Intervista al Comandante Alfa: socio fondatore del GIS 1


“Il GIS è riconosciuto in tutto il mondo per essere uno dei reparti più efficienti”

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Ci sono persone come il Comandante Alfa che non necessitano di grandi presentazioni, perché la presentazione se la sono fatta sul campo, combattendo sempre in prima linea e mettendo a rischio, e perfino a repentaglio la propria vita pur di salvaguardare quella degli altri. Il Comandante Alfa ha fatto tutto questo per il suo grande senso di appartenenza nei confronti dello Stato, ed è così che ha sempre lottato contro ogni forma di illegalità. Una vita, la sua, al servizio del GIS, ovvero il Gruppo Intervento Speciale, un reparto d’élite dell’Arma dei Carabinieri, impegnata in operazioni estremamente pericolose. Ha svolto il suo ruolo come Comandante del Distaccamento Operativo in maniera esemplare, riuscendo ad essere un leader per i suoi uomini che hanno sempre riposto in lui una grande fiducia. Del Comandante Alfa si conosce solo il suo nome in codice, ovvero Alfa, per tutelare la segretezza della propria identità, motivo per il quale il suo viso è sempre coperto dal mephisto. Di lui però si conosce bene il suo carisma, la sua grinta, e si sa che ha portato a termine, e con successo, missioni nazionali e internazionali, tanto da farlo essere ad oggi il Carabiniere più decorato d’Italia. Gli è stato conferito il riconoscimento di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, che è la più alta onorificenza militare italiana, poi la Croce d’Oro al merito dell’Arma dei Carabinieri e ancora la Medaglia Afgana Loya Jirga per l’operazione Corona, ma anche tante altre. Sledet.com ha intervistato il Comandante Alfa che con grande disponibilità si è raccontato.

La sua infanzia non è stata semplice. Vorrebbe raccontarci?
La mia infanzia è stata difficilissima. Sono nato a Castelvetrano in provincia di Trapani, dove abitava, poco distante da casa dei miei genitori, anche Matteo Messina Denaro, che come tutti sanno è il latitante mafioso più ricercato. Io non l’ho mai conosciuto, anche perché ha un’età diversa dalla mia. Ho giocato per tanti anni coi figli dei mafiosi e per essere accettato da loro, da bambino, ho dovuto fare delle cose che non erano nel mio Dna, come dimostrare menefreghismo nei confronti degli altri, dimostrare di essere forte e coraggioso usando violenza, o risolvere delle questioni per imprimere paura agli altri della nostra età. Nel nostro quartiere, se non con il permesso, non poteva entrare nessuno.

Quando si rese conto che quello che stava facendo era sbagliato?
Mi fecero ricredere certi episodi di bullismo di cui fui spettatore. Fu allora che mi resi conto che erano dei vigliacchi, perché la mafia è vigliaccheria, e io avevo dei principi che mi erano stati inculcati sia dai miei genitori che da mio nonno, come maestro di vita, che riguardavano la legalità e il rispetto, che erano fortemente in contrasto con quello che stavo facendo con questi ragazzi. Ricordo che i figli dei mafiosi avevano tutto: soldi in tasca, vestivano bene, avevano la bicicletta e non solo. Io da bambino non ho mai avuto una bicicletta. Ti svelerò un segreto: la prima bicicletta l’ho comprata con lo stipendio da Carabiniere, anche se poi non ci sono mai salito, era solo la sensazione di poter dire: anche io ne ho una! Tutto ciò che avevano questi soggetti veniva loro regalato con i soldi sporchi di sangue o con quelli che storcevano agli altri.

Quindi?
Quindi l’unica cosa da fare era ammettere che stessi andando dalla parte sbagliata. Non mi vergogno di dire che per un periodo della mia infanzia, qualche volta, ho attraversato quella linea immaginaria che divide il bene dal male. Per ottenere il rispetto queste persone usavano la violenza ma il rispetto non si ottiene così, si ottiene aiutando le persone che hanno bisogno, perché far del bene fa vivere bene.

Fu allora che decise di combattere contro questo tipo di personaggi?
Esatto. Ho donato tutta la mia vita a combattere questi personaggi che poi, siano essi camorristi, mafiosi, terroristi, non ha importanza: vanno catturati. Da allora ho sempre avuto questo senso di appartenenza nei confronti dello Stato.

Lei si arruolò in giovane età?
Sì, e devo dire che ho sacrificato tante cose per questa professione, perché questo è un lavoro che impone dei sacrifici ma è quello che volevo. Ho fortemente voluto questa vita, e da Carabiniere non sono diventato il Comandante Alfa dall’oggi al domani. Ho lavorato tanto e in questi ultimi quarant’anni la mia vita è stata molto operativa, sempre al fronte. Nessuno potrà mai dire che sono diventato Comandante Alfa perché sono stato aiutato, mi sono guadagnato tutto, e non rinnego niente di quello che ho fatto.

Ha iniziato come Carabiniere paracadutista?
Sì prima di lavorare nel Gruppo Intervento Speciale ero un Carabiniere paracadutista, poi quando ho iniziato nel GIS l’addestramento si è fatto specifico, considerando che questo doveva diventare un reparto altamente specializzato. Oggi il GIS è riconosciuto in tutto il mondo per essere uno dei reparti più efficienti. Gli uomini del Gruppo Intervento Speciale sono tra i migliori tiratori scelti, tra i migliori scalatori, tra i migliori incursori, e non solo.

Lei è il fondatore del Gruppo Intervento Speciale dei Carabinieri, meglio conosciuto con l’acronimo GIS: uno dei reparti d’élite impegnati in operazioni estremamente pericolose. Questo reparto all’epoca fu fortemente voluto dal Ministro degli Interni Cossiga?
Sì, infatti Cossiga per me è stato non solo il nostro Presidente, è stato anche un amico, era un grande uomo. Prima di essere un politico, era una persona che ci trasmise moltissimo, specialmente a noi che poi lo proteggemmo per un certo periodo quando diventò Presidente. Ci trasmise il senso di Stato, lo stesso che aveva anche lui. La gente diceva che era un guerrafondaio, e sì probabilmente lo era, ma lui era molto avanti agli altri. Pensava sempre alla sicurezza di noi italiani, perché diceva che un domani poteva venire chiunque nel nostro Paese e prenderci di sorpresa, così come di fatto sta capitando in tanti nazioni.

Il suo viso è coperto con il mephisto. Cosa significa vivere nell’ombra?
Significa essere protetti e proteggere. Devo comunque dire che non mi ha mai creato alcun problema, è una cosa a cui sono abituato.

Il suo lavoro è sempre stato all’insegna della legalità sia nel nostro Paese che all’estero. Come definisce la legalità?
La legalità è la libertà di movimento. Posso assicurarti che questo è un potere immenso.

Che cosa intende dire?
Intendo dire che con la libertà di movimento le persone possono andare dove vogliono senza la paura che le forze di polizia possano arrivare improvvisamente ed arrestarli, o che qualcuno del loro stesso stampo possa trovarli e far loro del male.

Lei catturava questo tipo di personaggi che non avevano libertà di movimento. È corretto?
Sì nel corso della mia carriera ho catturato tantissime persone che avevano il potere dei soldi ma non la libertà di movimento e che quindi erano costretti a vivere in una buca di due metri per due, come topi, sapendo che prima o poi le forze di polizia li avrebbero trovati e avrebbero presentato loro il conto, perché è così: prima o dopo questi personaggi vengono presi. Quindi non ci sono soldi che possano equipararsi alla libertà di movimento. Senza un euro in tasca posso andare dove voglio, ma se ho le tasche piene di soldi fatti illegalmente non me li posso godere perché devo sempre guardarmi le spalle.

Quando catturavate criminali estremamente pericolosi, in che modo vi rapportavate?
La violenza gratuita il GIS non l’ha mai applicata. Io quando sento che un Carabiniere o un Poliziotto eccede mi dissocio, perché bisogna avere rispetto delle persone, di tutte le persone, indipendentemente da chi esse siano. Il rispetto è alla base di tutto.

Qual è il compito del GIS?
Assicurare alla giustizia chi ha commesso un reato, e quelli che prendiamo noi hanno commesso reati pesanti, perché certamente non ci chiamano per catturare un semplice criminale ma è ovvio che deve essere un latitante pericoloso, un criminale pericoloso, un terrorista con ostaggi, senza ostaggi ma tutto questo è anche normale, altrimenti non saremo un reparto speciale. Con questi ricercati è come se ci fosse una continua competizione: loro cercano di scappare e noi di prenderli.

Tante le missioni nazionali e internazionali da lei svolte. In queste missioni non vi sono regole di ingaggio?
Certo anche perché il “modus operandi” cambia, e cambia perché non ci sono regole di ingaggio, perché non si combatte un esercito regolare ma si combattono mandrie di terroristi o mandrie di persone che credono che tu sia un invasore.

Dopo queste missioni che cosa si portava a casa?
Le immagini di tutti quei bambini che pagano le colpe di quei grandi. Bambini che incontri sul ciglio della strada mal vestiti, infreddoliti, e che hanno fame e ti chiedono da mangiare. Sono queste le cose che poi ti rimangono quando torni da una missione all’estero, non rimangono le immagini dei conflitti a fuoco. Io vorrei che i nostri giovani si rendessero conto di come sia difficile per quei bambini sopravvivere in quei luoghi.

I nostri politici continuano a farci credere che l’Italia va in questi Paesi in “missione di pace”. Mi consenta sia lo scetticismo che la domanda: ma siamo proprio sicuri che siano missioni di pace?
No! È una missione per la pace, è diverso! Se vai in pace ci vai senza armi. Se vuoi fare una missione di pace, allora ci vai come ci vanno i medici o le organizzazioni umanitarie, ovvero senza armi, ma noi in quei Paesi andiamo per fare una missione per la pace, e per la pace, a volte siamo costretti anche a combattere. E purtroppo abbiamo avuto le nostre vittime in quei territori.

Cosa può dire riguardo al terrorismo?
Tutto il mondo adesso ha un problema e questo è il terrorismo islamico, e noi non ne siamo esenti. Se non è successo niente è per le capacità delle nostre Forze dell’Ordine, della nostra Intelligence di snidare in anticipo questi terroristi, poi è chiaro che può essere anche una questione di fortuna. Noi siamo riusciti a creare una squadra che va dai reparti speciali, all’Arma territoriale, alla Polizia, all’Esercito a tanti altri professionisti, e il GIS lavora tantissimo con ognuno di loro. Abbiamo lavorato tutti insieme sugli aerei, sulle metropolitane, sui treni, sui pullman per garantire la sicurezza contro attacchi terroristici.

A suo avviso sono più pericolosi i gruppi di terroristi o i lupi solitari?
Difficilmente adesso vedremo delle organizzazioni terroristiche tipo quelle dell’11 settembre, sia per questioni economiche, di uomini e di addestramento. I lupi solitari sono pericolosissimi, anche perché difficilmente identificabili. Questi però a loro volta vengono sfruttati dall’Isis che ne fa la rivendicazione dicendo che fanno parte della loro organizzazione, ma non è vero che tutti i lupi solitari ne fanno parte.

Potrebbe essere più preciso?
Sono delle persone che vengono radicalizzate attraverso you tube, attraverso internet, e in parte seguono quella causa, ma non sempre fanno parte di un’organizzazione terroristica. Sono chiamati lupi solitari per quello. Fa comodo all’Isis raggiungere il loro obiettivo di destabilizzare e creare paura e terrore attraverso di loro.

Avete pianificato e organizzato gli obiettivi più sensibili nel nostro Paese?
Certo. Abbiamo pianificato e organizzato tutti gli obiettivi che noi riteniamo sensibili in tutto il territorio nazionale.

Una squadra completa è formata da diversi professionisti del settore?
Sì, come può essere il GIS, l’Intelligence e non solo, ma credo che manchi ancora un tassello a questa squadra.

Sarebbe?
La popolazione.

Che cosa intende dire?
La popolazione deve capire che l’Italia non è solamente nostra, e quando dico nostra, mi riferisco a tutte le Forze dell’Ordine. L’Italia è di tutti noi e abbiamo il dovere di difendere i nostri territori.

In che modo?
Se sentono qualcosa, se vedono qualcosa, devono avvertire la Polizia o i Carabinieri. Solo così si possono evitare conseguenze molto serie.

Lei ad oggi è il Carabiniere più decorato d’Italia. Le è stato infatti conferito il riconoscimento di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, che è la più alta onorificenza militare italiana, la Croce d’Oro al merito dell’Arma dei Carabinieri, ancora la Medaglia Afgana Loya Jirga per l’operazione Corona, e tante altre. Tutte queste rappresentano delle grandi soddisfazioni per le sue missioni?
È vero che ho tantissime decorazioni e riconoscimenti, ma le vere soddisfazioni me le porto dentro. Le vere soddisfazioni le ho avute quando sono riuscito a ridare un sorriso a tutte quelle persone che pochi attimi prima stavano soffrendo. Non ci sono medaglie o decorazioni che possano in qualche modo reggere il confronto. Quei sorrisi sono quelli che mi hanno sempre ripagato dei sacrifici e dei rischi che ho affrontato nel corso della mia carriera. Ricordo la famiglia della piccola Patrizia Tacchella, la bambina che venne sequestrata e che dopo una lunga prigionia riuscimmo a trovare scovando il nascondiglio dei sequestratori. L’aver riportato a casa la bambina e vedere il sorriso di quella famiglia, è stata una grande soddisfazione. Sono queste le cose che mi hanno dato gratificazione.

Fu proprio durante la liberazione della piccola Patrizia Tacchella che lei dimostrò tutta la sua umanità togliendosi il mephisto dal viso. La piccola Tacchella fu l’unica ad aver visto in faccia il Comandante Alfa. Perché scelse di farsi vedere?
Mi venne spontaneo togliermi il mephisto. La bambina quando ci vide si spaventò, anche perché quando siamo in Operazione sia come armatura che come vestiario, psicologicamente facciamo paura. Davanti al suo spavento non c’era altro da fare, dovevo toglierlo per tranquillizzarla. Ricordo che le dissi: siamo Carabinieri, ti portiamo a casa!

Se togliersi il mephisto non fu una scelta studiata, si può invece dire che lo fu l’abbraccio che diede alla piccola?
Andai ad abbracciare la piccola per due motivi ben precisi. Uno perché quella bambina con quel visino e quegli occhialoni rappresentava in quel momento la figlia di noi tutti, anche perché noi del GIS, metaforicamente parlando, l’avevamo adottata. L’altro motivo, quello principale, era il voler fare da scudo alla bambina, senza farle comprendere la criticità del momento. Stavo aspettando che gli operatori mi dicessero che era tutto libero e che l’obiettivo, come si dice in gergo tecnico, “era stato bonificato”. Non potevo permettere che la bambina corresse dei rischi, anche perché sapevo benissimo che vi era la possibilità di un conflitto a fuoco, per questo per me era giusto proteggere lei con il mio corpo.

Il lavoro del GIS è all’insegna della riservatezza. Parlando di missioni si viene avvisati molto tempo prima del luogo e dell’operazione che si andrà a svolgere?
No assolutamente! L’allarme funziona in questo modo: loro ti chiamano e tu devi sempre essere a disposizione; pronto a partire, anche perché molte volte non c’è alcun preavviso e non sai nemmeno dove stai andando, si viene informati del luogo e della missione per strada.

Lei in veste di Comandante del Distaccamento Operativo, insieme ai suoi uomini, dovevate essere sempre pronti alla missione improvvisa, o meglio dire entro trenta minuti dalla chiamata dovevate partire. È corretto?
Sì bisognava essere sempre pronti in qualsiasi momento della giornata, ma anche tutt’ora i ragazzi entro trenta minuti devono essere pronti a partire, ventiquattro ore su ventiquattro. Non importa quello che stai facendo, in qualunque posto ti trovi devi lasciare tutto e andare in missione. Per questo motivo gli uomini del reparto devono credere fortemente in quello che fanno.

Chi può far parte del GIS?
Solamente i Carabinieri paracadutisti, perché la nostra casa madre è il Reggimento Carabinieri paracadutisti “Tuscania”. Gli uomini del GIS vengono arruolati solo da questo Reggimento.

Per quale motivo possono far parte del Gruppo Intervento Speciale solo i Carabinieri paracadutisti?
Perché possiedono i requisiti tecnici per poterne far parte. Sono infatti forti fisicamente e mentalmente.

Come avviene la selezione?
La selezione si basa sulla testa del ragazzo, perché senza dubbio l’arma più efficace è il cervello.

Chi non volete nel GIS?
Spesso quando si parla di reparti speciali si pensa a dei Rambo, invece posso assicurare che noi i Rambo non li vogliamo.

Che cosa intende dire?
Intendo dire che noi vogliamo ragazzi che abbiano la voglia di sacrificarsi, di fare moltissime fatiche, più mentali che fisiche, che siano dei pensanti e che sappiano inserirsi nel gruppo, perché noi siamo una squadra e individualmente non si lavora.

Che cosa bisogna essere disposti a fare in questi reparti per la squadra?
Ognuno dei componenti della squadra deve essere disposto a sacrificare la sua vita per salvaguardare quella del collega. Noi siamo amici prima di essere colleghi. Siamo fratelli, poi siamo colleghi. Voglio precisare che tutti i reparti speciali sono così, non solo il GIS.

Quanto è importante la sincerità tra gli uomini della squadra, senza timore di essere giudicati?
È molto importante. Questo senso di squadra, di gruppo, nel voler aiutare chi ne ha bisogno senza isolarlo ma cercando di capire. Noi siamo sinceri, leali fra di noi, e questo vuol dire molto.

Potrebbe essere più preciso?
Quando uno non se la sente più di far parte del GIS non viene giudicato per la sua scelta, anzi, viene premiato per la sua lealtà. Gli uomini del GIS non possono bleffare, lì si rischia la vita, non solo la loro ma anche quella degli altri. Per questo motivo è importante essere convinti di quello che si fa. In questo lavoro si sanno i rischi ai quali si va incontro, anche perché si è consapevoli che ogni missione potrebbe essere l’ultima, stiamo infatti parlando di missioni molto pericolose. Sicuramente in questo lavoro comunque ci vuole anche fortuna.

Lei ne ha avuto?
Io ho avuto tantissima fortuna. Mi sono fatto male, ma non da impedirmi di continuare a lavorare nel reparto.

Durante queste missioni pericolose le è capitato di avere paura?
La paura c’è sempre, deve esserci, deve esistere, perché poi si trasforma in coraggio. Il coraggio è vincere la paura. Se tu vinci la paura, quello è coraggio, che poi si trasforma in adrenalina. Se tu non hai paura sei uno squilibrato mentale.

Cosa intende dire?
Intendo dire che se un uomo del reparto non ha paura, non è gestibile. È attraverso la paura che si diventa gestibili. Il grande Falcone disse: la paura esiste più o meno in ognuno di noi, però bisogna avere la forza di saperci convivere e non farci condizionare.

Ogni componente della squadra ha un compito ben preciso?
Noi siamo una squadra e ognuno di noi ha un compito, e questo compito bisogna svolgerlo in maniera eccellente e perfetta.

Qual è il motto del GIS?
Il nostro motto è quello di sparare il meno possibile e risolvere questioni difficili.

Come si può ottenere questo risultato?
Con la rapidità e la precisione. Solo così non dai il tempo al nemico di avere una reazione, e per fare questo bisogna addestrarsi. Il nostro primo Comandante diceva: più sudore, meno sangue.

Ovvero?
Voleva dire: più ti addestri, più sei veloce e preciso, e conseguentemente si avrà minor spargimento di sangue, perché non sarai costretto a fare fuoco. Addestramento quindi nel saper svolgere il tuo compito, nell’apprendere le tecniche talmente bene da essere veloce nell’applicarle così da non lasciare il tempo di reagire al nemico.

Se reagisce cosa fate?
Se dai al nemico il tempo di reagire sei costretto a usare le armi. Per questo non bisogna dar lui il tempo di reagire, per far si che non rischiamo né noi e né loro. Siamo Carabinieri prima di essere operatori del GIS. Il Carabiniere non è un giustiziere. Posso assicurarti che è facile entrare e sparare, e noi del GIS sappiamo sparare bene, anche perché è una delle nostre priorità in addestramento, quindi, sarebbe troppo facile!

Qual è stata la missione che le ha lasciato l’amaro in bocca?
Sinceramente non credo ve ne siano. Forse l’unico rammarico è quello di non aver catturato Matteo Messina Denaro.

Il GIS negli anni è cambiato?
È cambiato moltissimo.

In cosa è cambiato?
È cambiato nell’equipaggiamento, nella tecnologia. I primi quindici anni è stato difficile essere un operatore del GIS. Adesso è molto più semplice perché la tecnologia ti aiuta molto, anche se ci vuole sempre l’uomo che la fa funzionare in maniera eccellente. C’è stata un’evoluzione ma c’è stata un’evoluzione anche da parte del nemico, quindi da ambo le parti.

Nel GIS vince la squadra?
Sì è la squadra quella che vince, da soli non si riesce a far nulla. Certamente se non avessi avuto un reparto di talenti, dove si rema tutti nella stessa direzione, non avrei avuto una vita professionale entusiasmante, perché poi io ho avuto una vita entusiasmante in tutti i sensi.

Il GIS ad oggi è uno dei reparti più efficienti al mondo?
Sì e pensare che siamo partiti con le “pezze nel sedere”, molte cose ce le siamo comprate da noi o le abbiamo create artigianalmente ma siamo riusciti a portarlo ad essere uno dei reparti più efficienti al mondo.

Cosa può dire riguardo la nostra Intelligence?
La nostra Intelligence è una delle migliori al mondo, ma la gente non lo sa, perché pensano che negli altri Paesi siano migliori, ma non è così.

Lei è diventato anche istruttore del GIS qual è stata la soddisfazione che ha provato nell’insegnare ai ragazzi questa professione?
Quando sono diventato istruttore è stata una soddisfazione immensa insegnare ai ragazzi tutto quello che avevo acquisito nella mia lunga carriera, le tecniche, le sensazioni reali provate durante le missioni.

Le ha pesato questo stile di vita?
Quando si fa la scelta di servire la Patria, lo si fa per sempre, quindi le rinunce, i sacrifici, le fatiche mentali e fisiche si fanno volentieri e non pesano.

Cosa ha rappresentato per lei il GIS?
La mia vita! La mia famiglia. Mia moglie mi diceva sempre: la tua prima famiglia è l’Arma dei Carabinieri e il GIS. Ho fatto circa quarant’anni insieme alla mia squadra, e quei ragazzi sono fratelli e non ci sarà mai lo stacco con loro. Però nel frattempo sono felice di aver contribuito a l’evoluzione di questi uomini.

Chi è il Comandante Alfa?
Il Comandante Alfa è una persona che ha raggiunto il proprio obiettivo e ha fatto la vita che voleva fare sempre in prima linea per quarant’anni. Il Comandante Alfa ha questo senso forte di Stato, di appartenenza, ha sempre aiutato i più deboli, ha combattuto contro qualsiasi forma di violenza. Alfa è un ragazzo che non ha mai avuto velleità di andare al cinema, di andare in discoteca o di andare a divertirsi, perché ha sempre pensato a fare il proprio mestiere e a farlo nel miglior modo possibile per rendersi utile alla collettività. Questo è il Comandante Alfa, una persona che è partita da zero, che ha osato, ha sbagliato ma che alla fine ha vinto.

Chi era il Comandante Alfa quando non era in missione?
Ho sempre scisso le due cose. Io quando uscivo dalla caserma diventavo il papà, il marito e cercavo di sfruttare tutti i momenti liberi con loro. Quando invece uscivo di casa ero un Operatore del GIS pronto a partire in qualsiasi momento e per qualsiasi missione nazionale e internazionale.

Perché Alfa?
Perché essendo uno dei soci fondatori, Alfa si adattava bene, e poi essendo stato per tantissimi anni al comando di un Distaccamento Operativo mi chiamavano Comandante. Alfa invece perché questo è l’iniziale del mio nome. Essendo il loro Comandante era giusto che fossi io a infondere loro coraggio ed essere quindi il primo ad avanzare in ogni irruzione. Diciamo che è diventato un marchio, e sono diventato un personaggio senza volerlo.

Lei va anche nelle scuole e parla ai ragazzi, inviando loro degli specifici messaggi. Quali per la precisione?
Quando vado nelle scuole parlo ai giovani della mia infanzia, anche perché sono loro il futuro, saranno loro le generazioni che faranno cambiare in meglio la nostra nazione. Ai giovani dico che non esistono obiettivi irraggiungibili, gli obiettivi sono tutti raggiungibilissimi se si crede fortemente in sé stessi. Spiego loro, che alle prime difficoltà non devono piangersi addosso, perché così facendo sprecano energia inutilmente, invece questa energia devono impiegarla per ripartire più forti, più decisi e più tenaci di prima. Solo così si possono raggiungere tutti gli obiettivi.

Lei è molto impegnato nel sociale infatti i proventi che guadagna dalla vendita di tutti i suoi libri, gli da sempre in beneficenza. Mi permetta di chiederle a chi vengono dati?
I soldi vengono dati agli ospedali e ai reparti pediatrici. Per intenderci, nell’ospedale di Castelvetrano le mamme non avevano neanche le sedie relax per poter allattare i bambini, o star vicino ai propri figli quando questi stavano male, è per questo che mi è sembrato giusto intervenire. A me i soldi non interessano, è la qualità della vita quella che conta.

Cosa ha scoperto dopo il GIS?
Ho scoperto un altro mondo dopo il GIS. Sto scrivendo il quarto libro: “La mia vita dopo il GIS”, posso dire di aver riscontrato tanto affetto da parte della popolazione italiana. Però devo dire anche una cosa, il fatto di essere diventato un personaggio ha attirato anche tante invidie, e questa non è una cosa bella.

Qual è stata la cosa che le è dispiaciuta di più nel suo lavoro?
C’è un’unica cosa che mi dispiace tanto, ed è quella di aver coinvolto la mia famiglia in questi sacrifici e in queste rinunce. Mi dispiace aver coinvolto i miei figli, perché non hanno avuto sempre un papà presente quando ne hanno avuto bisogno, mi dispiace per mia moglie, che quando aveva bisogno della figura del marito non c’era. Però le sono molto grato, perché senza di lei non sarei riuscito. Sarei arrivato a un bivio dove sarei stato costretto a scegliere o il lavoro o la famiglia, e sicuramente avrei scelto la famiglia, perché il lavoro come Carabiniere l’avrei trovato, ci sono tante specializzazioni nell’Arma, la famiglia invece è solo questa.

Che consiglio può dare ad un giovane che vorrebbe intraprendere la carriera del Comandante Alfa?
Ai giovani dico che se vogliono una vita piena di soddisfazioni, una vita non noiosa, il GIS è a doc per loro. È un lavoro dove ci vuole tantissimo carattere e bisogna cercare di conoscere il proprio potenziale. Bisogna sfidare sé stessi per cercare di capire dove si può arrivare, e questo lo si scopre prova dopo prova.

Progetti?
Entro quest’anno aprirò una sorta di accademia, che in un certo senso vorrei che sostituisse il Servizio di leva. Sta nascendo a Castelnuovo di Porto vicino a Roma e ci saranno poligoni, piscina, maneggio, per citarne alcuni e inoltre, ci sarà un ostello dove i ragazzi potranno alloggiare mentre frequenteranno l’accademia. Oltre a queste cose, insegneremo ai ragazzi a fare le pulizie, a farsi il letto, cercheremo di tirare su di loro il senso di patria, cercheremo in un certo senso di educarli e in aggiunta toglieremo loro il cellulare, così saranno costretti a dialogare fra di loro e non tramite un telefonino.

Col senno di poi cambierebbe qualcosa in quello che ha fatto?
Professionalmente parlando rifarei tutto, compreso gli errori, perché ho imparato che con gli errori e gli sbagli si cresce.

Sledet.com ringrazia per l’intervista il Comandante Alfa, e ad maiora!


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Un commento su “Intervista al Comandante Alfa: socio fondatore del GIS

  • Andrea

    Semplicità ed umanità , racconto essenziale e umile. Interessante il progetto di una accademia similmilitare, potrebbe essere estesa anche a persone adulte che vogliamo fare una esperienza complessa e polivalente.
    Grazie dei suoi sacrifici, non ha dimenticato che l’arma è degli italiani, non del potere.