Chiacchierando con Maria Roveran


A breve nelle sale il film di Renzo Carbonera, Resina, che la vede nel ruolo di protagonista

Intervista di Desirè Sara Serventi

Luci dei riflettori puntati su Maria Roveran, artista poliedrica che, sia in veste di attrice che in quella di cantautrice è in grado di attirare l’attenzione del pubblico per le naturali doti artistiche. Dal suo esordio cinematografico come protagonista nel film “Piccola patria” di strada Maria ne ha fatta, e nel tempo, ha avuto modo di recitare al fianco di grandi attori come Adriano Giannini o Margherita Buy, per citarne alcuni. La sua versatilità artistica fa di lei una professionista che è riuscita a catturare l’attenzione dei registi, che sanno che la sua naturale predisposizione verso il mondo della recitazione, le consente di interpretare con spontaneità ciò che il copione chiede.

Se le chiedessi di raccontarsi, cosa risponderebbe?
Risponderei citando i primi versi di una poesia di Arrigo Boito, poesia che ho presentato per la prima audizione della mia vita, quella per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Questo sublime componimento dice molto di me, di come considero la vita e comincia così: “Son luce ed ombra, angelica farfalla o verme immondo…”

Quando nasce la sua passione per la recitazione?
Nasce dal desiderio di scoprire il mondo, dentro e fuori di me. Nasce da un’esperienza di teatro volto all’inclusione sociale, inizialmente a Favaro Veneto, mio paese natio e successivamente a Puos d’Alpago, in provincia di Belluno. Nasce per necessità. Tutto è cominciato in compagnia di tanti giovani alla ricerca di risposte e di sostegno, tutto ha avuto inizio con due persone alle quali devo moltissimo: un assistente sociale del mio paese, Uberto Massaro e l’incontro con il musicista e docente Massimo Ferrigutti, entrambi impegnati nel sociale e nell’educazione.

Dove si è formata artisticamente?
Ho frequentato il triennio di recitazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Pensavo non mi avrebbero mai presa. Ho detto bugie a mezzo mondo per andare a fare i provini. Sapevo che non ce l’avrei fatta, ne ero sicura. Sono andata ai provini per desiderio di fuga, da me più che da qualcosa o da qualcuno e invece sono entrata in quella che, senza che lo sapessi nemmeno, è una delle scuole di formazione più rinomate d’Italia. Ho continuato ad avere paura, mi sono sempre sentita inadeguata ma il percorso è stato talmente ricco e profondo, che la paura ho provato a guardarla in faccia.

Lei è sia un’attrice che una cantante. Qual è il ruolo che predilige?
Preferisco in qualunque occasione tentare di comunicare “qualcosa”, poco importa con quale “mezzo”. All’esibizione artistica prediligo l’incontro, il contatto, il confronto e la ricerca di qualcosa che forse non riuscirò a trovare mai.

Il suo esordio cinematografico è stato come protagonista nel film Piccola patria. Vuol parlare di questa esperienza lavorativa?
E’ stato un dono poter lavorare al film di Alessandro Rossetto. Una delle esperienze più belle e ricche finora vissute. Il mio primo set è stato generoso, allegro, istruttivo, colorato, vivo. Il mio personaggio mi ha riportato a contattare le mie origini. Il film è stato girato in varie zone del Veneto, del Friuli e del Trentino. Abbiamo viaggiato molto e ci siamo messi in gioco tutti e tantissimo. Di Luisa, il personaggio che interpreto, porto con me il senso di provocazione, i motti di ribellione, il desiderio di rivalsa personale… ricordo bene tutti i miei colleghi tra cui Roberta da Soller e Vladimir Doda, Lucia Mascino e Mirko Arturo, Nicoletta Maragno, Diego Ribon, grandi professionisti.

In Piccola patria ci sono delle sue composizioni musicali. Per che cosa si caratterizzano i testi da lei creati?
Sono brani che ho scritto mentre stavo sul set. Brani in dialetto veneto. Tutti i personaggi del film parlano il dialetto veneto, scelta registica che ho trovato forte e innovativa. Spesso il dialetto veneto viene citato come lingua buffa, legata alle opere di Goldoni ed al teatro delle maschere, in realtà credo che la sua prosodia nasconda molto di più e Rossetto ha avuto il coraggio di portare alla luce qualcosa di inesplorato, in un certo senso. Io ho utilizzato la musicalità del dialetto veneto e le sue figure retoriche per scrivere dei testi che cercassero di parlare di Luisa, il mio personaggio. Senso di solitudine, sfrontatezza, ribellione, legame con la terra, questi sono alcuni dei temi che ho cercato di trattare.

Vuol parlare dei suoi lavori cinematografici?
Dopo Piccola patria ho recitato al fianco di Ksenja Rappoport, Emir Kusturica, Adriano Giannini e Domenico Diele nel film La foresta di ghiaccio diretto da Claudio Noce, poi in concorso al Festival di Roma. Ho interpretato Sandra, giovane di origine balcanica arrivata in Italia attraverso una tratta di esseri umani nel corso della guerra del ‘92. Al fianco di Margherita Buy e Filippo Timi ho interpretato Liliana nel film Questi Giorni di Giuseppe Piccioni in concorso al Festival di Venezia. E’ stato davvero un viaggio fantastico quello condiviso con Giuseppe, mi ha insegnato davvero moltissimo. Ho poi lavorato per l’opera prima di Renzo Carbonera, Resina, in anteprima a Trento Film Festival tra pochi giorni e a breve nelle sale. Ho lavorato all’opera prima di Samad Zarmandili, dal titolo “Beate”, dove interpreto una giovane suora strampalata accanto a Donatella Finocchiaro e Paolo Pierobon, anche questo film, che è stato presentato a Bari Film Fest, uscirà a brevissimo. L’estate scorsa ho recitato nell’opera prima di Karole Di Tommaso, giovane promettente regista, poi nel progetto di Laura Angiulli, e poi ancora nell’ultimo film di Mario Martone. Tutte grandi esperienze formative per me per le quali ho cercato di studiare e di mettermi alla prova, un vero privilegio.

Quale reputa l’esperienza più significativa per la sua carriera?
Non riesco a fare una classifica delle esperienze vissute perché ciascuna a suo modo mi ha donato moltissimo ed ha sancito per me un punto importante del mio percorso. Reputo fondamentali sicuramente, le esperienze di lavoro a teatro, luogo che amo fortemente, ricordo con gioia il lavoro svolto interpretando Polly nell’Opera da Tre Soldi diretta da Damiano Michieletto per il Piccolo di Milano, lo spettacolo “Morte di Danton” diretto da Mario Martone in tournée l’anno scorso, “Le Tate” di Alessandra Panelli, grande donna e regista e favolosa docente al centro Sperimentale di Cinematografia e ricordo con emozione il Musical Lo-fi “Cinque Allegri Ragazzi Morti” diretto da Eleonora Pippo, al fianco del mitico Davide Toffolo, ricordo le sue canzoni che ancora canto spesso.

Lei è la protagonista del film “Resina” di Renzo Carbonera. Che cosa racconta?
Una giovane violoncellista di ritorno al suo paesino d’origine, alle prese con la sua storia famigliare, le tradizioni ed il suo desiderio di cambiamento e di accettazione. Una storia in cui la musica assume un ruolo fondamentale nel ricongiungere le genti, nel costruire ponti e nuove prospettive.

Ci può parlare del suo personaggio?
Maria Mayr è una giovane che porta con sé qualche grammo di rabbia e di dolore, come tanti di noi. Una giovane donna apparentemente fragile ma in realtà molto tenace e combattiva. Affamata di vita e di quell’affetto che la vita sembra averle negato e desiderosa di ricongiungersi con sé stessa e con la propria gente.

Vuol raccontare un aneddoto capitato durante le riprese?
Ce ne sono tantissimi! Il giorno in cui, per una ripresa, mi hanno fatto camminare dentro al recinto degli asini proprio sotto il paesino di Luserna. Saranno stati in venti asinelli di tutte le dimensioni e i colori, bellissimi, alcuni anche stalloni. Mi guardavano malissimo. Io passeggiavo a mo’ di “pantera rosa” per non farli innervosire… avevo paura perché il giorno prima uno di quegli asini aveva preso a calci un pastore facendolo cadere giù dal pendio della montagna. L’ha poi recuperato un elicottero. Insomma, bellissimi gli asini, ma meglio non dargli fastidio!

Su cosa ha puntato la regia Renzo Carbonera?
Sulla naturalezza e la costruzione delle relazioni tra i personaggi. Quello che ricordo è che ogni sera o ogni domenica libera lavoravamo insieme per definire bene i dialoghi e per provare. E’ stato davvero importante per me.

Quando uscirà?
Il film uscirà nelle sale a fine maggio, sarà visibile sicuramente a Padova, Venezia, Udine, Milano, Roma e in altre città.

Che tecniche utilizza per calarsi nel migliore dei modi nel personaggio che deve interpretare?
Ogni volta utilizzo tecniche diverse ma parto sempre dal testo. Leggo e rileggo, analizzo, mi domando tante cose. Poi prendo di mira il regista e ne parlo, cerco risposte, cerco domande, cerco “immagini”. Scrivo, tantissimo, tutto. Diari legati al mio personaggio, relazioni che intercorrono all’interno della vicenda narrata… scrivo tutto, cancello, riscrivo. Provo.

Chi è Maria quando sta lontana dalle luci dei riflettori?
Maria lontana dalle luci dei riflettori non sta mai ferma, si muove sempre, si allena, scrive, canta, studia. Ama lo sport, la vita all’aperto, il cibo sano, la sostenibilità, le persone. Questa sono io. Amo anche molto la solitudine e il silenzio.

Attualmente in cosa è impegnata?
Scrivo e lavoro sui miei pezzi, cerco la mia musica, provo, mi alleno. Faccio provini.

Progetti?
Qualcosa c’è ma non posso ancora dire nulla…

Vuole aggiungere altro?
Che recito per imparare a vivere e che non vivrò mai per recitare. Ho iniziato a studiare recitazione proprio per accorgermi di quando recito nella vita, tutti lo facciamo, anche chi si crede più onesto e sincero lo fa. L’uomo recita, non sempre ma spesso. Ecco, io vorrei solo esserne consapevole e poter scegliere per il meglio se e quanto recitare cercando la mia strada per essere me, il più possibile. Questo auguro a tutti. Soprattutto ai più giovani. Così come auguro a tutti di trovare la propria strada, senza remore e timori.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Maria Roveran, e ad maiora!

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