Intervista al campione di pugilato Patrizio Oliva


“Ho sempre basato la mia vita e la mia carriera sulla legalità, sia in senso sportivo che in senso civico”

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Tecnica e intelligenza hanno sempre fatto da cornice al grande campione italiano Patrizio Oliva, ex pugile medaglia d’oro olimpionica e detentore del titolo mondiale, che nel corso della sua carriera si è sempre distino oltre che per i risultati ottenuti sul ring, anche per la correttezza che ha sempre dimostrato di avere nei confronti dei suoi avversari. Tanti i premi e i titoli che si è conquistato con impegno e duro lavoro, senza mai perdere di vista i suoi obiettivi, anche quando ha rischiato di appendere i guanti al chiodo a causa di una malattia alla mano destra, ma nel suo vocabolario la parola “arrendersi” non è mai esistita. Oliva è un personaggio che è sempre impegnato in nuove attività e in nuovi progetti in ambito imprenditoriale, sociale, e perfino in campo teatrale, che lo vedrà in scena con lo spettacolo dal titolo “Sparviero”. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Patrizio Oliva che si è raccontato.

Quando nasce la sua passione per il mondo della boxe?
Avevo otto anni quando per la prima volta sono entrato in palestra e devo dire che ho capito immediatamente che quella sarebbe stata la mia strada.

Che ricordo ha dei suoi inizi?
Ricordo che mossi i primi passi in palestra con mio fratello, e lì mi appassionai subito nel vedere i ragazzi che lavoravano ai sacchi. Avevo capito immediatamente che se volevo diventare un pugile dovevo imitare quei ragazzi, e questo significava: sudare, faticare e avere uno stile di vita, non come i miei coetanei, ma dovevo dedicarmi esclusivamente alla palestra. Sapevo che se volevo raggiungere quello che avevo in mente dovevo comportarmi così, altrimenti non ci sarebbero stati risultati.

Che cosa insegna la boxe?
La boxe è uno sport che innanzitutto responsabilizza, perché quando si sale sul ring e si sta davanti all’avversario, il pugile sa che deve contare solo su te stesso e questo è già una grande lezione di vita. La boxe è uno sport che dà una grande autostima. Io sono andato in palestra che ero un bambino, avevo otto anni, ed ero molto esile fisicamente, quindi se dovevo litigare con qualcuno per strada avevo anche un po’ di paura, perché mi rendevo conto di essere troppo gracile. Poi quando ho cominciato ad andare in palestra e a imparare l’arte della boxe, ho cominciato ad avere autostima, non avevo più paura di confrontarmi con nessuno, ma nello stesso tempo sapevo che non potevo più usare le mani perché erano diventate delle armi e quindi questo dà anche una grande razionalità come persona. Questi valori che mi ha trasmesso lo sport li ho portato poi, per tutta la mia vita.

Lei come pugile ha evitato le liti da strada?
Nella mia vita non ho mai litigato con nessuno, poi ho la fortuna che mi riconoscono quindi evitano. Un pugile non litigherà mai per strada, perché in palestra ci vengono impartiti questi valori: rispetto per l’avversario e per la persona in generale. Se una persona vive con questi valori diventerà anche un buon cittadino. E’ difficile vedere nella pratica sportiva o meglio, in persone che praticano sport, atti di bullismo e in particolare nelle scuole.

Lei interviene in diversi convegni sulla criminalità parlando ai minori. Che cosa dice?
Dico sempre che lo sport e la cultura salvano i giovani. Io ho molto contatto coi giovani e spesso mi confronto con determinati ragazzi dove dietro manca la famiglia. Noi siamo passati da un eccesso all’altro in questi anni.

Che cosa intende dire?
Che molti genitori non essendo presenti coi loro figli, se li vogliono comprare dicendo sempre sì. A scuola li difendono a qualunque costo e così indeboliscono la scuola. Io alle mie figlie ho sempre detto di studiare per avere dei risultati e sono stato sempre dalla parte dei professori. E oggi ho una figlia che è una diplomatica che lavora in ambasciata in Olanda, una figlia che è un dirigente della MSC crociera e un’altra figlia che sta facendo il quinto anno dell’alberghiero.

Qual è stata la sfida che le ha dato più filo da torcere?
Ci sono state diverse sfide, chiaramente le più importanti sono la finale olimpica, e il titolo mondiale dei professionisti. Queste sono state le sfide un po’ più toste che ho affrontato nella mia carriera.

Perché le olimpiadi?
Le olimpiadi perché dovevo assolutamente prendermi una rivincita e portare a termine la classica vendetta.

Potrebbe essere più preciso?
Avevo in finale alle olimpiadi, un sovietico che mi aveva battuto un anno prima ai Campionati Europei, un verdetto ignominioso che emise la giuria. Sospesero i Campionati Europei per più di mezz’ora perché il pubblico tedesco non accettava quell’ingiustizia che aveva emesso la giuria, e quindi mi diedero perdente nella finale europea, ma avevo vinto nettamente. Un anno e mezzo dopo, me lo sono ritrovato in finale al suo Paese per la medaglia d’oro olimpica. Fu una grande sfida, e devo dire che la sfida ci sprigiona delle forze che sono invisibili e che neanche sappiamo di avere e ci fanno fare delle imprese straordinarie. Io quella sera mi accorsi di avere delle forze dentro di me che non avevo mai provato a tirare fuori e che mi fecero vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi.

A parte le olimpiadi, ha detto anche il titolo mondiale da professionista?
Sì, facevo quindici round contro un argentino. Nei quindici round, spesi tutte le energie che avevo nel mio bagaglio e riuscì a diventare campione del mondo. Sono uscito dal ring che non mi sono riconosciuto allo specchio.

Su cosa ha basato la sua carriera?
Io ho sempre basato la mia vita e la mia carriera sulla legalità, sia in senso sportivo che in senso civico. Non è importante vincere, ma è importante il come e perché si vince. Nella mia carriera io ho avuto delle motivazioni, le mie motivazioni erano quelle di onorare la morte di mio fratello, che morì a quindi anni per un tumore. La mia promessa fu di dedicare tutta la mia carriera a lui.
Le motivazioni aiutano sul ring?
Io vengo dalla fame nera e non ho mai combattuto per soldi. Quando ho combattuto per le mie motivazioni, ovvero onorare la morte di mio fratello e dare la felicità ai miei genitori, ho superato tutte le fatiche e gli ostacoli che ho avuto sia nello sport che nella vita. Quando ho dovuto combattere per i soldi mi è passata la voglia di fare la boxe, perché tutta la fatica che facevo cominciava a pesarmi. Questo per capire quanto sono importanti le motivazioni e dove ti portano.

Qual è la gara che ricorda più delle altre?
Sicuramente il mio primo titolo italiano. Avevo diciassette anni e vinsi nella categoria dei grandi e da lì poi esplose la figura pugilistica di Oliva. Il mio primo titolo italiano, le mie prime soddisfazioni, la prima vera gioia nello sport, diventavo Campione Italiano nonostante fossi piccolo, nella categoria dei grandi e da lì poi, Nino Benvenuti fece delle dichiarazioni in cui diceva che si rivedeva in me.

Come era Patrizio Oliva sul ring?
Era una persona rispettosa dell’avversario. Non ho mai preso in giro un mio avversario sul ring e non sono mai stato scorretto volutamente con un mio avversario. Ho sempre pensato che quell’avversario si era allenato come me, aveva fatto i sacrifici che avevo fatto io e quindi ho sempre rispettato il mio avversario. Non mi sono mai fatto condizionare dai giudizi dei giornalisti che mi volevano più battagliero. Io avevo il mio stile che era basato tutto sulla tecnica e sull’intelligenza, e quindi dicevo: finché vinco in questa maniera, ho ragione io.

Quale era il suo obiettivo sul ring?
Innanzitutto di vincere. Il secondo obiettivo era quello di salvaguardare il più possibile la mia integrità fisica. Ero molto intelligente e ho sempre guardato alla mia integrità fisica, perché ho sempre pensato che dopo la boxe dovevo continuare a vivere e cercavo quindi di prendere meno pugni possibili, perché i pugni sono sempre pericolosi, ho sempre cercato di evitare quelli.

Aveva un moto sul ring?
Non avevo un moto o una frase, sapevo solo che in ogni combattimento avevo messo fatica, rinuncia e sudore e quindi mi portavo tutto questo sul ring.

A un certo punto della sua carriera ha rischiato di appendere i guanti al chiodo. E’ esatto?
Sì a ridosso della mia carriera ho preso una malattia alla mano destra e non potevo più colpire. Tutti i medici che avevo consultato mi dissero che dovevo appendere i guanti al chiodo. Invece io ho cambiato strategia e mi sono messo a lavorare con un braccio solo per anni. La sera tornavo a casa che il braccio mi crollava dal dolore, mia moglie mi faceva i massaggi. Però con un braccio solo il 15 marzo del 1986 sono diventato il campione del mondo. Questa è la dimostrazione che quando nella vita si hanno dei problemi bisogna reagire.

Cosa è stata per lei la boxe?
Per me la boxe è stata tutto.

Per quale motivo?
Perché io mi guardo indietro e ricordo da dove vengo, da una famiglia molto povera, una famiglia che ha avuto dei grossi problemi, anche affettivi con la morte di mio fratello e un papà violento che sfogava la sua violenza su mia mamma, perché aveva avuto lui una vita violenta da bambino. Il padre fu ammazzato in un omicidio con lui in braccio, poi la sua vita nell’orfanotrofio, la guerra, quindi tutta questa violenza l’aveva distrutto come uomo. Poi con la morte di mio fratello diventò un uomo violento. Fu con le mie vittorie che ritornò ad essere il padre più buono che un figlio si augura di avere.

Lei veniva soprannominato Sparviero. Per quale motivo?
Per il mio modo di combattere. Lo sparviero è un rapace esile ed elegante. Io sul ring ero così, ero un pugile fisicamente esile, ero molto elegante e usavo la strategia del rapace, ovvero quando la preda commette un errore il rapace lo punisce. Io ero così con l’avversario.

Lei ha scritto il libro autobiografico dal titolo Sparviero. Vuol parlarne?
Il vero scrittore è mio nipote, io infatti ho raccontato la storia a lui. Mio nipote è uno scrittore e dopo Sparviero ha fatto un altro bellissimo romanzo sui migranti. Sparviero è stato giudicato nel 2014 tra le autobiografie più belle a livello mondiale. Sparviero è scritto in modo narrativo, diciamo un romanzo dove tutto quelle che si legge è veritiero.

Qual è l’intento di questo libro?
Con Sparviero ho voluto dare un messaggio ai giovani e far loro capire, che anche quando si viene dalle macerie un uomo può realizzare quello che vuole, infatti io vengo proprio dalle macerie.

Quindi cosa racconta?
Racconto tutto la mia infanzia. Racconto che non avevo neanche i soldi per comprarmi il biglietto dell’autobus, quindi mi facevo quindici chilometri a piedi tutti i giorni per andare in palestra, sia in estate che in inverno e tornavo alle 23:00. Quindi dico ai giovani che se noi poniamo alla nostra mente un futuro motivante, sicuramente c’è più possibilità di poter realizzare e raggiungere gli obiettivi.

Nonostante il successo lei non è mai salito su un piedistallo. E’ corretto?
Se uno ha l’abitudine di guardare indietro non può mai montarsi la testa. Se uno guarda indietro riesce ad avere un buon futuro. Guardare indietro significa non fare gli errori che hai fatto nella vita, quindi se uno ha questa umiltà di guardare indietro, allora sicuramente ha un futuro migliore davanti.

Lei ha una palestra?
Ho una palestra insieme ad un altro campione di scherma. Facciamo un po’ tutte le discipline: fitness, pugilato, scherma, judo, karate, kendol, per citarne alcune, e tutti i bambini che appartengono a famiglie bisognose praticano sport gratuitamente.

La palestra non è l’unica sua attività. E’ esatto?
Sì, faccio l’imprenditore nel mondo caseario insieme ad altri tre soci. Abbiamo creato un format che stiamo esportando un po’ in tutta Europa. Abbiamo un macchinario che ci fa lavorare la cagliata surgelata e produciamo sul posto la mozzarella di bufala e non di vaccino, perché di vaccino la possono fare tutti. Noi esportiamo all’estero la mozzarella di bufala fatta al momento.

Lei si è avvicinato anche al mondo della recitazione?
Esatto, faccio anche l’attore. A giugno porto a teatro Sparviero, perché volevo raccontare la mia vita anche fisicamente, portandola quindi a teatro.

Quando andrà in scena con lo spettacolo teatrale Sparviero?
A Napoli il 26 giugno nella rassegna Napoli teatro festival.

Lei si può definire un personaggio versatile?
Sì mi piace rinnovarmi. Il cambiamento è una parte fondamentale della nostra vita. Quando ho capito che non volevo più fare il pugile ho cambiato, non mi sono spaventato, ho avuto il coraggio di osare, e questo mi ha permesso di potermi cimentare in più attività, ma chiaramente facendole sempre una per volta.

Tra le sue varie attività è impegnato anche nel sociale. Vuol spiegare di cosa si occupa?
Abbiamo creato un’associazione che si chiama “Milleculure” e che è formata da più campioni olimpici napoletani, dove aiutiamo i giovani a fare sport e farli diventare, soprattutto attraverso lo sport, dei buoni cittadini. Tre mesi all’anno organizziamo un villaggio dello sport, dove facciamo fare sport gratis a tutti quei bambini che non possono andare in vacanza e i bambini vengono soprattutto a fare aggregazione. Invece nel periodo invernale, nella nostra palestra facciamo fare gratuitamente sport ai bambini che appartengono a famiglie disagiate che non si possono permettere il lusso di pagare una retta, e poi chiaramente abbiamo bisogno dei soldi che sostengono un po’ le spese della palestra, e quindi per gli altri abbiamo una retta molto bassa. Sport e cultura sono due strumenti che oggi possono salvare i ragazzi.

Chi è Patrizio?
Credo di essere un ottimo marito, un ottimo papà, un’ottima persona perché mi prodigo molto per il sociale. Ho sempre l’entusiasmo di un principiante e questo mi porta a rimanere mentalmente giovane.

Che consiglio può dare ai giovani che vorrebbero intraprendere la sua professione?
Più che sulla mia professione, su quello che dovrebbero fare. Molti giovani sono scoraggiati e purtroppo anche dai messaggi sbagliati che la politica da. Molti si rassegnano e dicono che studiare non serve, invece è sbagliato perché significa piangersi addosso e non serve a niente piangersi addosso, bisogna reagire. Quando parlo ai ragazzi dico che io ero uno come loro, ma sono andato avanti e così ho raggiunto i miei traguardi.

Progetti?
Sono impegnato nel progetto teatrale lo Sparviero e poi sto pensando all’imprenditoria e a questi progetti che sto portando avanti sia in senso sportivo che in senso lavorativo. Cerco sempre di portarli a termine uno alla volta, non faccio mai troppe cose insieme, se no si diventa mediocre in tante cose e invece voglio essere eccellente in poche.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Patrizio Oliva, e ad maiora!

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