Uranio impoverito: intervista al Colonnello del Ruolo d’Onore dell’Esercito Italiano Carlo Calcagni


“Per me è importante diffondere la mia testimonianza, perché è mio dovere, di uomo, di cittadino italiano e di soldato, informare; non possiamo dimenticare chi ha perso la vita o ha riportato un’infermità permanente nell’adempimento del proprio dovere”

Intervista di Desirè Sara Serventi 

A parlare è il Colonnello del Ruolo d’Onore dell’Esercito Italiano, paracadutista e pilota istruttore di elicotteri, Carlo Calcagni, la cui vita è drasticamente cambiata dopo una missione internazionale di pace alla quale ha partecipato nel 1996 nei Balcani, teatro di guerra in cui ha operato, senza sapere che l’ambiente era “pesantemente” contaminato da particelle di metalli pesanti e da altre sostanze tossiche che derivano dalle esplosioni di tonnellate di proiettili con uranio impoverito, sostanze che sono altamente tossiche e delle quali è stata accertata e dimostrata la “massiccia” presenza in ogni parte del suo corpo; sostanze che hanno “minato” persino il suo DNA (nitrosamine addotte al DNA); sostanze che non sono biocompatibili, né biodegradabili. Diverse erano le mansioni che spettavano al Colonnello Calcagni in quella missione: ricognizione, recupero e trasporto feriti, servizio MEDEVAC (evacuazioni medico-sanitarie), ma mai gli venne raccomandata la necessità di proteggersi da eventuali contaminazioni, né gli era stato fornito idoneo materiale di protezione. E fu così infatti che Calcagni, rientrato in Italia, dopo pochi anni iniziò a fare i conti con la cosiddetta sindrome dei Balcani, che ha caratteristiche cliniche analoghe alla ben più nota sindrome del Golfo. Il Colonnello Calcagni però è uno che, nonostante la sua grave malattia, combatte con grinta, con forza e con coraggio, sfruttando ogni occasione in giro per l’Italia, per far conoscere la propria storia, che non è soltanto la sua storia, ma è la storia di tanti, troppi, soldati italiani. Egli non vuol parlare della malattia che lo costringe a sottoporsi a tutto ciò che è per lui indispensabile per sopravvivere: alimentazione molto particolare (biologica, priva di: conservanti, glutine, nichel, zucchero e lattosio), prelievi, iniezioni, pastiglie, camera iperbarica, ossigeno terapia, ventilatore polmonare, plasmaferesi e frequenti setticemie da catetere venoso centrale, soltanto per citare alcune delle quotidiane problematiche da assalire. Recentemente Calcagni ha partecipato ad un incontro nella città di Cuorgné, dove ha potuto portare la sua testimonianza anche ai ragazzi nelle scuole. Ai microfoni di Sledet.com che lo hanno raggiunto si è così raccontato.

Lei recentemente ha portato la sua testimonianza agli studenti della città di Cuorgnè. Vuol parlarne?
È stato un vero onore essere presente a Cuorgnè per l’evento che gli amici dell’Associazione Paracadutisti del Canavese hanno organizzato, senza trascurare alcun dettaglio e facendomi sentire veramente in famiglia. Per me è sempre molto importante portare la mia testimonianza, ovunque, e continuerò a farlo fino all’ultimo respiro. E’ mio dovere informare; non possiamo dimenticare chi ha perso la vita o ha riportato un’infermità permanente nell’adempimento del proprio dovere e soprattutto per tenere fede al giuramento fatto!

Il suo messaggio, così come quello degli altri militari presenti, mirava a far capire che non bisogna mai arrendersi?
Mai arrendersi, ma continuare a lottare con forza e coraggio, nonostante tutto e tutti; trovare la capacità di trasformare un evento avverso in una nuova opportunità e far diventare quelli che apparentemente sembravano essere limiti, punti di forza. Questa è la vera sfida da proporre alle generazioni più giovani, che sono il nostro futuro.

Lo sport le è stato di grande aiuto. Cosa ha significato per lei?
Lo sport è vita, è passione, ma è anche solidarietà, inclusione, e sicuramente è il mezzo più efficace per abbattere le barriere, nel vero senso della parola. Lo sport è quanto di più accessibile ed efficace per favorire il recupero psico-fisico della persona diversamente abile. Proprio dallo sport, che è stato mio compagno e sostegno sin da ragazzo, ho continuato a trarre quelle energie senza le quali sarebbe stato impossibile affrontare le problematiche sopraggiunte negli anni. Il ciclismo mi ha insegnato il valore della fatica e del sacrificio che ripaga. Mi offre ogni giorno, e ancor più in ogni competizione, la possibilità di confrontarmi con me stesso e con le mie risorse positive, anche quando tutto sembrerebbe essere perduto. Eppure proprio dall’ambiente sportivo ho ricevuto negli ultimi anni un dolore che non mi aspettavo, e che sicuramente non meritavo. Un contesto che professa di occuparsi della tutela e della promozione delle discipline paralimpiche non ha saputo garantire, considerata la severità e la complessità delle mie patologie, la possibilità di continuare a beneficiare degli effetti positivi che la partecipazione a competizioni nazionali ed internazionali apporta alla mia condizione fisica e psicologica. Mi auguro che mi venga presto nuovamente permesso di rientrare in un mondo, quello dello sport agonistico per disabili, che negli anni è stato per me generatore di energie positive e che ora, precluso, rischia di aggravare il mio stato di salute, nell’impossibilità di spendermi in una disciplina che è per me vita; non c’è dubbio che sopravvivo per le terapie quotidiane, ma è lo sport che mi fa vivere veramente!

Lei fa parte del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa. E’ importante fare gruppo in queste situazioni?
Sicuramente noi del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa siamo la dimostrazione concreta di quanto sia importante fare gruppo e restare sempre uniti, facendo cerchio intorno a chi è in difficoltà. La finalità di un gruppo è quella di non lasciare indietro nessuno. Accade troppo spesso, invece, che proprio i più deboli vengano isolati. Un progetto che avrà sicuramente arricchito i partecipanti. Mi auguro che questa giornata sia stata per tutti i partecipanti, così come lo è stata senza dubbio per me, fonte di arricchimento e riflessione. Sono felice di aver constatato che i ragazzi sanno guardare, ascoltare, riconoscere ed apprezzare quei valori importanti per i quali esiste ancora chi è disposto a sacrificare la propria vita. I giovani hanno solo bisogno di essere ascoltati, guidati e presi per mano. Molti si limitano ad esprimere un’opinione, ma è soltanto con l’esempio che possiamo sperare in un futuro migliore.

Lei come Colonnello che cosa vuole insegnare?
Io sono un soldato, sono un uomo e sono un sognatore: voglio insegnare a chi non crede a crederci, perché noi ce la possiamo fare anche con un tenue filo. Tutto è possibile, ma soltanto se non ti arrendi. I medici che mi curano da anni, alla luce della severità del quadro clinico, dicono che un filo molto tenue mi tiene legato alla vita. Io invece dico che sarà forse un filo, ma è un filo d’acciaio, tenace e solido come solo l’acciaio sa essere.

Oggi non vuol parlare della sua malattia. E’ corretto?
Esatto. Oggi non voglio parlare della malattia, che mi ha portato ad essere riformato nel 2007 con una invalidità permanente del 100% riconosciuta dipendente da causa e fatti di servizio, avvenuti durante la missione internazionale di pace in Bosnia-Herzegovina. Ho girato pagina, ho iniziato un nuovo capitolo della mia vita. Ora è mio compito insegnare che non bisogna piangersi addosso per quello che è accaduto ed ha stravolto la nostra vita, ma bisogna apprezzare ogni singolo attimo del nostro tempo, perché ogni istante è un’opportunità per inseguire quegli obiettivi e quei sogni che ci permettono di essere felici. Soltanto se riusciamo a valorizzare il “residuo” possiamo farcela!

Cosa comprende questo nuovo capitolo?
La lotta per vivere e l’essere d’esempio! Considero questa la più importante delle mie battaglie, perché posso salvare non solo la mia vita ma anche quelle di tanti altri, molte più di quelle che ho salvato nelle missioni militari nazionali ed internazionali alle quali ho partecipato.

Qual è il suo segreto?
Volontà… volontà e ancora… volontà! Solo così riesco ad alzarmi ogni mattina, dopo notti insonni per i tremendi dolori ed il fastidio insopportabile della maschera che mi tiene collegato al ventilatore polmonare, con un unico scopo: trovare le energie per salire sulla mia bici e poter essere di esempio per coloro che hanno rinunciato a combattere, perché, se non ci provi, hai già perso! Ci tengo a precisare che tutto questo non vuol dire che i miei figli, Francesca, di 12 anni, e Andrea, di quasi 9, passano in secondo piano; sono proprio loro la mia più importante ragione di vita: i miei figli sono e resteranno al primo posto, sempre e comunque.

Una bici speciale?
Una bici molto speciale, non solo perché a causa dei problemi neurologici, con perdita di equilibrio, si è trasformata in un triciclo, ma soprattutto perché è la mia macchina di salvezza; è la terapia più efficace nel contrastare la polineuropatia cronica, degenerativa, irreversibile ed il Parkinson.

Tante le terapie a cui deve sottoporsi?
Mi sottopongo a tutto ciò che è indispensabile per sopravvivere: prelievi, iniezioni, flebo, medicine, pugni di pillole, camera iperbarica, ossigeno-terapia, ventilatore polmonare, plasmaferesi, interventi d’urgenza e frequenti antibiotico-terapie per eradicare le setticemie da catetere venoso centrale. Accetto ogni atto sanitario, anche quello più doloroso, purché si consolidi quel filo, purché gli intrugli che mi servono per continuare a lottare come un guerriero d’altri tempi, siano essi in pillole, flebo, debilitanti plasmaferesi o dolorosi interventi, quasi sempre effettuati d’urgenza, mi consentano di continuare a salire sul mio destriero, la mia bici, e continuare a vivere e poter vedere crescere i miei figli! Ma è necessario avere la voglia, quella voglia che ti permette di superare anche quello che può sembrare apparentemente impossibile: è come quando, scalando una lunga e durissima salita, anche l’atleta più allenato sente il cuore al limite, mentre le gambe diventano legnose e quasi non ce la fanno più a spingere sui pedali, gli manca il fiato e non riesce più a respirare; verrebbe naturale mollare, invece è proprio in quel momento che subentra la voglia che permette di andare oltre, anche oltre ogni immaginabile limite umano! Per questo concentro: voglia, cuore, testa e gambe… e vivo!

Sembra quasi che la bici le serva per attenuare i dolori?
E’ proprio così, ma c’è una spiegazione scientificamente dimostrata: pedalando, aumenta la pressione del sangue e contemporaneamente aumenta la perfusione dei nutrienti e dell’ossigeno che, attraverso le membrane cellulari, penetrano nelle cellule e permettono all’anidride carbonica, sempre molto elevata, e le tossine di essere eliminate; proprio per questo meccanismo, i dolori, costantemente forti, improvvisamente si attenuano ed io inizio a sentirmi meglio; la vita mi prende e rientra in me con il cuore che batte più forte, ed io mi sento normale. Certamente non è facile, se fosse facile, tutti ne sarebbero capaci! Ogni volta è sempre più difficile, ma io non mollo, perché è proprio quando il gioco si fa duro che i duri iniziano a giocare!

Vuole aggiungere altro?
Voglio dire che intendo continuare ad essere un riferimento ed un esempio per coloro che vedono in me un modello da imitare. Per coloro che attraverso la mia storia possono imparare che si può essere normale, vivendo comunque una vita dignitosa ed essere partecipi alla vita sociale, senza chiudersi nella malattia. Posso vivere ed essere felice pur affrontando terapie quotidiane, perché la mia felicità dipende esclusivamente da me, perché è proprio in me che trovo la forza ed il coraggio per andare avanti, apprezzando e vivendo a pieno ogni istante della mia vita! Anche quando il tuo corpo sembra chiederti tregua e la cosa più semplice da fare sarebbe quella di stare sul divano guardando un bel film, o leggendo un libro, sono io a decidere ed è la mente che comanda di agire, ricordandogli che, proprio come la bicicletta, deve muoversi per mantenere l’equilibrio! Sarebbe meraviglioso poter condividere con tutti, non solo quello che appare, ma anche le emozioni che provo nel perseguire i miei obiettivi, quelle vibranti emozioni che nutrono ed alimentano le mie energie, necessarie ed indispensabili per alzarmi ogni mattina col sorriso e soprattutto con la voglia di continuare. Quando tutto sembra più grande di te, tu devi diventare più grande di tutto! Io sono la dimostrazione che i limiti sono solo mentali, spesso imposti dalla società e dalle credenze popolari, o da chi ti vorrebbe vedere moribondo in un letto o addirittura saperti già morto! Nonostante tutto e tutti posso dire che sono fortunato perché sono ancora qui, per questo sono grato di avere ancora tempo, quel tempo che ho imparato ad apprezzare e del quale non posso e non voglio sprecare neanche un solo istante. Ogni singolo attimo di vita rappresenta per me una grande opportunità per continuare ad inseguire quegli obiettivi e quei sogni che mi permettono di essere felice! Non sognare una vita migliore… lotta fino in fondo per vivere i tuoi sogni… e fa che ogni tuo sorriso sia speranza per chi ti vede… e ammira quello che fai.

Sledet.com ringrazia per l’intervista il Colonnello Carlo Calcagni, e ad maiora!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *