A teatro La guerra dei Roses: intervista a Matteo Cremon


“Quando ho incominciato le prove non ho voluto guardare il film perché volevo portare una mia originalità al personaggio e non essere condizionato dall’interpretazione che tutti conosciamo di Michael Douglas” 

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Sta riscuotendo un notevole successo lo spettacolo teatrale “La guerra dei Roses”, che vede in scena Matteo Cremon e Ambra Angiolini nel rispettivo ruolo di Jonathan e Barbara. I due protagonisti ogni volta che stanno sul palco riescono con naturalezza ad attirare l’attenzione del pubblico non solo per la storia che raccontano ma sopratutto per merito del loro innato talento e della loro qualificata preparazione artistica, che sono elementi ben visibili e facilmente percepibili. Quando poi due artisti con queste caratteristiche hanno modo di lavorare insieme il risultato non può che essere un capolavoro. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Matteo Cremon che ci ha parlato dello spettacolo.

Lei e Ambra Angiolini siete in scena con lo spettacolo “La guerra dei Roses”. A suo avviso la versione teatrale è più incisiva?
La versione teatrale secondo me, è molto più incisiva, perché noi attori non abbiamo, come si sa, la possibilità di replica, nel senso che, ogni sera si fa quello che si deve fare fino in fondo, in più con l’aiuto del pubblico e la risposta che ci sta regalando, la storia viene raccontata alla grande.

La storia racconta di una separazione?
Sì, della fine di un amore, quindi di sentimenti comuni a tutti noi.

Nonostante il tema trattato, è una commedia?
E’ una commedia, anche se ci sono i vari aspetti più o meno noir che ne escono dalla storia, perché chiaramente si parla di separazione, e fa vedere quello che a volte l’uomo o la donna arrivano a fare in certe situazioni.

Il pubblico durante lo spettacolo si schiera in maniera diversa. E’ esatto?
Sì e questa è una cosa divertente, perché il pubblico si schiera o per Barbara o per Jonathan, ovvero dopo che si rompe quel primo momento un po’ pesante della notizia della separazione, si arriva a tutto quello che è lo svolgimento della commedia.

Secondo lei qual è l’input che spinge Jonathan e Barbara a separarsi?
Questa separazione a mio parere avviene per incomprensione.

Potrebbe essere più preciso?
Jonathan è un uomo d’affari sulla cresta dell’onda, che viene accompagnato, assecondato, e supportato dalla moglie. Quando invece riceve la notizia che la moglie vuole essere anche lei autonoma, emancipata nel mondo del lavoro, con questa sua attività di catering, gli crolla un po’ il mondo addosso, perché è sempre stato lui a sostenere l’economia in quella famiglia. Ora che anche lei si propone nel mondo del lavoro, non sarà più lui che si dovrà dar da fare per tutto quello che è sempre stata la realtà della famiglia, quindi non lo capisce, rimane sbalordito, fino ad arrivare alla notizia della separazione, che di fatto lui, non comprenderà mai.

Cioè?
Fosse stato per lui questa separazione non ci sarebbe stata, perché doveva rimanere tutto come era. E’ per questo che ci rimane di stucco. Per lui era così perfetto fino al giorno prima, ovvero, lui portava i soldi e lei arredava la casa.

Ha riguardato “La guerra dei Roses” quando gli è stato affidato il ruolo?
Volutamente ho scelto di non guadarlo.

Per quale motivo?
Quando ho incominciato le prove non ho voluto guardare il film, perché volevo portare una mia possibile originalità al personaggio, e non essere quindi condizionato dall’interpretazione che tutti conosciamo di Michael Douglas.

Cosa ha portato in Jonathan?
Quello che io ho portato in Jonathan penso sia una sorta di ingenuità, questo rimanere sempre con l’occhio sbarrato guardando quello che sta succedendo.

Quali tecniche ha utilizzato per calarsi nel migliore dei modi nel personaggio di Jonathan?
Ho seguito moltissimo le indicazioni registiche di Filippo Dini, che mi ha dato davvero tantissimi consigli e mi sono affidato molto a quello che mi veniva detto. Per le tecniche utilizzate devo dire che io sono sempre abbastanza diretto nell’approccio che ho con il testo e con il personaggio.

Filippo Dini su cosa ha puntato la regia?
Per quello che ho capito Filippo Dini aveva un’idea molto chiara di questo spettacolo. Ha voluto raccontare senza scimmiottare o prendere in giro una coppia che arriva alla fine di questo amore, anche se poi la storia lo porta all’estremo, chiaramente siamo in teatro, quindi è tutto quanto a carattere forti. Dini ha scelto di raccontare la storia senza denigrare quello che un uomo passa in quel momento, in quell’esperienza. La fine di un amore non è bello.

Dalla tragedia nasce l’umorismo?
Assolutamente sì, anche perché si vedono sul palco delle scene che fanno ridere guardando tutto quello che Jonathan e Barbara arrivano a fare in quella situazione.

La scenografia gioca un ruolo importante?
Sì. La scenografia l’ha creata Laura Benzi, e credo abbia fatto un ottimo lavoro. Questa casa, che poi è anche uno dei motivi di questa guerra dei Roses, perché sia Jonathan che Barbara vogliono tenerla. Diciamo che la casa, è la protagonista tra i tanti.

Vuol descrivere la casa?
L’idea è quella di una casa ricca borghese. Hanno voluto creare questa scena vuota tutto sommato, ma imponente, che determina proprio lo spazio, perché è una scenografia viva, perché la casa vive. Non posso svelare molto, però questa, ha dei cambiamenti durante lo spettacolo, cadono le pareti e succedono delle cose particolari.

A rubare la scena a lei e ad Ambra ci pensa il lampadario. Che ne pensa?
Direi di sì. Veniamo schiacciati dal lampadario, e questa è la scena tanto attesa dal pubblico, perché tutti ricordano quella del film. Devo dire che Ambra in questa scena è veramente bravissima. Ogni sera si appende a questo lampadario e succede questa magia, anche se poi la storia si conclude quando noi veniamo schiacciati da questo lampadario gigantesco.

Cosa può dire lavorativamente parlando su Ambra Angiolini?
Lavorare con lei è un’esperienza molto bella, e Ambra ha una capacità creativa incredibile.

Come descriverebbe il vostro spettacolo?
E’ uno spettacolo dove si parla di un sentimento comune a tutti noi, uomini e donne. Si parla di amore, di un amore concluso, di una guerra, una guerra che delle volte le persone riescono a scatenare quando si trovano in certe condizioni. La guerra dei Roses è una commedia, uno spettacolo molto popolare, inteso per tutti quanti, infatti ha un linguaggio molto diretto, semplice. Sicuramente è uno spettacolo coinvolgente, che non allontana il pubblico, ma lo avvicina, e credo che già questo, sia molto bello da proporre.

Cosa ha significato per lei lavorare in questo spettacolo?
Beh un’esperienza nuova, l’ennesima esperienza nuova che mi sta dando come sempre dei nuovi insegnamenti.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Matteo Cremon, e ad maiora!

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