Intervista all’analista tattico Claudio Damiani


“La figura dell’analista tattico è importante in quanto permette di andare a rilevare le caratteristiche degli avversari e di verificare la prestazione della nostra squadra con un unico obiettivo: migliorare la performance successiva” 

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Un profilo professionale di tutto rispetto quello di mister Claudio Damiani, che nel corso degli anni si è fatto conoscere per le sue competenze in materia calcistica, competenze date non solo dall’esperienza appresa sui campi, ma anche dagli studi effettuati per perfezionarsi sempre più. Ed è così infatti che ha partecipato, nella nota scuola di Coverciano, al primo corso per Osservatori per società professionistiche, ed ha anche ottenuto la certificazione di Video Analista in aggiunta al diploma come Allenatore Professionista Uefa A. Da primo allenatore Damiani ha deciso poi di voltare lo sguardo verso l’analisi tattica, facendosi subito un nome degno di stima che infatti non è passato inosservato. Ha lavorato sia nel Napoli che nel Venezia fornendo sempre degli ottimi risultati alla società nello svolgimento delle sue mansioni di collaboratore tecnico, osservatore esterno e match analyst, solo per citarne alcune. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Claudio Damiani che si è così raccontato.

Quando è nata la sua passione per il mondo del calcio?
Mio padre sin da piccolo mi portava a vedere le partite di calcio allo stadio, qui a Venezia; è una passione nata quando ero bambino. Ho iniziato a giocare all’età di nove anni. Da molti anni sono nel mondo del calcio e ho trasformato la mia passione in un lavoro.

Lei, in veste di allenatore ha iniziato allenando una juniores regionale?
Io sono del Lido di Venezia e ho iniziato ad allenare proprio dalla juniores regionale di una seconda categoria; e devo dire che è andata subito bene sia a livello tecnico, che a livello di gestione del gruppo.

Poi?
Poi ho allenato dei settori giovanili professionistici: Giovanissimi Nazionali a Venezia, nel Portogruaro invece ho allenato gli allievi e per due stagioni la squadra Berretti, per citarne alcuni. Diciamo che ho “praticato” il settore giovanile nella sua forma più alta, ovvero nel settore professionistico. A livello di prima squadra sono arrivato alla serie D.

Da primo allenatore poi decide di volgere lo sguardo all’analisi tattica. E’ esatto?

Sì. Ho preso una stagione di pausa per motivi personali durante il quale ho ampliato il mio profilo professionale dedicandomi a delle ricerche sulla match analysis. Ho iniziato così a dedicarmi all’attività dell’analisi tattica anche in virtù della preparazione che avevo sia come allenatore che come conoscenze nell’informatica.

Lei in quel periodo scrisse anche un libro?
Esatto. “Studiare gli avversari e se stessi – Migliorare la prestazione con la match analysis”. Dopo aver scritto il libro, iniziarono a chiamarmi per fare dei seminari a Roma, Napoli, e in altre città, come relatore sulla materia.

Poi cosa accadde?
Nella stagione successiva, ovvero 2014/15 ho deciso di tornare a lavorare nella nuova veste di analista tattico.

Ha inviato così i curriculum alle varie società sportive?
Più che curriculum ho mandato dei lavori a molti addetti ai lavori, finché nella stagione mi hanno chiamato al Napoli. Al Napoli svolgevo il ruolo di osservatore tattico delle squadre avversarie, ed ero infatti tesserato come collaboratore tecnico della prima squadra. In quel periodo l’allenatore era Rafael Benítez.

Poi dovette lasciare il Napoli?
Dovetti lasciare il Napoli perché il direttore Riccardo Bigon, che mi portò a lavorare per il Napoli, diede le dimissioni e passò al Verona. E nel calcio molte volte succede che a prescindere dalle competenze e dalla professionalità si viene etichettati come “uomini portati da…” . Per questo motivo non venni confermato.

A questo punto iniziò a frequentare un corso per Osservatori per società professionistiche?
Nel maggio del 2015 partecipai al primo corso per Osservatori per società professionistiche, corso che si teneva a Coverciano, e tre mesi dopo ottenni anche la certificazione di Video Analista. Nel 2016 mi sono diplomato come Allenatore Professionista Uefa A.

Tutto questo la portò ben presto a lavorare nello staff tecnico del Venezia?
Sicuramente questo mi aiutò a partecipare al progetto del Venezia che di lì a due anni ci ha portato alla serie B.

Quale era il suo ruolo?
Collaboratore tecnico, e le mie mansioni erano quello di osservatore esterno, match analyst, e altro ancora.

Poi ha preferito voltare pagina, è esatto?
Mi è stato proposto un rinnovo di contratto che non mi è sembrato conveniente accettare e per questo ho deciso di legarmi professionalmente per la stagione 2017/2018, in qualità di vice allenatore, a Stefano Sottili, con cui avevo già collaborato anni prima.

Attualmente quindi siete in attesa di una panchina?
Si sta attendendo qualche proposta, ma occorre aver pazienza e valutare con attenzione senza aver fretta di riprendere a lavorare.

Lei è allenatore, match video analyst e osservatore per società professionistiche. Quanto è importante stare aggiornati con la tecnologia?
E’ molto importante. Il Pc oramai fa parte del mio quotidiano; utilizzo iPad, software per la video analisi che va sempre aggiornato (ho una collaborazione indipendente con Sics) pur sapendo utilizzare anche il sistema Panini Digital. E’ importante saper utilizzare i fogli di calcolo per la gestione di pagine statistiche autoprodotte e non (minutaggi, natura delle reti fatte e subite). Può anche essere utilizzata la video camera per la ripresa “tattica” delle nostre gare o degli allenamenti.

Lei che cosa studia negli avversari?
Premetto che l’analisi degli avversari viene fatta sulla base di almeno 4 partite (match analysis) esaminando il fattore campo o le gare giocate contro squadre che utilizzano il nostro stesso sistema di gioco; la team analysis invece, considera lo studio della mia squadra ed è il primo lavoro che viene prodotto a inizio settimana sulla base dell’ultima gara disputata.

Che cosa rivela quindi con la match analysis?
Con la match analysis rilevo le costanti nella fase di possesso e nella fase di non possesso senza tralasciare l’aspetto delle transizioni offensive e difensive. Eseguo un attento studio sulla gestione delle palle inattive pro e contro, oltre a un’analisi sulle reti fatte e subite al fine di valutare se vi siano anche in questo caso delle costanti. Produco anche delle mini clip video sui giocatori avversari da proporre all’attenzione dei nostri giocatori. Il tutto, oltre essere eseguito con dei files video, viene anche riportato attraverso un report cartaceo correlato.

Potrebbe descrivere la figura del match video analyst?
Un elemento dello staff tecnico alla pari del vice allenatore, preparatore atletico e preparatore dei portieri; ma una figura ancora poco considerata e spesso snobbata dalla maggior parte dei presidenti e direttori e considerata ancora un costo di gestione suppletivo.

Perché è fondamentale che all’interno dello staff tecnico vi sia questa figura?
Cito una frase tratta dal libro “L’arte della guerra”: “Se conosci l’avversario e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se non conosci l’avversario e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia”
La figura dell’analista tattico è importante in quanto permette di andare a rilevare le caratteristiche degli avversari e di verificare la prestazione della nostra squadra con un unico obiettivo: migliorare la performance successiva. Non deve essere un lavoro condizionante in quanto non dovrà mai snaturare la filosofia di gioco stabilita in origine dall’allenatore.

Qual è il segreto per svolgere nei migliori dei modi, un’analisi video?
Allenarsi sull’ottimizzazione dei tempi della consegna del lavoro allo staff, avere le idee chiare sulle costanti di gioco da evidenziare nelle due fasi di gioco, avere un certo grado di esperienza anche come allenatore, con panchine realmente vissute.


Che caratteristiche deve avere un allenatore?
Dimostrare sicurezza nel suo credo, esprimere carisma e avvalersi di collaboratori fidati. A certi livelli, deve avere anche ottime capacità comunicative, lavorare in modo empatico con i mass media e sapere tutto sulla propria squadra.

Qual è a suo avviso la principale difficoltà nel mondo del calcio?
Considero che venga meno la meritocrazia. Purtroppo si vedono delle situazioni a volte imbarazzanti, per cui ti chiedi:” Ma come ha fatto questa persona a finire qui?”. Ma non è un problema legato solo al mondo del calcio.

Quali sono a suo avviso le qualità che un giovane giocatore dovrebbe avere per fare la differenza in campo?
Penso che un giocatore che mostri già delle qualità le possa consolidare e migliorare soprattutto se fa la differenza fuori dal campo, svolgendo una condotta di vita regolata nel privato, nella sfera sociale, nell’alimentazione. Difficilmente il talento tende ad affermarsi se non si gestisce con le dovute maniere o se è seguito da persone poco adatte o raccomandabili.

Secondo la sua esperienza, a miglior risultato corrisponde miglior prestazione?
Assolutamente no, a tal proposito attraverso uno studio apposito esito da Maurizio Viscidi, Antonio Gagliardi e Marco Scarpa (Club Italia) con il patrocinio di Sics è nato l’I.P.O.

Che cosa s’intende per indice di pericolosità offensiva?
L’indice quantifica, in sintesi, la pericolosità offensiva della squadra contemplando la mole di gioco e gli eventi offensivi prodotti in una partita (tiri fuori/nello specchio, cross, calci
d’angolo, punizioni dal limite, calci di rigore). Ad ogni evento viene associato un coefficiente la cui somma confrontata con quella della squadra antagonista darà l’idea di quale sarà stata la squadra con l’atteggiamento offensivo più spiccato. Vi sono squadre che vincono con un rigore al 94’’, senza aver mai tirato verso la porta avversaria e altre che allo stesso modo perdono avendo attaccato per l’intera durata della partita.

Qual è il modulo di gioco che preferisce?
Sarebbe sempre bello avere i giocatori adatti a poter utilizzare il sistema di gioco prediletto! Non c’è un sistema di gioco che preferisco. Ho sempre pensato che è necessario essere preparati in tutte le situazioni e lavorare sulla flessibilità, a seconda dei giocatori che si hanno a disposizione. Inoltre, tutto cambia anche in funzione del sistema di gioco a cui ci dobbiamo contrapporre in partita.

Come è cambiata negli anni la figura del calciatore?
Considero che un tempo fosse tutto più semplice: tempi addietro, per portare un calciatore in un club bastava una telefonata diretta allo stesso e una stretta di mano; attualmente le contrattazioni dipendono da una svariata quantità di dinamiche: fondi d’investimento, procuratori (veri fautori del mercato), sponsor tecnici, genitori che per far giocare il figlio sono disposti a pagare! Anche in questi casi la meritocrazia viene meno. Basti pensare a quanti giocatori vengono importati da paesi più o meno lontani, quando basterebbe dare un’occhiata nelle nostre serie minori per trovare più di qualche elemento di indiscusso talento/valore.


Qual è il sacrificio più grande nel suo lavoro?
Il tempo che porto via ai miei figli con la consapevolezza che comunque, occorre lavorare per andare avanti.

Che consiglio può dare ai ragazzi che vorrebbero intraprendere la sua professione?
Aggiornarsi continuamente, vedere partite di calcio e proporsi attraverso l’invio di report o lavori eseguiti, al di là dei C.V. che non vengono quasi mai consultati. Ma soprattutto impegnarsi sulla ricerca del contatto giusto, con un certo peso decisionale nel club.

Progetti?
Lavorare bene per ritrovare palcoscenici importanti.

Vuole aggiungere altro?
Ringrazio per l’interessamento e per lo spazio dedicatomi nel vostro prestigioso sito.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Claudio Damiani, e ad maiora!

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