aver cercato di coltivare almeno l’aspetto culturale, comprando un’enciclopedia che tanto non avrei potuto leggere, ho deciso di mettere da parte questo sogno. Poi un post su un social ha ritirato fuori tutto in maniera prepotente e così ho tentato di avvicinarmi al volo ultraleggero almeno da passeggero. Ed è iniziata un’avventura che non mi sarei neanche potuta immaginare. L’avventura più bella del mondo.

Dove si è formata?

Da piccola ho studiato in collegio a Roma. Erano scuole specializzate dove, oltre a studiare nella scuola dell’obbligo, ho imparato quelli che io chiamo i “trucchi da cieco”. La scuola superiore però, l’Istituto Magistrale, l’ho frequentata a Lecce in una scuola per vedenti e, dopo aver seguito un corso per programmatori ciechi a Bologna, mi sono trasferita a Roma per lavorare in una grande multinazionale nel settore informatico, settore in cui lavoro ancora. Aviatoriamente parlando invece, sono partita dagli ultraleggeri, nello specifico un aereo in tandem, per poi approdare dopo tre anni ai Cessna, aviazione generale, presso una scuola nell’aeroporto dell’Urbe. Quando è possibile vado in Francia dove esiste da più di venti anni un’associazione di allievi piloti ciechi, Les Mirauds Volants, che organizza tutti gli anni diversi stage di volo per soli ciechi, in diversi aeroclub sparsi per il Paese. Loro lì sono attrezzati per studiare la teoria e molti club mettono a disposizione alcuni dei loro istruttori migliori per noi.

Quando ha capito che l’essere passeggera non le bastava?

È stata un’evoluzione graduale. In realtà è avvenuto tutto nella maniera più semplice, senza che fossi io a chiederlo. Non ho mai chiesto o preteso ciò che so o penso di non poter avere, non per paura dei “no”, a quelli sono abituata e non mi spaventano, ma per non passare per chi vuole approfittare della disponibilità altrui. Di solito quando si fanno i voli di ambientamento, voli cioè nei quali una persona prende confidenza con l’aereo e con le tantissime sensazioni che il volo trasmette, qualora l’istruttore lo ritenga opportuno, può far provare i comandi per qualche secondo. Lo ha fatto anche con me. Ero troppo concentrata e ansiosa per provare emozioni, ma quando sono scesa ho chiesto di poter tornare. Così ogni volta quei comandi erano miei sempre più a lungo. Un giorno un istruttore con cui non avevo mai volato mi ha portata in volo e quando ha capito, perché lui solo poteva capirlo, che non ero fatta per fare il passeggero, ha deciso di provare a farmi sedere al posto del pilota. Era un aereo in tandem con i doppi comandi, ma con il cruscotto solo davanti. Ho imparato la posizione di ciascun comando e come funzionava, in modo che nel momento in cui lui, dal posto posteriore, mi avrebbe chiesto di attivarlo, io avrei saputo dove trovarlo senza cercarlo a tastoni per tutto il cruscotto. Lui mi ha posato le mani sulle spalle e insieme abbiamo sperimentato un metodo: con i movimenti delle sue mani mi avrebbe dato l’assetto dell’aereo, così che io potessi correggerlo, e mi avrebbe letto i valori degli indicatori di velocità, rotta, per citarne alcuni. Abbiamo provato, ci siamo riusciti e col tempo abbiamo affinato il metodo. Abbiamo lavorato tantissimo per sincronizzarci ai comandi: lui doveva capire i miei tempi di reazione ed i suoi in base ai miei. Non è stato, e non è, affatto facile. Abbiamo passato ore a fare touch & go e passaggi molto bassi e lenti, finché un giorno è riuscito a farmi atterrare solo ed esclusivamente dandomi le giuste indicazioni e senza che lui prendesse minimamente i comandi. Ovviamente questo è successo diverse volte, ma non sempre, perché può sempre arrivare quella raffichetta al traverso proprio in finale che ti sposta l’aereo, o qualsiasi altro piccolo intoppo, che obbliga l’istruttore a sfiorare i comandi per una leggera correzione oppure a prenderli definitivamente.

Che caratteristica deve avere un istruttore?

Un istruttore deve avere prima di tutto fiducia in se stesso e conoscere i propri tempi di reazione per poter intervenire solo quando è davvero necessario. La prima cosa da trasmettere all’allievo è proprio la sicurezza. Se un istruttore non ha fiducia in se stesso, e quindi è insicuro, tipo quelli che si attaccano ai comandi anche con i denti, ovviamente anche l’allievo si sentirà sempre insicuro. Nel mio caso è fondamentale creare un’intesa, ma ci vuole tempo perché anche l’istruttore conosca me. La fiducia alla fine arriva da sé. Partiamo dal presupposto che già per il fatto di voler provare a volare con me utilizzando il mio metodo si deve essere davvero motivati, perché è un impegno non indifferente, significa mettersi in gioco, imparare a propria volta, concentrarsi molto e lavorare insieme, perché il risultato finale è un risultato per entrambi: quando un istruttore riesce a farmi atterrare solo dandomi le giuste indicazioni, il merito non è certo solo mio.

È difficile per lei trovare istruttori disponibili?

Un fattore che rende difficile trovare istruttori disponibili credo sia anche dovuto all’idea stereotipata che si ha della persona con disabilità visiva. Per molti istruttori l’obiettivo finale è il conseguimento della licenza da parte dell’allievo, non essendo quindi il mio caso probabilmente non ne hanno neanche interesse. Ma questo genere di approccio non interessa neanche a me, perché non mi trasmetterebbe nulla. Chi vola con me deve davvero amare quello che fa e gioire anche per i più piccoli risultati, che invece sono enormi. Ho avuto per un periodo un istruttore di teoria straordinario: non sapendo nulla di ciechi, ha voluto comunque dedicarmi il suo tempo e ha trovato il modo di spiegarmi e farmi capire molti concetti per me astratti, utilizzando lo stesso metodo degli allievi vedenti, ma con l’aiuto di disegni in rilievo. Mi ha aperto un mondo che desideravo da tempo, quello della teoria, straordinario. Aveva capito che io non volevo volare tanto per giocare per aria. Le cose io le faccio sul serio, per bene e con consapevolezza. Sono perfettamente in grado di studiarle ed imparare esattamente come tutti. Del resto in Francia hanno dato l’esame di teoria del PPL. È comunque una soddisfazione personale.

Vi è una frase che le diceva spesso?

Mi diceva sempre che era lui quello che imparava da me ed era felice quando vedeva sul mio viso il sorriso di chi aveva finalmente capito una cosa difficile anche da spiegare con un metodo diverso.

Qual è la prima cosa che le ha detto il suo istruttore?

Di solito tutti gli istruttori che volano per la prima volta con me mi dicono che sono brava, anche migliore di tanti allievi vedenti. Penso che sia più perché non si aspettano che una persona cieca possa pilotare un aeroplano o fare quello che fanno i vedenti. Invece io insisto sempre per sapere quali sono le cose che non vanno, perché voglio capire se posso correggerle o, al contrario, se sono legate necessariamente all’uso della vista e quindi mettermi l’anima in pace, almeno finché non mi venga in mente una qualche soluzione. Di sicuro una cosa che mi hanno detto i miei istruttori, sia quello dell’ultraleggero con cui ho iniziato, sia quello con cui volo attualmente in Aviazione Generale, è: “mi fido di te”. Che altro aggiungere se non che quello che mi hanno dato e che mi danno non ha prezzo.

Quanto è importante la fiducia reciproca con l’istruttore?

La fiducia è tutto e deve assolutamente essere reciproca, perché entrambi vogliamo tornare a terra e a volare tante altre volte. Ma ci vuole tempo per conoscersi, soprattutto perché l’istruttore conosca me, i miei tempi, le mie reazioni, in che modo percepisco le cose. Insomma, mi rendo conto che non è che tutti i giorni si ha a che fare con persone che non vedono e quindi bisogna imparare i loro “trucchi da cieco”, per poterle meglio comprendere e supportare. Mi è capitato chi teneva le mani sui comandi pensando che non me ne accorgessi, quando è risaputo che se uno ti sta sui comandi non serve la vista per accorgertene. Non c’è niente di male nel rifiutarsi perché non ci si sente sicuri, lo so che non è facile e non pretendo di obbligare nessuno. È una questione di professionalità, affidabilità e, perché no, di affinità. Ci sono persone che fanno questo lavoro solo ed esclusivamente come tale o per accumulare ore di volo. Non hanno passione, non trasmettono nulla se non nozioni. Purtroppo sono pochi gli istruttori all’altezza della situazione, ma quei pochi sono un tesoro inestimabile.

Quali gli istruttori con cui si trova meglio?

Oltre al mio istruttore con cui volo attualmente, con il quale mi trovo molto bene e mi fido, è il caso di dire, ciecamente, ho avuto la fortuna di incontrarne due speciali. Sono appunto persone che hanno una passione immensa per il volo e non si limitano a trasmettere agli allievi solo nozioni. Sono tra l’altro quegli istruttori con i quali tutti vogliono volare e ti tocca fare la fila. Mi riferisco al mio ex istruttore VDS, colui che ha capito subito quale dovesse essere il mio posto sull’aereo, e ad un altro con cui volo, purtroppo poco, ma col quale ogni volta è come se il tempo senza volare insieme non fosse passato. Tra l’altro sono gli unici due che finora sono riusciti a farmi atterrare solo dandomi le giuste indicazioni. Ma ce ne sono anche altri con i quali mi sono trovata benissimo, ma che per motivi di distanza geografica non è possibile frequentare.

Che ricordo ha del suo primo volo ai comandi?

Ero emozionata e ansiosissima. Non volevo sbagliare, anche se mi fidavo dell’istruttore e immaginavo che se mi lasciava fare era perché sapeva che potevo farlo. In fondo su quell’aereo c’era anche lui e, come me, anche lui sarebbe voluto tornare a casa, fosse anche solo per poter volare ancora. Ho fatto tutto io tranne l’atterraggio, ovviamente. Allora non immaginavamo nemmeno che saremmo riusciti ad arrivare ad un risultato simile. Infatti credo che il ricordo più emozionante per entrambi è stato proprio quel primo atterraggio. Non ricordo esattamente quale volo, ma ricordo l’emozione e la mia incredulità. Solitamente le emozioni le provo molto intensamente solo dopo, perché quando faccio qualche nuova manovra in volo sono concentrata. Sì, un po’ di emozione la sento, l’esclamazione di gioia sicuramente, ma una volta a terra, quando ci si rilassa e si fa un proprio debriefing, diciamo, con se stessi, allora arriva l’esplosione di sensazioni ed emozioni. Cominci a chiederti se davvero sei stata tu a fare quella determinata manovra e ripercorri tutta la scena. E ai miei poveri istruttori o a chi mi sta vicino in quel momento tocca sopportare la mia gioia e l’entusiasmo incontenibili che mediamente durano diversi giorni.

Qual è la difficoltà più grande che ha dovuto affrontare, escludendo chiaramente quella più ovvia?

Diciamo che tutte le difficoltà sono una conseguenza di “quella più ovvia”. Cominciando dagli spostamenti per raggiungere i campi volo o l’aeroporto che solitamente non sono in centro città e non si possono raggiungere con i mezzi pubblici o il taxi. Trovare una persona che ti accompagni e ti aspetti mentre fai la tua lezione non è facile. E in verità, se non ci fosse stato un grande amico, persona eccezionale, che la domenica mi portasse al campo volo, io quest’avventura non avrei potuto iniziarla neanche per sogno. Una difficoltà è anche quella di farsi accettare, conoscere e farsi prendere sul serio. Non puoi andare di punto in bianco in una scuola o da un istruttore e dire “sai, io sono cieca ma so pilotare e vorrei volare qui”. E ci ho anche provato, senza risultati, quando sono dovuta andar via dal vecchio campo, nonostante fossi già conosciuta nell’ambiente. Ricevi solo incoraggiamenti. Solo un istruttore mi aveva accolta nella sua scuola, avevamo fatto anche un volo e non ci sarebbero stati problemi se non fosse che l’aviosuperficie è a Nettuno e quindi, rispetto all’Urbe, per me molto più complicata e costosa da raggiungere. Ma sono comunque molto riconoscente a questa splendida persona. Tecnicamente parlando un grosso problema sono i manuali.

Potrebbe essere più precisa?

Per poterli leggere devo convertirli in digitale ed è un lavoro immane che se lo faccio da sola non è un granché, quindi devo rivolgermi ad un centro specializzato che, dopo aver scansionato i libri, correggono gli errori di scansionatura, li impaginano in modo da poterli leggere in modo scorrevole, cercano di rendere accessibili le tabelle o le figure aggiungendo qualche spiegazione. Insomma, un lavoro fatto bene e costosissimo. Le case editrici non hanno voluto fornirmi almeno il sorgente in digitale, neanche dietro mio impegno scritto a non divulgare e acquistando il libro regolarmente. Mentre all’inizio da un lato ho trovato molta curiosità, dall’altro continua ad esserci molta diffidenza e, perché no, anche pregiudizio. Ad ogni modo ho incontrato anche tantissima gente splendida che mi è stata vicina anche nei momenti più difficili come quello in cui sono stata costretta ad andar via dal club VDS dove avevo iniziato, perché ad alcune persone non stava bene quello che facevo, anche se in regola. Io ero disperata. Ero convinta che mi avrebbero strappato le ali. In quello stesso periodo avevo perso anche l’essere più importante della mia vita: la mia cane guida Elettra. Non è stato un bel periodo, ma, proprio perché nella vita siamo tutti una squadra, qualcuno è arrivato al momento giusto: già frequentavo le lezioni private di teoria all’Urbe. Il mio istruttore quindi mi ha presentata alla scuola ed ho cominciato una nuova avventura molto più bella ed interessante.

Quali i velivoli da lei pilotati?

Ho cominciato con uno Sky Arrow, che è un ultraleggero in tandem. Mi è capitato di pilotare in giro, perché invitata da altri istruttori, anche altri ultraleggeri come il Pioneer 200 e Tecnam P-92 che, tra l’altro piloto qualche volta anche all’Aeroclub di Roma nella versione certificata per l’aviazione generale. Presso l’Aeroclub di Pescara, di cui sono socia onoraria, ho volato con il Piper PA-28, mentre lo stage in Francia l’ho fatto sul Robin 400. Attualmente sono sul Cessna. Ho volato anche in aliante con il grandissimo maestro Pietro Filippini e mi piacerebbe continuare, perché l’aliante è una forma di volo, direi, mistica. Sentire il rumore dell’aria e come cambia durante le manovre. È davvero una bella sensazione. E poi le manovre acrobatiche,  praticamente per me l’essenza del volo. Sono stata invitata dall’Aeronautica Militare a provare il simulatore del C-130 presso la 46° Brigata Aerea di Pisa. Era un simulatore full motion e quindi potevo sentire i movimenti molto reali. È strano come un simulatore del genere riesca a darti la sensazione di essere su un aereo vero. L’istruttore, appena incontrato quella mattina, ha voluto provare a darmi le indicazioni con le mani sulle spalle ed è riuscito a farmi atterrare anche col simulatore. Era felicissimo più di me. Bellissimo anche il simulatore del T346 che ho provato presso il 61° Stormo di Galatina, praticamente la base di casa mia, quella da dove è partito tutto. Quello però purtroppo era statico. È stato molto emozionante. Anche quell’istruttore, ex Frecce Tricolori, mi ha ripetuto che sono migliore di alcuni dei suoi allievi vedenti. E anche se si fosse trattato solo di un complimento, me lo sono preso volentieri. Del resto, nella mia situazione e su di un simulatore statico, senza quindi poter sentire l’assetto con il corpo e l’apparato vestibolare, non avevo molte chance di eccellere. Ma l’emozione più grande l’ho provata la prima volta che ho potuto abbracciare l’MB-339, praticamente l’aereo che io volevo essere da piccola. Sono riuscita anche a salirci, ma in hangar e, tra l’altro, era senza motore. Ora mi chiedo: con altri dieci parcheggiati fuori pronti a decollare per i loro fantastici voli acrobatici, a me quello senza motore me dovevano dà! Ndr: ride

Nello specifico in che modo avviene il comando dell’aereo?

Una volta imparata la posizione di ogni comando sul cruscotto è un gioco da ragazzi gestirlo. L’istruttore mi legge gli indicatori e, nel caso di aereo in tandem mi da la posizione dell’aereo nello spazio, assetto, muovendo le mie spalle nella stessa direzione. Sugli aerei con i posti affiancati l’istruttore usa il mio ginocchio destro e su di esso fa delle leggere pressioni e trazioni corrispondenti alla posizione del velivolo. Per intenderci: se l’aereo ha un bank a destra, cioè l’ala destra più bassa, io ricevo una pressione sulla spalla destra se sono in tandem, mentre sull’affiancato l’istruttore mi fa una leggera trazione del ginocchio verso destra. Se l’aereo ha un bank a sinistra la pressione l’avrò sulla spalla sinistra nel tandem, mentre nell’affiancato l’istruttore spinge lievemente il mio ginocchio verso sinistra. Quando l’aereo ha il musetto in basso o in alto nel tandem entrambe le mie spalle ricevono rispettivamente una leggera spinta in avanti o una leggera trazione indietro, mentre sull’affiancato sento una leggera pressione sul ginocchio verso la parte frontale della rotula o verso la sommità. Ovviamente se io so che in quel momento l’assetto dell’aereo non è quello che dovrebbe essere, correggo immediatamente. Questo metodo è molto immediato, perché, mentre le parole necessitano di più tempo per essere elaborate sia per chi le pronuncia che per chi le riceve, il tatto è immediato. Inoltre l’istruttore in entrambe le situazioni ha i comandi a portata di mano: nel tandem stacca entrambe le mani dalle spalle, nell’affiancato ha la destra libera e la sinistra, con la quale usa il mio ginocchio, è praticamente appena sotto la manetta del gas.

Invece per quanto riguarda la navigazione?

Per quanto riguarda la navigazione mi comunica i punti di riferimento, i punti di riporto. Le comunicazioni radio le fai senza problemi come chiunque altro. In Francia Les Mirauds Volants stanno realizzando uno strumento molto utile, si chiama Soundflyer. Un computerino elabora i dati di un giroscopio e un gps e trasmette agli auricolari, da indossare sotto la cuffia aeronautica, dei suoni che cambiando di tono e di canale audio danno l’assetto dell’aereo. Praticamente una sorta di orizzonte artificiale acustico. Da un tastierino sul cosciale poi si possono richiedere le informazioni sulla rotta, la quota, la velocità al suolo, il variometro, le coordinate gps del campo, pronunciate da una sintesi vocale. Non fornisce la velocità all’aria perché non è collegato all’anemometro, in quanto è stato pensato per seguire il pilota su qualsiasi aereo, rendendolo autonomo ed evitando al velivolo modifiche che non potrebbero essere certificate. Questo Soundflyer consente una notevole autonomia a bordo, cosa però che non esclude nella maniera più assoluta la presenza dell’istruttore.

Le è capitata una qualche situazione in volo in cui ha dovuto fare i conti con la paura?

Finora no. Mi sento relativamente tranquilla, perché so di avere con me una persona professionalmente molto valida, ma so che se dovesse capitare qualcosa di serio devo lasciar intervenire il mio istruttore e, ove possibile, essergli in qualsiasi modo d’aiuto e non d’intralcio. Avere un po’ di paura è normale, perché la paura obbliga ad essere concentrati e attenti a quello che si fa. Il contrario sarebbe da incoscienti. Solo una volta con l’ultraleggero mi è capitato di sentire odore di benzina poco dopo il decollo. L’ho fatto notare al mio istruttore che non se n’era accorto e siamo subito tornati al campo. Erano i primi voli e quando lui ha detto subito “rientriamo.” mi è venuta un po’ d’ansia. La sicurezza in volo è la prima cosa. I rischi sono alti sia per chi vola che per chi è a terra. Al minimo sospetto di malfunzionamento è sempre meglio trovare un posto dove atterrare e verificare che tutto sia a posto. Solitamente poi gli aerei scuola sono sempre controllati e sicuri.

Come si gestisce la paura?

La paura si gestisce con la consapevolezza e la preparazione. Quando sai come risolvere una situazione, agisci di conseguenza. In volo la mente deve viaggiare più veloce dell’aereo, deve poter prevedere l’imprevedibile. Il volo è fantastico, ma non è un gioco. È una cosa molto molto seria e come tale va presa. Quanto più seriamente  lo si prende, tanto più può essere divertente.

In Italia vi è un’associazione di allievi piloti ciechi?

No. Sono l’unica e come tutti i primi faccio una gran fatica.

Vi sono dei manuali di volo in braille o mappe in rilievo?

In Francia hanno tutto. Ma in Francese ovviamente. In Italia altrettanto ovviamente non c’è nulla. Non solo per il fatto di essere io la prima, ma anche perché quando ho tentato di chiedere aiuto alle case editrici, e per aiuto non intendo gratis, bensì la versione digitale dei manuali al prezzo di copertina, sono stata trattata con sufficienza.

Chi è Sabrina quando non pilota un velivolo?

Visto che purtroppo Sabrina non può volare quando e quanto vorrebbe, quando è a terra cerca di far trascorrere nel miglior modo e più in fretta possibile il tempo fino al prossimo volo. Lavoro, perché mi servono i soldi per volare, studio, leggo, faccio attività fisica, musica a palla, poca tv e solo canali culturali. Vado spesso in Salento dai miei a farmi svegliare dalle formazioni del 61° Stormo che a volte già alle 8 di mattina sono in volo. Non c’è sveglia migliore. E mi torna un po’ di nostalgia: non corro più in giardino, ma cerco di seguirli con l’orecchio ed immaginare la traiettoria.

Che cosa rappresenta per lei il volo?

È la mia realizzazione. È la libertà e la gioia più grande. È un’emozione indescrivibile e difficile da spiegare a chi non vola. Quando sei lassù senti che è davvero l’unico posto dove vorresti essere. Sentire i movimenti dell’aereo che galleggia nell’aria, i colpi delle turbolenze che ti ricordano che l’aria è viva, il suono del motore, i G in una manovra particolare, sentire che tu sei l’aereo e l’aereo è te. Di sicuro non è guardare i panorami dall’alto. Mi perderò un buon venti per cento della storia, ma mi godo il restante ottanta. Se penso che c’è chi si limita solo a quel venti, non c’ha proprio capito nulla.

Che consiglio vuol dare alle persone che leggeranno la sua intervista?

Di provare a non considerare le persone con una qualsiasi disabilità dei poveri infelici i quali, quando invece riescono in qualcosa, diventano dei super eroi. Sono persone che semplicemente possono fare tutto o quasi, spesso in maniera e con metodi diversi, ma ottenendo gli stessi risultati o, se non del tutto simili, sicuramente altrettanto soddisfacenti. Bisogna invece provare a conoscere queste persone, capire come rapportarsi con questa diversità che in quanto tale non è affatto una inferiorità. I limiti di ognuno si superano insieme. Tutti abbiamo bisogno degli altri, anche chi si considera “normale” può aver bisogno di chi da lui viene considerato “diverso”. Quindi nessuno deve arrendersi. Bisogna quanto meno tentare e cercare l’occasione giusta, non ci possono essere scuse per non provarci.

Attualmente in cosa è impegnata?

Sono alle prese con il lavoro perché abbiamo l’uscita imminente di un prodotto e sto realizzando insieme ad una collega il manuale tecnico. Sto continuando a volare quando il meteo e la disponibilità del mio istruttore lo consentono, in media una volta a settimana. Cerco di studiare un po’ man mano che mi arrivano i capitoli dei manuali riadattati, ma ho dovuto rinunciare alle lezioni di teoria in presenza e online purtroppo non hanno molto senso se non posso vedere le slides. Del resto in questa situazione nessuno si preoccupa di quanto ci abbiano rimesso, al livello sociale, le persone con disabilità.

Progetti?

Prima di tutto, anche se può sembrare banale ma non lo è affatto, non smettere mai di volare. Vorrei approfondire il discorso aliante e mi piacerebbe molto anche avvicinarmi all’acrobazia con e senza motore. Appena raggiungerò il livello di preparazione adeguato, vorrei fare un bel volo lungo, magari a più tappe e gestito, nel gestibile ovviamente, tutto da me. Lo considererei come una sorta di “esame” a me stessa. Come fa “un pilota vero” anche se con l’istruttore accanto. Sarebbe sicuramente un bel traguardo e, senza dubbio, una bellissima esperienza. Diciamo che quest’ultimo più che un progetto rimane ancora un sogno, tanto perché in Francia lo fanno regolarmente, ma io sono in Italia. Per altre esperienze di volo, ci sono un po’ di promesse, ma io credo solo ai fatti.

Vuole aggiungere altro?

Vorrei solo ringraziare le tantissime persone, che mi permettono, e hanno permesso, tutto questo: i miei istruttori passati e presenti, la mia scuola di volo, l’Aeronautica Militare che mi ha sempre accolta e regalato esperienze straordinarie, le persone che mi accompagnano, una in particolare che mi ha per anni portata al campo volo, consentendomi così di poter cominciare e continuare questa avventura che diversamente non credo avrei potuto fare, e tutte le persone che insieme a me ci credono anche quando per qualche attimo sono io a non crederci più. Il sostegno di chi ti è accanto è molto importante. A tutte queste persone io sono estremamente grata. Senza di loro non sarebbe, e non sarebbe mai potuta essere, la stessa cosa.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Sabrina Papa, e ad maiora!


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Un commento su “Prima allieva pilota non vedente: intervista a Sabrina Papa

  • Luciano

    Complimenti a Sabrina, per quello che fa, per come lo fa, e soprattutto per lo spirito con cui lo fa! Mi preme sottolineare quanto afferma in ordine alle possibilità di una persona non vedente : contribuisce a sfatare il distorto stereotipo per cui un cieco non è una persona come le altre ma un poveretto, se non lo si conosce, o un genio, se vive semplicemente la propria vita come tutti gli altri.