Ex calciatore, opinionista e allenatore: intervista a Gianni De Biasi 1


“Lo spogliatoio è una componente decisiva per i successi finali di un gruppo di lavoro”

Intervista di Desirè Sara Serventi

Ex calciatore, opinionista e allenatore, stiamo parlando di lui, Gianni De Biasi, un nome che ha fatto la differenza, soprattutto in Albania, quando ha rivestito il ruolo di Commissario Tecnico della Nazionale Albanese riuscendo a portare la squadra a dei grandi risultati. Idee ben chiare su quello che vuole e grandi capacità motivazionali, caratteristiche queste che sono di grande aiuto sul campo ai giocatori. De Biasi è un professionista che ha sempre curato il clima nello spogliatoio perché ben consapevole che questo rappresenti una componente decisiva per i successi di un gruppo di lavoro. Si è sempre impegnato a cucire il modulo di gioco ai giocatori e non viceversa, infatti è così che ha sempre messo i suoi calciatori nelle condizioni di esprimersi al meglio. Attualmente è impegnato in Rai con Novantesimo minuto, ma la grinta che continua ad avere fa sì che sia alla ricerca di qualcosa che gli dia emozioni, facendogli così rifiutare senza alcun ripensamento le proposte che non sono in grado di fargli provare vibrazioni. Sledet.com ha raggiunto Mister Gianni De Biasi che ha parlato dei suoi lavori.

Sono sempre più i calciatori che terminata la carriera sui campi, diventano poi allenatori. Sembrerebbe quasi un passaggio scontato?
Diciamo che non è così scontato che una persona che ha fatto il calciatore, possa fare anche l’allenatore. Sicuramente deve essere dotato di una certa leadership all’interno di un gruppo, caratteristica questa, che è ben evidente fin da adolescenti e che, col passare degli anni, viene messe sempre più in risalto.

Nel suo caso specifico, come è nata la scelta di diventare allenatore?
Nasce dal fatto che volevo cercare di dare sfogo a quella che era un po’ la mia creatività, la mia voglia di tenere insieme le persone, di motivarle, e poi da lì ho fatto le prime esperienze, prima nel settore giovanile per un paio di anni, e poi mi son buttato subito in prima squadra. E’ così che è iniziata la mia carriera in veste di allenatore.

Qual è la prima cosa che diceva ai suoi calciatori?
Innanzitutto spiegavo che quando si fa uno sport di squadra, bisogna ragionare col noi, e non con l’io. Se si vuole anteporre gli interessi privati agli interessi di squadra, diventa problematico raggiungere gli obiettivi prefissati.

Come si rapportava con i ragazzi?
Ho cercato sempre di relazionarmi con i giocatori senza pormi sullo scranno, in quanto mi piace mettermi sullo stesso piano. Questo secondo me è un aspetto importante, infatti, in base a come uno si rapporta con gli altri, riceve il dovuto rispetto, indipendentemente dal ruolo rivestito. Una persona può avere tutti i ruoli che vuole, ma se non ha un minimo di credibilità in quello che dice e in quello che fa, difficilmente potrà essere un trascinatore o una persona che potrà ottenere il rispetto dai calciatori che deve gestire.

Ci vuol parlare della sua esperienza come Commissario Tecnico della Nazionale Albanese?
Sinceramente è stato un successo più grande di quanto io potessi minimamente immaginare. E’ stata un’esperienza straordinaria. Posso dire che dallo staff tecnico, ai calciatori, a tutti coloro che hanno collaborato con me, vi è stata una collaborazione totale. Lavorando con loro sono riuscito a far venir fuori il concetto di squadra, nel vero senso della parola, dove tutti hanno recitato una parte per raggiungere un obiettivo comune.

Questa esperienza ha arricchito il suo bagaglio formativo?
Sicuramente, anche perché sono andato in una realtà che non conoscevo minimamente. Prima di andare in Albania in veste di allenatore della squadra, non avevo mai neanche ipotizzato di poterci andare, né come visitatore né come lavoratore. Poi chiaramente, una volta andato, mi sono impegnato più che potevo per migliorare la situazione, anche perché, mi trovavo difronte a una realtà che era differente da quella cui ero abituato.

Come è riuscito nel suo intento?
Avevo dentro di me un entusiasmo talmente grande, che riuscì a trasferire anche nei ragazzi che mi seguirono in tutte le mie direttive.

Qual è stata la difficoltà più grande, lavorativamente parlando, nella nazionale albanese?
La difficoltà più grande è stata quella di cambiare una mentalità. La mentalità non è facile da cambiare perché è una sommatoria di tanti piccoli comportamenti che quotidianamente uno sviluppa e che poi, per modificare, è di una difficoltà estrema. Credo che quello sia stato il problema più grande, anche perché i giocatori che avevo a disposizione, mi sembrava che si accontentassero dei risultati minimi che avevamo ottenuto all’inizio, e questo a me non poteva assolutamente andar bene.

Quindi cosa fece?
Lavorai sulla motivazione insegnando loro, che non bisogna mai accontentarsi nella vita, anche se potrebbe sembrare di aver raggiunto qualcosa. Questo è stato l’aspetto più difficile e più importante da inculcare ai miei giocatori, ma l’insegnamento è stato appreso, anche perché il loro atteggiamento è cambiato, e con esso i risultati.

Qual è il trucco per arrivare nel migliore dei modi ad una partita?
Innanzitutto bisogna prepararsi su quello che può fare una squadra e al tempo stesso, bisogna conoscere gli avversari che si sfideranno. Io dico sempre che: se tu conosci il tuo avversario hai una facilità nel raggiungere l’obiettivo che ti prefiggi. E’ chiaro che solo questo non basta, perché bisogna cercare di lavorare e di credere fortissimamente che è possibile ogni risultato. Non bisogna mai crearsi delle barriere mentali o degli ostacoli, perché questi a lungo andare possano condizionare a un punto tale che, potrebbe sembrare che gli altri siano decisamente più forti.

Alcuni sostengono che la fase più importante per mettere in atto le strategie del campionato e lavorare sugli atleti sia la preparazione estiva. Lei è d’accordo?
Diciamo che è un importantissimo primo mattone, però se poi vengono tralasciati altri aspetti, quello da solo non basta a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Qual è la sua filosofia di gioco?
A me piace avere una squadra molto equilibrata, ovvero, una squadra che in campo si aiuta e che gioca in modo compatto, con grande ritmo e con la giusta aggressività.

Quale modulo di gioco utilizzava?
Devo dire che ho usato tutti i moduli di gioco, ma credo che bisogna cercare di cucire il modulo, in base a quello che è il gruppo di giocatori che si ha a disposizione.

In che modo?
Io ho sempre cercato, attraverso un gioco organizzato, di mettere nelle condizioni i giocatori che avevo a disposizione ad esprimersi al meglio. Il gioco deve aiutare il giocatore, e non deve certamente costringerlo a fare delle cose che sono innaturali per lui.

A suo avviso che caratteristiche deve avere un allenatore?
Deve essere innanzitutto semplice, convincente, e deve essere al tempo stesso, una persona che crede fortissimamente nei propri giocatori. Un aspetto importante inoltre è quello di capire quanto un allenatore riesce a trasmettere in termini di convinzione nelle conoscenze che ha, ai giocatori, anche perché queste conoscenze serviranno per raggiungere l’obiettivo finale, che è quello di giocare bene, di essere brillanti, convinti di quello che hanno difronte e delle possibilità di successo.

A miglior partita corrisponde miglior prestazione?
Normalmente sì. La miglior partita per me è intesa come si sviluppa il gioco, come si difende, come si riesce ad arrivare al novantesimo minuto con il risultato positivo, solo così si vincono le partite, e a me piace vincerle.

E’ importante avvisare gli atleti sui lavori che andranno a svolgere?
Prima di ogni allenamento ho sempre spiegato quello che saremmo andati a fare e quali gli obiettivi dell’allenamento. Credo che sia fondamentale per cercare di conoscere qual è il punto nostro di arrivo e quali sono gli strumenti che adopereremo per raggiungerlo.

I ragazzi vengono monitorati col Gps, questo è uno strumento importante?
Beh questo è uno strumento che serve molto per cercare di capire se riusciremo a raggiungere il massimo a livello prestazionale dei vari calciatori, però la componente fondamentale per me è la testa. La testa si fa fatica a monitorarla col Gps. “Ndr ride”

Quindi?
Quindi ci vuole la capacità di saper maneggiare gli aspetti psicologici, e credo in questo di avere un’esperienza davvero molto grande, perché ho fatto degli studi, perché ho sperimentato sulla mia persona tutte queste metodiche nel cercare di tirar fuori da ogni singolo giocatore il massimo. Credo che questo sia lo sforzo più grande che fa un allenatore.

E’ cambiata la figura degli allenatori negli anni?
Sì, è una figura che sicuramente si evolve come tutti i campi nella vita, perché anche un insegnante non rimane fossilizzato sui vecchi metodi di insegnamento ma cerca sempre di aggiornarsi e di dare il meglio. A mio avviso l’importante è riuscire a interessare le persone che si hanno difronte.

Cosa ne pensa della Var?
Penso che sia uno strumento che deve essere perfezionato, specialmente per quel che riguarda l’utilizzo.

Che cosa intende dire?
Intendo dire che bisogna cercare di essere molto più veloci nell’interpretare le varie situazioni durante le partite, dovrebbero intervenire altre figure, e non solo l’arbitro. Credo che far intervenire altre persone che si trovano in una stanza al di fuori di quelle che possono essere le pressioni dell’ambiente esterno, possa essere molto più facile, in particolare per poter giudicare in maniera più corretta dell’arbitro, che si trova in una situazione di disagio e con la pressione di dover decidere in pochissimo tempo.

Il clima nello spogliatoio è una componente decisiva ai fini dei risultati?
Lo spogliatoio per me è una componente decisiva per i successi finali di un gruppo di lavoro. Credo che quando lo spogliatoio è tranquillo e riesce a auto motivarsi, e perché dietro vi è stato un grande lavoro fatto dall’allenatore.

Spesso si sottovaluta il lavoro fatto dietro le quinte. Ne vorrebbe parlare?
Quello che si vede in campo la domenica, è sola la punta dell’iceberg, perché dietro c’è un lavoro di preparazione legato alle strategie, legato a un lavoro di costruzione del progetto squadra, delle situazioni di gioco e non solo. Tutti questi aspetti sono poi quelli che si provano durante la settimana.

Qual è il sacrificio più grande del suo lavoro?
Sicuramente quello di rinunciare un po’ ad alcuni aspetti legati alla famiglia. Questo lavoro fagocita molto e porta via un sacco di tempo, perché tra la preparazione alla partita, i viaggi, tra tutti quelli che sono gli annessi e connessi al mestiere di allenatore, che essendo un personaggio pubblico deve spesso e volentieri rappresentare la società, è tempo portato via per la famiglia.

Cosa rappresenta per lei il calcio?
Una delle passioni più grandi della mia vita, tanto che alla fine della mia carriera, ho deciso di fare l’allenatore.

Che consiglio vuol dare alle persone che vorrebbe intraprendere la sua professione?
Che sono dei pazzi furiosi! Oggigiorno ci sono più allenatori che giocatori, quindi che facciano un altro mestiere che è meglio. Ndr Ride

Attualmente in cosa è impegnato?
Sono impegnato in Rai dove faccio “Novantesimo minuto” e ovviamente sono impegnato nel seguire tutte le partite del campionato italiano, spagnolo e inglese.

Prossimi progetti?
Sono alla ricerca di una nuova esperienza in una squadra o in una nazionale, che sia in grado di darmi vibrazioni ed emozioni, elementi che fanno parte della mia vita. Recentemente ho ricevuto alcune proposte, tra cui il Frosinone e il Venezia, ma non dandomi entusiasmo o preferito rifiutare.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Gianni De Biasi, e ad maiora!


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Un commento su “Ex calciatore, opinionista e allenatore: intervista a Gianni De Biasi

  • Agron

    Grazie mille Gianni De Biasi per tutto il Suo Grandissimo lavoro in Albania.
    Avrebbe dovuto rimanere per poter portare al termine un Grande sogno per tutti gli albanesi I Mondiali.
    Grazie