Intervista al noto attore, regista e sceneggiatore Massimiliano Vado 1


“Mi sto specializzando, al momento, sulla drammaturgia francese contemporanea, non tanto per esterofilia ma per la vastità di scelte su cui posso contare” 

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Una carriera all’insegna del successo quella di Massimiliano Vado, noto e stimato attore, regista e sceneggiatore, che negli anni si è distinto per i lavori portati in scena e per le sue interpretazioni. La sua qualificata preparazione artistica associata a un talento e ad una grande passione per questo lavoro fa di Vado un artista preparato all’interpretazione di qualsiasi ruolo e capace di dirigere in maniera eccellente gli spettacoli teatrali. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Massimiliano Vado che ha parlato di diversi suoi lavori teatrali e del film Sconnessi, scritto da lui e sua moglie Michela Andreozzi, affermata attrice nonché commediografa. 

Quando nasce la sua passione per il mondo del teatro?
Sin da piccolo non ho mai voluto fare altro, per questo ho sempre dedicato tutte le attenzioni al teatro. Hanno provato a farmi cambiare idea ma sono stato più forte io della tentazione irrinunciabile di una carriera alla scrivania dentro lo studio di un commercialista.

Dove si è formato artisticamente?
Mi sono diplomato presso la Scuola del Teatro stabile di Roma, scuola curata dal teatro di Roma e finanziata dalla Regione Lazio, per poi specializzarmi alla Scuola del Teatro stabile del Veneto, con una borsa di studio dove ho imparato la maggior parte delle cose, e poi ho fatto un corso di approfondimento all’Hb studio di New York. Ma, in realtà, non ho mai smesso di studiare.

Ha trovato differenze con l’America?
Non ci sono grandi differenze, ci sono delle cose straordinarie e delle grosse ingiustizie sia da noi che all’estero. Negli Stati Uniti ci sono molte più possibilità di lavoro, ma ci sono anche più persone, per cui in realtà la possibilità di farsi largo è pressoché identica. È una fatica condivisa.

Ha un curriculum lavorativo d’eccezione, quale reputa l’esperienza più significativa per la sua carriera?
In realtà potrei dare una risposta diversa a questa domanda, ogni giorno. Ci sono stati molti incontri che mi hanno segnato positivamente: registi, attori, attrici. C’è qualcosa che mi è piaciuto fare molto e altre cose che, invece ho fatto per lavoro e quindi, c’era una dedizione un po’ ondivaga, però ho incontrato molte persone che mi hanno reso felice di fare questo lavoro. Le persone sono molto importanti. Più dei posti, dei testi e dei fasti.

Ha iniziato come attore, quando ha puntato gli occhi alla regia?
Ho iniziato come attore, ma per garantirmi un affitto dignitoso facevo tutto quello che potesse insegnarmi qualcosa di attinente, ma anche darmi qualche soldo in più. Quindi, mentre facevo l’attore, facevo l’elettricista, il macchinista o l’attrezzista. C’erano delle tournée spaventose dove arrivavo con i tecnici, montavo i riflettori, tiravo i cavi, facevo lo spettacolo e poi, smontavo e ripartivo. Era una cosa massacrante, ma mi permetteva di vivere del mio lavoro. Accanto a questi lavori ho fatto anche l’aiuto regista di grandi nomi, tipo Roberto Guicciardini o Peppino Patroni Griffi, che mi hanno insegnato molto. Sul teatro e sulla vita nel teatro. Arrivato ad un certo punto poi, ho capito che da loro avevo imparato abbastanza e ho cominciato a fare degli spettacoli che mi somigliassero. Ora posso permettermi di dirigere, fare un disegno luci e un piano produttivo con cognizione di causa. Non è da tutti.

Come regista quali sono i testi che preferisce affrontare?
Mi sto specializzando, al momento, sulla drammaturgia francese contemporanea, non tanto per esterofilia ma per la vastità di scelte su cui posso contare. Non è ancora il momento dei grandi classici.

A suo avviso è importante per un regista aver fatto l’attore?
Credo che ogni regista debba fare, o aver fatto, obbligatoriamente l’attore, perché così capisce fino in fondo la sensibilità di chi dirige. Ci sono degli attori che quando lavorano si espongono molto, e danno molto non solo del loro fisico ma anche della propria emotività. Un attore che si fida e che decide di mettere a disposizione il proprio bagaglio sentimentale per un regista, deve essere protetto e tutelato. È una merce rara. Non è un mestiere che si fa solo con la tecnica.

La tecnica però è importante?
La tecnica è importantissima e va studiata per anni, ma bisogna avere qualcosa che è più del talento.

Cosa ne pensa dei provini?
Difficilmente faccio provini, li trovo degradanti; li faccio quando la produzione me li impone, ma io preferisco guardare una persona, e dire: “mi piace questa luce che vedo nei tuoi occhi, o questa elettricità che sento, lavoriamo insieme”, oppure perché l’ho visto interpretare un personaggio e so che può essere adatto per un determinato ruolo. Non mi piace selezionare le persone con un provino, preferisco una cosa di contatto. Io stesso ho sbagliato una serie infinita di provini e so che hanno una valenza distorta.

Su cosa punta generalmente la regia?
Dipende dal testo e dalle cose che faccio. E non faccio mai la stessa cosa.

Alcuni dicono che un vero attore si vede da come recita a teatro. E’ d’accordo?
Di veri attori ne ho incontrati lavorando in televisione a teatro e al cinema. Credo che un vero attore si riconosca qualunque cosa faccia. Porta con se la scintilla.

Lei e sua moglie Michele Andreozzi avete scritto la sceneggiatura del film “Sconnessi” di Christian Marazziti. Vuol parlarne?
La sceneggiatura l’ho scritta con mia moglie, tra l’altro dovevamo anche partecipare nel film come attori, ma poi per degli impegni lavorativi abbiamo limitato la nostra presenza. Sconnessi nasce da un’idea nata quasi per caso e quando questa idea ha incontrato un produttore illuminato come Roberto Cipullo che ci ha chiesto di svilupparla, è diventata una sceneggiatura insieme al regista Christian Marazziti. Lui ha lavorato molto sugli attori, ma noi abbiamo lavorato molto addosso agli attori che ci sarebbero stati nel film, ovvero una volta saputi i nomi degli interpreti, è uscita l’ennesima versione della sceneggiatura adattata su di loro. Un lavoro lunghissimo.

Qual è il messaggio che volete portare con Sconnessi?
Non posso troppo permettermi di dare un messaggio sia perché è una abitudine da cui prendo sempre le distanze, che perché è un film che parla di quelli che sono sempre al cellulare, ed è una cosa che faccio spesso. Un po’ perché ci lavoro, un po’ per il fantacalcio con gli amici, sicuramente perché curo personalmente i social, a volte per puro divertimento. Il film esplora il tema della “nomofobia” ovvero della paura di rimanere sconnessi, concedendosi il lusso di far capire che con la tecnologia si possono nascondere delle cose, pur mantenendo fermo il punto che chi abiura la stessa tecnologia ha ancor più da nascondere.

Che tecniche utilizza per calarsi nel migliore dei modi nel personaggio che deve interpretare?
La tecnica è sempre diversa. In Italia ho studiato il metodo Steiner, in America invece ho studiato lo Strasberg e sono l’uno l’opposto dell’altro.

Quindi?
Quindi cerco di far convivere due cose che sono, una molto tecnica e una invece molto emozionale. A fatica.

Come regista teatrale che cosa può dire sul teatro?
Il teatro in Italia è ad una svolta epocale. C’è un confronto diretto tra teatro pubblico e privato, che trascende le tradizioni e vira decisamente verso qualcosa di diverso che si barcamena, ancora senza equilibrio, tra cultura e pop. Troverà una nuova strada molto presto e tornerà ad essere il rappresentate primo della cultura del nostro Paese: abbiamo troppe cose da dire ed è tempo che si realizzino nel migliore dei modi. Il teatro è una fenice.

Qual è la principale difficoltà in questo settore?
La lunghezza dei tempi. Per vedere riconosciuti i propri talenti, o si ha subito fortuna o bisogna aspettare molto tempo e avere molta pazienza. Il tempo è galantuomo ma spesso si fa attendere.

Lei e Michela Andreozzi avete riscosso un grande successo con lo spettacolo teatrale Maledetto Peter Pan. Vuol parlarne ?
E’ uno spettacolo di cui io e mia moglie Michela, abbiamo comprato i diritti in Francia e che insieme abbiamo totalmente riscritto e riadattato con la collaborazione di Antonella Questa, nostra amica, attrice, traduttrice e fidata consigliera. Io in Maledetto Peter Pan curo la regia, mentre Michela in scena è da sola, ed interpreta più di venti personaggi. E’ una commedia che fa ridere su un argomento che alle donne è poco simpatico, le corna. Spesso però le donne ridono più degli uomini in questo spettacolo, il testo è decisamente dalla loro parte; io non mi stanco mai di guardarla anche se ormai abbiamo superato i quattro anni di repliche.

Dirigerà lo spettacolo Prestazioni straordinarie, scritto da Michela Andreozzi. Cosa può dire sullo spettacolo?
Siamo ancora in prova, debutteremo il 23 febbraio: è una sfida. Vogliamo parlare di sesso in modo ironico, e per farlo ci affidiamo alle interpretazioni di due amici attori molto bravi: Cristiana Vaccaro e Fabrizio Sabatucci. Sono curioso anche io del risultato.

Sempre con Michela porterete in scena Ring. Vuol dire qualcosa sullo spettacolo?
Ring ha debuttato al Festival di Todi merito della lungimiranza del direttore Silvano Spada, ed è un viaggio esplorativo, sempre di matrice francese, sulle dinamiche dell’amore: diciotto round che vedono, appunto su un ring di pugilato, diciotto coppie diverse che si incontrano, si amano, litigano, si lasciano, si tradiscono, si riinnamorano. Ring come luogo di scontro, ma anche Ring come anello nuziale. Una bomba emozionale in cui interpretiamo tutti i personaggi e che va provata come se fosse una gara olimpica, sia per la fatica fisica che per l’impegno emozionale.

Poi ci sarà lo spettacolo Questo amore di Roberto Cotroneo. Come nasce?
Questo Amore nasce come un romanzo di Roberto Cotroneo e viene trasformato in testo teatrale dalle brillanti intuizioni di Matteo Tarasco. In scena ci siamo io e Laura Lattuada che interagiamo tra noi pur non appartenendo alle stesse dimensioni. Al Festival di Spoleto, dove questo spettacolo è nato, abbiamo avuto dei riscontri molto positivi.

Lei ha un blog che si chiama educazione sentimentale delle femmine. Potrebbe spiegare la scelta di questo nome?
È il titolo del primo spettacolo che ho scritto, diretto e interpretato, prodotto dal Teatro del Canovaccio di Catania.

Di cosa si occupa nel suo blog?
E’ un blog dove ho raccolto i materiali degli spettacoli, ogni rassegna stampa che esce e molti miei pensieri. Il blog educazionesentimentaledellefemmine.wordpress.com è quello che mi rappresenta meglio. Fateci un giro.

Chi è Massimiliano quando non sta in scena?
Quando faccio il regista sono così come mi senti ora, quando sto sul palco e interpreto un personaggio sono nello stesso modo. Già è faticoso farlo per lavoro, quindi non recito nella vita, ma solo quando mi pagano i contributi. Io e mia moglie siamo persone comuni, magari siamo un po’ più fortunati di altri, perché facciamo una vita con qualche privilegio, ma siamo l’emblema della normalità.

Progetti?
Io spero che le cose continuino così sempre, sebbene sia molto faticoso da delle soddisfazioni enormi.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Massimiliano Vado, e ad maiora!

 


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