Intervista a Davide Cortesi, uno scrittore e un vero artista


“Chi ha ucciso Anthony Hosbourne?” è un tuffo diretto nel passato, in quel principio di anni Trenta, con il fervore e l’atmosfera tipici del periodo

Intervista di Laura Gorini

E’ un vero vulcano il bresciano Davide Cortesi. Sceneggiatore, regista e scrittore, ha appena dato alle stampe per Rossini Editore il suo romanzo giallo intitolato “Chi ha ucciso Anthony Hosbourne?”. Di questo e di molto altro ancora abbiamo parlato in questa chiacchierata a cuore aperto, avvenuta nel centro cittadino della Leonessa d’Italia, la sua amata città.

Davide Cortesi, scrittore e sceneggiatore e regista, quale ruolo è nato prima e quale senti ti calzi maggiormente a pennello e perché?

Il ruolo di scrittore è stato il primo a impossessarsi di me ma, dato il mio remoto amore per il cinema e per il teatro, il ruolo di sceneggiatore e di regista teatrale ne è stato una diretta conseguenza. Non saprei dire quale ruolo senta mi calzi maggiormente, sono tutti ruoli egualmente entusiasmanti e appassionanti, ma che hanno una matrice in comune: la creatività.

Hanno tutti a che fare con l’arte, ma quale è la tua definizione di essa?

Sai di aver creato qualcosa di artistico non tanto quando riesci a comunicare qualcosa di originale, ma quando riesci a comunicarlo nel modo più intenso e più diretto.

Il settore dello spettacolo e artistico è stato uno dei più colpiti della pandemia, come mai ancora oggi chi opera in tale settore non è considerato un lavoratore a tutti gli effetti?

E’ radicato in molti ambiti il pregiudizio che chi ha a che fare con l’arte o con il mondo della cultura o dello spettacolo non sia un lavoratore come gli altri, come se fosse dotato di minor preparazione o professionalità, immagino per il fatto che spesso le attività artistiche siano collegate a momenti ludici, di relax o di svago. Non si considera che questo mondo è ricco di persone che hanno intrapreso anni di studi per imparare, approfondire e migliorare il proprio lavoro, spesso accompagnati da lunghissime gavette, proprio come in tutti gli altri mestieri.

Tu ti sei laureato di recente in questa disciplina in tale direzione, credi che sia dunque fondamentale possedere una laurea per svolgere al massimo il proprio operato nel mondo artistico?

Credo sia vivamente consigliabile. Le conoscenze e le capacità che ho potuto approfondire sia durante la laurea triennale che in quella magistrale sono state di enorme importanza per la mia formazione artistica, culturale e personale. Hanno migliorato non solo le mie capacità di approfondimento del lavoro artistico, indipendentemente dal campo specifico, ma anche il mio modo di approcciarmi a esso.

Tu ci sei rientrato con la pubblicazione di “Chi Ha ucciso Anthony Hosbourne?” ma ci vuoi raccontare la genesi del romanzo?

L’idea mi è venuta durante un soggiorno estivo in Liguria, terra che io adoro, mentre osservavo un mare leggermente increspato e dei meravigliosi scogli. L’ambientazione in un rinomato hotel degli anni Trenta e i primi personaggi hanno iniziato senza cercarli ad affollare la mia mente. E a poco a poco è nata la storia.

Con quali parole lo descriveresti a chi ancora non ha avuto il piacere di leggerlo?

“Chi ha ucciso Anthony Hosbourne?” è un tuffo diretto nel passato, in quel principio di anni Trenta, con il fervore e l’atmosfera tipici del periodo. Credo che il lettore si senta parte del clima del tempo fin dalle primissime pagine del romanzo, proseguendo la storia tra un colpo di scena e l’altro, tra i sospetti che colpiscono tutti i personaggi principali del libro, fino alla spiazzante soluzione dell’enigma.

Puoi rivelarci, senza spoilerare troppo quale sia il personaggio a cui ti senti maggiormente legato e più vicino a te e perché?

Mi sento molto legato all’investigatore, Demetrio Helleniko. E’ molto riflessivo, come lo sono io, attento e interessato alle dinamiche sociali che si instaurano tra gli individui.

Se lo avessi accanto ora che cosa ti sentiresti di dirgli?

Di non cambiare mai!

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