Nazionale di Calcio Ucraina: intervista ad Andrea Maldera


“Noi come staff siamo uno staff nuovo, ma stiamo trovando una giusta logica del lavoro, tecnicamente siamo una buona squadra” 

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Una passione innata per lo sport quella di Andrea Maldera, passione che lo ha portato ben presto a lavorare in questo mondo, formandosi attraverso un valido e qualificato percorso di studi. Nel calcio Maldera è riuscito a farsi un nome degno di stima per merito dalla sua grande professionalità e delle sue brillanti competenze calcistiche. Ciò che sicuramente emerge in Maldera è la determinazione e la grinta nel raggiungere grandi traguardi lavorativi, come infatti ha dimostrato al Milan, dove ha avuto modo di lavorare al fianco di grandi campioni che l’hanno sempre apprezzato per la sua competenza calcistica. Per Andrea la preparazione ricopre un ruolo importante al fine di non lasciare niente al caso e ottenere così ottimi risultati e fare la differenza in campo. Attualmente Maldera fa parte dello staff tecnico della Nazionale Ucraina, allenata da Andrij Shevchenko, in cui riveste un doppio ruolo: collaboratore tecnico in campo, dato dal suo patentino da allenatore, e match analyst fuori. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Andrea Maldera che ha parlato sia del suo percorso lavorativo che della sua attuale esperienza nella Nazionale Ucraina. 

La sua è stata un’infanzia all’insegna del calcio e delle partite. E’ esatto?
Ho sempre vissuto circondato da calciatori e da partite, quindi questo mi ha aiutato, almeno in parte, a conoscere in anticipo questa realtà.

Quando ha deciso di intraprendere questa carriera?
Crescendo mi sono appassionato allo sport in generale, quindi non solo al calcio, tant’è che poi decisi di iscrivermi all’Isef: volevo lavorare nello sport, anche se inizialmente non era chiaro in quale indirizzo.

La sua voglia di lavorare nel mondo dello sport era talmente grande che iniziò a lavorare durante il suo percorso di studi. Giusto?
Esatto, quando ero studente all’Isef ho iniziato a lavorare in alcuni centri fitness.

E il calcio?
Il calcio in quegli anni lo vivevo ancora come una passione.

Una passione che iniziava a prendere forma?
Sì, infatti allenavo le squadre giovanili.

Lei iniziò nel Cimiano Calcio?
Ho iniziato a lavorare nel Cimiano, una società vicino a Milano. Il Cimiano era in pratica la scuola calcio del Milan, una società gemellata con il Milan per essere più precisi. Anche mio padre lavorava lì con le scuole calcio, e io per passione e senza alcuna remunerazione, iniziai ad allenare questi ragazzi, non pensando ancora che potessi fare un domani, l’allenatore o lavorare a certi livelli.

Nonostante allenasse i ragazzi del Cimiano Calcio quella dell’allenatore non era la sua principale attività. E’ corretto?
Per un po’ di anni ho dovuto svolgere diverse attività, ovvero il mio lavoro nei centri fitness di Milano, lo studio presso l’Isef e allenatore al Cimiano. Continuai a mandare avanti tutte queste attività, d’altronde quando si è giovani non spaventa il fare, quindi la mia vita per un po’ di anni è stata questa: palestra, studio e campi.

Quando è arrivata la svolta?
La svolta è arrivata quando dopo tre anni che ero al Cimiano, mi contattò una società della Brianza, l’A.C. Meda, la quale prima squadra militava in C2, ai tempi c’era ancora la C1 e la C2, non c’era come adesso la sola Lega Pro. Era una società che, militando in C2, doveva avere un settore giovanile che avrebbe dovuto competere con le categorie professioniste, quindi la società brianzola era alla ricerca di allenatori giovani in grado di allenare adeguatamente questo settore, e a quel punto mi chiesero se fossi disposto ad andare lì.

Cosa rispose?
Io andai senza nessuna pretesa e senza nessuna speranza, se non quella di vivere un esperienza nuova, e da lì nell’A.C. Meda presi i giovanissimi nazionali, e feci il mio primo campionato professionista.

Cosa voleva dire questo per lei?
Che l’A.C. Meda poteva giocare contro il Milan, contro l’Inter e contro l’Atalanta, giusto per citarne alcune, ovvero squadre di alto livello, e quelle per me, furono le mie prime esperienze da allenatore in un campionato più importante.

Fece due anni nell’A.C. Meda?
Sì. Feci due anni all’A.C. Meda crescendo di categoria e vivendo delle bellissime esperienze che ricordo ancora.

Poi che successe?
Dopo due anni nel Meda, arrivò la chiamata del Milan.

Galeotta della chiamata fu una partita da voi fatta contro il Milan?
Nel secondo anno al Meda giocammo contro il Milan, in quella partita li battemmo e, a vedere la partita, c’erano i dirigenti del Milan. Noi giocammo quella partita benissimo, ma nel complesso anche quel campionato lo facemmo bene.

Quindi?
Il Milan in quegli anni stava incrementando le squadre per la stagione successiva, quindi nel panarama regionale stava valutando dei nuovi allenatori da poter inserire nel proprio organico, e io ho avuto la fortuna di giocare proprio contro di loro in quel periodo e di fare bene, quindi mi chiamarono.

Ha giocato solo la fortuna e non il suo cognome?
Beh sicuramente il fatto che io avessi un cognome che comunque era già legato alla storia del Milan sicuramente mi ha aiutato, ma posso dire a gran voce che mio padre è una persona che non si è mai permesso di fare una telefonata a nessuno. Il mio cognome era quello, quindi in un modo o nell’altro era più curioso conoscere me piuttosto che un altra persona.

Accettando questo incarico nel Milan lei retrocedeva di categoria. E’ esatto?
Sì perché il Milan cercava dei giovani allenatori per aggiungere tre categorie nei piccoli. Chiaramente anche se tornavo indietro come categoria, andavo in una società importante.

Lavorò nel settore giovanile per tre anni?
Sì, poi quando Filippo Galli nella stagione 2006/07 divenne allenatore della Primavera del Milan, mi chiese se volessi lavorare con lui nel suo staff. Filippo non aveva mai allenato come primo allenatore, aveva gia lavorato nel settore giovanile del Milan come assistente di Franco Baresi in Primavera, ma mai come allenatore in prima.

Per lei questa proposta rappresentava una grande opportunità lavorativa?
Chiaramente era un salto incredibile perché in quegli anni, come lo è adesso per gli allenatori giovani, lavorare nella Primavera del Milan era un’opportunità incredibile.

Accettò di passare dal ruolo di primo allenatore a quello di assistente?
Anche se non avevo più il ruolo di primo allenatore ma di assistente, accettai subito e iniziai a lavorare nella Primavera del Milan insieme a Filippo Galli.

Incontrò qualche difficoltà nel gestire i due lavori, perché lei continuava a lavorare anche nelle palestre?
Beh la Primavera è un impegno completamente diverso rispetto ad un settore giovanile, si parla di livello quasi professionistico, si allena tutti i giorni e si va in ritiro il sabato, quindi ho incominciato a fare fatica a gestire i due lavori.

Cosa decise di fare?
Il secondo anno di Primavera con Filippo Galli decisi di lasciare definitivamente le palestre e di dedicarmi al mondo del calcio. Quindi feci due anni ancora in Primavera, prima con Filippo Galli e poi con Alberico Evani.

Poi arrivò una nuova proposta?
Esatto. Arrivò poi la stagione 2009/10 che è un altro momento chiave della mia carriera, infatti l’allora allenatore del Milan, Carlo Ancelotti lasciò il Milan, e arrivò al Milan come primo allenatore, Leonardo Nascimento De Araújo e lui, che aveva una visione molto manageriale del ruolo di allenatore, voleva uno staff moderno, moderno nel modo di interpretare il ruolo di assistente. Io nel frattempo, dopo i vari corsi di allenatore, mi ero specializzato nelle analisi video e nella tattica. Questo aspetto infatti mi ha sempre più affascinato rispetto ad altre cose.

Quindi?
Quindi a Leonardo piaceva questa cosa di avere una video analisi, ovvero un’analisi un po’ meno soggettività e più oggettiva, dati cioè che non siano solo opinioni, e allora mi chiese di entrare nel suo staff come collaboratore tecnico.

L’allenatore in seconda era Mauro Tassotti?
Sì, il suo secondo era Mauro Tassotti che poi è diventato un mio grandae amico.

Dalla Primavera poi, si trovò a lavorare in prima squadra?
Esatto. Lavorai nello staff tecnico di Leonardo nel 2009/2010, una stagione in cui raggiungemmo dei bei obiettivi, quindi una stagione che confermò il nostro ruolo nel Milan.

Poi mister Leonardo Nascimento de Araújo lasciò la panchina del Milan?
Leonardo che è una persona alla ricerca di nuove sfide nel 2010 decise nonostante abbia lavorato bene, di lasciare il Milan e quindi il Milan era alla ricerca di un nuovo allenatore.

Al Milan arrivò Massimiliano Allegri nella stagione 2010/2011. Il suo ruolo venne confermato?
Per mia fortuna Allegri all’epoca non aveva uno staff molto numeroso e quindi, una figura come la mia di match analyst non c’era nel suo staff. Quindi andai a trovare Allegri a Livorno perché voleva conoscermi e valutare il mio profilo e se potevo essere utile al suo staff.

Quindi?
Mi arrivò la chiamata di Adriano Galliani, che mi disse che ero stato convocato per la stagione 2011, e incominciò così questa nuova avventura con un nuovo allenatore che era appunto, Massimiliano Allegri. Fu una stagione che all’inizio sembrava difficile, ma che alla fine si concluse con un grandissimo trionfo, perché vincemmo lo scudetto. Tutto il tempo in cui Massimiliano è rimasto al Milan io lavorai con lui, quindi, parliamo di quattro stagioni.

Lei ha avuto modo di lavorare con dei grandi atleti, per lei questo confronto è stato formativo?
Ho avuto la fortuna di lavorare con dei giocatori incredibili, quali: Allessandro Nesta, Gennaro Gattuso, Andrea Pirlo, Filippo Inzaghi, Massimo Oddo, Zlatan Ibrahimović e David Beckham, per citarne alcuni. Lavorare con grandissimi campioni è stato formativo perché quando ti confronti con loro cresci anche solo nell’osservarli, ma anche nel condividere con loro la tattica: parlare di tattica con certi giocatori è davvero incredibile.

Poi mister Allegri venne esonerato a gennaio nella stagione 2013/2014, cosa accadde?
Accadde che al Milan arrivò Clarence Seedorf, che nonostante i buoni risultati il Milan decise di cambiare guida tecnica nella stagione successiva, e al suo posto arrivò Pippo Inzaghi.

Lei venne confermato?
Sì, sia io che Mauro Tassotti rimanemmo nello staff con Inzaghi.

La stagione di Inzaghi fu una stagione complicata?
Una stagione complicata perché quello era un Milan di grande passaggio. Però ci tengo a dire che con Pippo sia a livello personale che professionale ho avuto un ottimo rapporto.

Anche Inzaghi finì il suo percorso nel Milan, e lei cosa fece?
Inzaghi finì il suo percorso nel Milan e io rimasi al Milan, in quanto la figura di match analyst negli anni si è sempre più sviluppata, ed è cresciuta notevolmente anche nel settore giovanile.

Poi arrivò alla panchina del Milan, Siniša Mihajlović?
Quando arrivò Mihajlović io diventai coordinatore dell’area video analisi del settore giovanile.

Non lavorava più per la prima squadra?
Alla prima squadra davamo solo un supporto come struttura di match analysis, invece nel settore giovanile abbiamo continuato la ricerca e lo sviluppo dell’area video con Filippo Galli, ruolo che tutt’ora ricopre.

Poi cosa accadde?
Ero molto contento del mio ruolo, anche perché mi trovavo bene con lo staff, mi piaceva il mio ruolo, il progetto, ma quando mi arrivò la chiamata inaspettata di Shevchenko, mi incuriosiva l’idea di questa nuova esperienza.

Con Shevchenko lei aveva lavorato anche al Milan?
No, non ho mai lavorato con lui direttamente, perché quando lui giocava al Milan, io lavoravo per la Primavera.

Non lavorò mai con lei, però lavorò con Mauro Tassotti?
Shevchenko ha lavorato per tanti anni con Tassotti, quindi quando la stagione scorsa Andrij venne promosso Commissario tecnico della nazionale Ucraina, Mauro Tassotti che nel frattempo era rimasto al Milan come osservatore, venne contattato da Shevchenko, il quale gli espone questo progetto nella nazionale Ucraina, a quel punto Mauro accettò facendo anche il mio nome per far parte del loro staff. Quindi incontro Shevchenko, che mi propone questo progetto, e decido di accettare.

Dopo tanti anni lasciò il Milan: ci pensò bene?
Per me lasciare il Milan non è stata sicuramente una scelta facile, anche perché il legame con questa società era, è, e sarà sempre fortissimo. Lavorare fuori ti apre un mondo: conosci altre persone, altre realtà, ti confronti con situazioni diverse. Poi lavorare per una Nazionale è bellissimo: portare una maglia che rappresenta un’intera nazione, una bandiera, vedere la gente allo stadio che canta l’inno nazionale, in paesi in cui sono molto attaccatti alla loro bandiera, alla loro storia, è una sensazione unica, specialmente perchè si ha con orgoglio la consapevolezza di stare rappresentando almeno in parte quella nazione.

A certi livelli che caratteristiche devono avere gli atleti?
La figura del calciatore negli anni è cambiata, rispetto ai tempi in cui giocava mio papà o mio zio. Oggi c’è molta più attenzione sull’atleta giocatore, quindi l’aspetto atletico ha preso molta importanza. Il calciatore oggi deve avere molte più conoscenze rispetto a prima, deve avere una conoscenza calcistica e un’intelligenza di non trascurabile importanza, la classica frase del giocatore che corre dietro un pallone non vale più.

Voi siete uno staff nuovo nella Nazionale Ucraina?
Noi come staff siamo uno staff nuovo, ma stiamo trovando una giusta armonia e una giusta logica del lavoro. Il gruppo infatti si sta amalgamondo bene.

Come si relaziona con gli atleti?
Il mio lavoro è quello di utilizzare molto il mezzo del video, perché il video è un mezzo che facilita la comunicazione con gli atleti. Personalmente mi piace confrontarmi con loro per valutare insieme i vari aspetti da migliorare.

A miglior partita corrisponde miglior prestazione?
Il risultato non è sempre legato alla prestazione.

Qual è la sua filosofia di gioco?
A prescindere dal sistema di gioco utilizzato mi piace un calcio dominante, cioè cercare di essere una squadra che prova a proporre un calcio propositivo, ovvero, essere sempre protagonisti nella gara. Questo perché mi piace la squadra che prende l’iniziativa e ha voglia di vincere senza giocare sugli errori dell’avversario.

Qual è la frase che ricorda piacevolmente?
Una frase che mi aiuta tutt’ora è una frase che diceva Massimiliano Allegri nei momenti di difficoltà: “Ci vuole della calma!” questa è una frase che mi aiuta anche oggi per gestire le pressioni che il mio lavoro a volte può comportare.

Qual è il sacrificio più grande del suo lavoro?
La famiglia. Sicuramente questo è un lavoro che prosciuga, perché non si hanno più week-end, non si hanno orari, e per questo si rischia di trascurare la famiglia e purtroppo quando ci si fa travolgere da questo mondo non ci si accorge.

Vuoi dire qualcosa sulla Nazionale Ucraina?
Tecnicamente siamo una buona squadra, seguiamo i nostri obiettivi cercando di far tornare questa nazionale a quella che era, nonostante l’Ucraina in questo momento non stia attraversando un periodo sereno.

Cosa può dire su mister Shevchenko?
E’ stato un giocatore straordinario, ma adesso sta iniziando una nuova carriera, e ha qualità morali e gestionali molto importanti. Shevchenko ha tutti i mezzi e le conoscenze per poter fare l’allenatore: ha delle grandi possibilità.

Chi è Andrea quando non sta in campo?
Un padre che sta dietro ai suoi figli. Ho la passione per le Harley-Davidson e gioco a tennis ogni tanto. Per il resto sono una persona normalissima.

Che consiglio può dare a chi vorrebbe intraprendere la sua professione?
Di avere molta lucidità nel dover scegliere la strada, le passioni sono fondamentali nella vita, ma non sempre si ha la fortuna come nel mio caso che possano diventare un lavoro.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Andrea Maldera, e ad maiora!

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