Intervista al regista Gianluca Della Monica


Recentemente ha ricevuto il premio Vincenzo Crocitti nella categoria Regia indipendente

Intervista di Desirè Sara Serventi 

E’ un regista e uno sceneggiatore Gianluca Della Monica, che si sta facendo notare sempre più per la qualità dei lavori portati sul set. Una passione quella di Gianluca per il mondo della regia che è ben tangibile, così come è ben tangibile talento e preparazione nel settore. Le sue qualità professionali, non sono passate inosservate, e recentemente il regista ha ricevuto il premio Vincenzo Crocitti nella categoria Regia indipendente. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Gianluca Della Monica che si è raccontato. 

Se le chiedessi di raccontarsi cosa risponderebbe?
Sono un impaziente, e lo considero allo stesso tempo una fortuna e una condanna. Da una parte questa mia caratteristica è uno stimolo, mi permette di creare sempre nuove cose e pormi nuovi obiettivi; dall’altra mi fa vivere in un continuo stato di irrequietezza. Vorrei tutto e subito, ma purtroppo questo non è quasi mai possibile.

Quando nasce la sua passione per il mondo della regia?
Ho sempre amato le immagini, le mie prime esperienze lavorative sono appunto legate alla grafica. Un giorno un mio caro amico, oggi un bravissimo direttore della fotografia, mi ha chiesto di aiutarlo a girare un cortometraggio. Ovviamente ho accettato. Avevo 20 anni e girare all’epoca non era semplice come può esserlo oggi. Non siamo mai riusciti a finire quel progetto ma una volta tornato a casa ho detto: voglio farlo anche io. Qualche mese dopo ho chiamato quel mio amico e gli ho detto che era il momento di ricambiare il favore. Siamo partiti per un’incredibile avventura, un lungometraggio, Holey, che è stato un po’ l’inizio di tutto.

Dove si è formato?
La mia scuola è il set. Sono estremamente impulsivo, non ho mai speso troppo tempo a pensare a cosa sarebbe stato giusto fare; ho sempre preferito tirare le somme a cose fatte. Se mi guardo indietro rivedo tutti i miei sbagli, le mie cadute, le mie delusioni, le botte prese e date. Guardo con tenerezza alla persona che ero, perché c’erano cose che non capivo e che la vita poteva spiegarmi solo in quel modo. Ora so che la vita è proprio questo: poche cose ti fanno felice, tutte le altre ti fanno crescere.

Quale considera l’esperienza più significativa per la sua carriera?
Ogni esperienza è significativa: le persone che incontri, le gioie, le delusioni, le difficoltà che affronti. Non c’è niente che non rifarei e se devo essere sincero sono le cose finite male che mi hanno dato di più. Non ho mai creduto alle grandi occasioni, è il raggiungimento di tanti piccoli obiettivi che fa un grande risultato.

Su cosa punta principalmente la sua regia?
Io sono un regista di genere e trovo che il genere sia una forma di racconto nobilissima, una delle narrazioni più attuali che esistano. Convincere le persone ad andare in sala oggi non è facile: devi offrire di più del semplice intrattenimento, devi dargli la possibilità di una riflessione intelligente che resti dentro.

Per lei è buona la prima o preferisce effettuare più riprese?
E’ buona la prima, ma ne facciamo un’altra.

Le produzioni indipendenti aiutano chi vuole emergere in questo settore?
Qualche giorno fa un produttore con cui sto collaborando mi ha chiesto cosa fosse secondo me il cinema indipendente. Ho risposto: quello senza soldi. Lui ha sorriso e poi mi ha detto: “Se ti avessi conosciuto qualche tempo fa non mi avresti risposto cosi”.

Per quale motivo?
Oggi il cinema indipendente è privo di quel cordone ombelicale tra film e realtà che alimentava gente come Fellini, Scola, Pasolini, Monicelli e tutti i nostri straordinari cineasti. Si partiva da elementi minimi, ma si riusciva ad allargare lo sguardo a tutto campo sulla società, a ogni livello. Una piccola realtà riusciva quasi sempre a coniugarsi con una realtà più vasta. A me pare che ai cineasti italiani di oggi lo guardo si sia ristretto.

Con che cosa deve fare i conti un regista in Italia?
Il problema è che quasi mai si riesce a fare i conti.

Lei è sia un regista che uno sceneggiatore. Quali sono i temi che preferisce raccontare?
Io scrivo delle mie paure, per me scrivere è terapia. In quasi tutte le mie sceneggiature esistono elementi comuni e riconoscibili: il sentirsi bloccato (sono claustrofobico), la paura di non essere all’altezza, il terrore di un destino che vanifica ogni sforzo. Utilizzo il genere per raccontare ciò che forse non sarei capace di tirare fuori in altri modi.

Che caratteristiche deve avere a suo avviso, una sceneggiatura per fare la differenza?
Credo che sia importante scrivere di ciò che si conosce.

Recentemente ha ricevuto il premio Crocitti nella categoria Regia indipendente. Cosa ha significato per lei questo riconoscimento?
Sono molto onorato di essere nella rosa dei premiati. E’ un premio giovane sia perché quest’anno ha compiuto i suo primo lustro, sia perché ha un occhio attento ai giovani talenti. Ricevere un riconoscimento è sempre una grande emozione, soprattutto per me che sono estremamente timido, al punto da sentirmi a disagio se qualcuno mi fa un complimento.

Vuole dire qualcosa sul promotore dell’evento Francesco Fiumarella?
E’ una persona follemente innamorata del cinema, un grande appassionato che crede ciecamente nella meritocrazia.

Attualmente in cosa è impegnato?
Sto finendo di scrivere un film che racconta il mio folle viaggio verso la paternità, condito di tutto quel cinema che ho sempre amato: Tarantino, Guy Ritchie, Leone, Scorsese. Un mix esplosivo che spero però che i miei figli vedano una volta compiuti i 18 anni.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Gianluca Della Monica, e ad maiora!

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