Intervista al prof. Emanuele Scafato, Direttore dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore della Sanità


“La strategia comunitaria, il piano d’azione europeo sull’alcol e la strategia mondiale sull’alcol stabiliscono che i migliori affari che uno Stato possa perseguire per tutelare i minori, è quella di ridurre la disponibilità fisica ed economica dell’alcol”

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Sempre di più sono i giovani che si avvicinano alle bevande alcoliche ignorando però, con troppa facilità i rischi ad esso correlati, per via di una scarsa informazione sul tema. Ed è per questo che negli anni il noto e stimato prof. Emanuele Scafato, Direttore dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore della Sanità, porta avanti la sua campagna di prevenzione per far conoscere alle persone, e soprattutto ai più giovani, cosa si nasconde dietro questa bevanda. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto il Direttore Emanuele Scafato, che ha spiegato in modo dettagliato e preciso i rischi dell’alcol e le malattie ad esso correlate, e quali i soggetti più vulnerabili. 

Perché a suo parere c’è questa sorta di disinformazione sui rischi correlati all’alcol soprattutto tra i giovani?
Perché i giovani scelgono spesso senza conoscere. È chiaro che ci sono delle informazioni che devono essere verificate alla fonte, come tutte le notizie che ci vengono proposte soprattutto attraverso i giornali o le televisioni. Ci sono molte leggende metropolitane che girano intorno agli effetti positivi dell’alcol. Alcuni parlano di manipolazioni; in realtà, fatte salve le bufale accertate la dinamica di molte notizie sensazionali, è sempre basata sulla poco professionale e arbitraria trasposizione di risultati ottenuti in laboratorio all’uomo in assenza di elementi che ne possano consentire la generalizzazione.

Potrebbe essere più preciso?
Risultati di ricerche che si basano o su esperimenti fatti in vitro in cellule, o addirittura su animali come i ratti, di solito vengono poi riportate così come sono alla razza umana cosa che, scientificamente è inaccettabile. C’è da sottolineare che è quasi sempre frutto della strumentalizzazione della notizia da parte di chi la scrive, spesso in maniera non tutto disinteressata, e molte volte con conflitti di interesse non dichiarati come invece, dovrebbe sempre essere garantito. Solo risalendo alle fonti, alla pubblicazione da cui sono estrapolati i dati, è possibile rendersi conto che, nonostante i ricercatori siano quasi sempre estremamente cauti e raccomandino di evitare di riportare o generalizzare i risultati all’uomo, chi scrive la notizia indulge nell’esercizio di quella creatività che in prevenzione crea volutamente disinformazione e sostanzialmente danni, supportando falsi miti e errate convinzioni in chi legge o ascolta o segue attraverso i media.

Secondo lei si tratta di un’emergenza sociale e sanitaria quella dell’alcolismo sui giovani?
Assolutamente sì, perché è uno dei fenomeni su cui, proprio in funzione della disinformazione che c’è, e dell’informazione non valida e non oggettiva che viene spesso veicolata anche dalle istituzioni, dalle fondazioni, dalle stesse società scientifiche, si diffonde e si consolida una nociva tendenza a normalizzare il bere e a far abbassare la percezione del rischio.

Che cosa intende dire?
Si dice che il consumo moderato possa giovare alla salute. Questo è molto discutibile, e nei fatti non sostenuto da nessun Ministero della Salute per le possibili ricadute e rivalse anche di natura legale che potrebbero essere generate da una raccomandazione del genere. A livello di popolazione un messaggio non può essere mai generalizzato, ma deve essere sempre dettagliato.

In che modo?
Per classe d’età specificando se ci si riferisca ad adulti, ad anziani o a minori, e naturalmente articolando tale dettaglio per genere, se si tratta di uomini o di donne, specificando i contesti di vita e di lavoro, le circostanze peculiari concomitanti all’uso di alcol, come la presenza di malattie o l’assunzione di farmaci che sconsiglino l’assunzione di qualunque quantità pur moderata di alcol. L’alcol e le bevande alcoliche non sono per tutti e sicuramente, non sono un prodotto adatto ai minori di venticinque anni a causa della vulnerabilità cerebrale all’alcol e dell’immaturità del sistema che metabolizza l’alcol. Invitare tutta la popolazione, come si legge in documenti di molte associazioni e società scientifiche, a un consumo moderato, focalizzando esclusivamente sui presunti possibili vantaggi insiti nella riduzione della mortalità cardio coronarica o del diabete di tipo 2, solo dopo i sessantacinque anni e solo per gli uomini, è fuorviante e ingannevole se non correttamente completato dell’informazione che agli stessi livelli moderati di consumo si registrano incrementi nel rischio, di oltre duecentoventi malattie, tra cui quattordici tipi di cancro. E’ quindi evidente che si debba fare molta attenzione a non fornire indicazioni che impattino negativamente, o comportino pregiudizio alla salute pubblica.

Quali sono i consumatori più a rischio?
Quelli più vulnerabili, quelli che non hanno la capacità di metabolizzare l’alcool, quindi i giovani sicuramente fino ai venticinque anni.

Per quale motivo?
Perché dai dodici ai venticinque anni tutto l’alcol che viene consumato in quel periodo, non viene metabolizzato per carenza di attività dell’enzima alcol deidrogenasi e circola quindi liberamente nel sangue raggiungendo il cervello e interferendo nel rimodellamento e nella maturazione del cervello verso il senso razionale. Ciò comporta, in buona sostanza, che le persone che usano l’alcol in maniera prematuramente errata per l’organismo, in questo periodo di estrema vulnerabilità, possono risultare pregiudicate cognitivamente e cristallizzate in una modalità che è tipica dell’adolescenza, non evoluta verso quella razionale, perché lo sviluppo cerebrale non viene mai completato determinando perdita di memoria e di capacità di orientamento. Quindi l’alcol interferisce con questo meccanismo e chiaramente i giovani sono i maggiori vulnerabili.

Anche le donne sono più vulnerabili rispetto agli uomini?
Le donne non hanno pari opportunità in natura rispetto alla capacità maschile di metabolizzare l’alcol. La donna ha una capacità dimezzata rispetto all’uomo di distruggere l’alcol a parità di consumo; assorbe inoltre più velocemente con picchi di alcolemia più rapidi, cioè si ubriaca più in fretta e con quantità inferiori rispetto all’uomo, e espelle più lentamente con maggiore permanenza, quindi, dell’alcol nell’organismo. Per questo é sconsigliato per loro consumare più di un bicchiere di bevanda alcolica al giorno anche perché superato un bicchiere, circa 10 grammi di alcol puro, incrementa del 7% il rischio di cancro alla mammella che sale al 27%, invece, se all’interno del seno vi sono i recettori positivi agli estrogeni.

Da quanto sostiene si evince che l’alcol nelle donne provoca il tumore al seno?
Assolutamente sì, è dimostrato che almeno il 10% di tutti i cancri siano evitabili se si sceglie di non bere, e parlo non solo al seno ma di almeno quattordici tipi di cancro che vengono provocati dal consumo anche moderato dell’alcol. E questo il motivo per cui la IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, e l’OMS hanno stabilito e diffuso attraverso il Codice Europeo per la prevenzione al cancro, che “ se bevi, attenzione alle quantità e, soprattutto se vuoi fare prevenzione per il cancro, la scelta migliore è non bere, perché l’alcol è un cancerogeno accertato per l’uomo ”. Su questo non ci sono margini di interpretazioni, e stupisce vedere associazioni come l’AIRC o la LILT, e persino istituti di ricerca come la fondazione dell’IEO, sostenere e diffondere messaggi in cui l’uso moderato di alcol è proposto come strumento di una prevenzione oncologica che non consideri adeguatamente le esigenze di estrema cautela, di messaggi chiari, scientificamente inappuntabili che sono poi quelli diffusi dalle più importanti istituzioni di tutela della salute internazionali ed europee. E questa, come osservato da altre società scientifiche europee, è una tendenza riscontrabile esclusivamente italiana che andrebbe attentamente esaminata rispetto alle ragioni che determinano l’articolazione di messaggi non completamente aderenti alle evidenze.

E gli ultra sessantacinquenni?
Non dovrebbero consumare più di un bicchiere di bevanda alcolica al giorno.

Per quale motivo?
Perché perdono l’alcool deidrogenasi e quindi ridiventano vulnerabili come gli adolescenti con tutte le conseguenze di maggior rischio e danno per quantità minime di alcol consumato ma eccedenti la capacità metabolica dell’organismo.

Che cosa si intende per quantità minima?
Non si devono eccedere i 10 grammi al giorno, quindi meno di un bicchiere di vino, che si è visto che possono contribuire a ridurre la mortalità cardio coronarica, ma solo dopo i sessantacinque anni, e solo per i maschi, meno per le donne, mai per i giovani; non dimenticando mai che allo stesso livello, però, si registra un incremento del rischio di oltre duecentoventi patologie e quattordici tipi di cancro. Quindi piccole quantità piccoli rischi, grandi quantità grandi rischi.

Quando ci si può definire alcool dipendente?
Quando si arriva alla compulsività, ad essere ossessionati dal bere come attività esclusiva della propria esistenza.

Come si possono tutelare i giovani rispetto al consumo di alcol?
La strategia comunitaria, il piano d’azione europeo sull’alcol, e la strategia mondiale sull’alcol, stabiliscono che i migliori affari che uno Stato possa perseguire per tutelare i minori, è quella di ridurre la disponibilità fisica ed economica dell’alcol.

In che modo?
Dovrebbero non solo ridurre la diffusione ubiquitaria in tutti i contesti commerciali e sociali, ma anche la convenienza. Nei locali si vendono alcol in quantità smodate, una vera istigazione all’intossicazione certa a prezzi stracciati. Ridurre i costi delle bevande alcoliche non dovrebbe essere consentito, dovrebbero esserci dei prezzi adeguati, possibilmente incrementati da una tassazione specifica. Poi chiaramente la regolamentazione del marketing e della pubblicità, che non dovrebbe mai rivolgersi ai minori, o dimostrare minori intenti a consumare alcol, né tanto meno usare elementi culturali che possano attirare i giovani. Tutte queste informazioni sono utili anche per dire che i giovani vanno tutelati.

Che cosa può dire riguardo la legge che vieta la vendita e la somministrazione dell’alcol ai minori?
Questa è la legge più disapplicata in assoluto ed è responsabilità degli adulti, delle istituzioni garantire che la rigorosità di applicazione sia rafforzata e messa in atto attraverso tutti i meccanismi sanzionatori che possono contribuire all’esigenza di mantenere elevato il rispetto della legalità che non può essere sacrificata alle leggi del mercato, delle convenienze e del profitto sulla pelle e a scapito dei minori. Non è solo una questione di cultura ma di convivenza, di etica, di tutela del diritto alla salute dei minori universalmente riconosciuto come valore incorruttibile, non negoziabile o condizionabile da interessi in tutte le società che si definiscono civili.

Sledet.com ringrazia per l’intervista il prof. Emanuele Scafato, e ad maiora!

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