Monolith: intervista al regista Ivan Silvestrini


“Credo che la regia non debba per forza prevaricare la storia, e io come regista cerco di assecondare la storia” 

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Un lavoro di regia curato nei minimi particolari e dettagli quello svolto dal regista Silvestrini in Monolith, infatti, seppur le tematiche affrontate dal film fossero molto diverse, ma altrettanto importanti, come quelle della tecnologia e della maternità, Silvestrini è riuscito a fonderli insieme creando una storia avvincente e non banale, anzi è riuscito ha girare un film ricco di messaggi e di simbologie. Monolith è stato interamente girato in lingua inglese, ed è stato girato in America nel deserto dello Utah. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Ivan Silvestrini che si è raccontato.

Quando è nata la sua passione per il mondo della regia?
Avevo alcune passioni come la scrittura, la fotografia, la musica e per questo mi iscrissi alla facoltà di Arte e Scienze dello Spettacolo. Lì scelsi come indirizzo Cinema, perché mi sembrava un occasione di unire tutte queste mie passioni. Questa facoltà era molto teorica, più che altro dedita alla formazione di critici, e a me stava un po’ stretta questa cosa, e così ho cominciato a girare i miei primi cortometraggi quando ancora andavo all’università. E’ stato poi il mio quarto cortometraggio che mi ha aiutato ad entrare al Centro Sperimentale per studiare regia dove ho capito, che sarebbe stata quella la mia strada.

Una strada con due corsie considerando che lei lavorava anche in ufficio?
In realtà lavoravo in ufficio presso una società, ma cominciai a pensare che forse non dovevo aspettare all’infinito, ed è per questo che vidi nelle “web serie” l’occasione di realizzare qualcosa senza chiedere il permesso a nessuno.

Quindi ha iniziato con le web serie?
Sì, anche perché la produzione seriale con la sua natura frammentaria, mi permetteva di superare i limiti del cortometraggio, con un racconto a episodi, quindi, era come produrre tanti cortometraggi.

Il suo primo film è stato “Come non detto”, fu questo che le aprì le grandi porte?
Come non detto, non mi ha aperto subito le grandi porte, infatti ci sono volute molte serie web per mettermi in pista.

La prima web serie che fece fu girata in inglese?
La prima serie web che feci e che si chiamava “Stuck” era in inglese, poi c’è stata un’altra serie web dal titolo “Under” che era più una serie di genere, quindi un po’ thriller, e diciamo che l’unione di queste due cose convinsero poi i produttori di Monolith, che potevo essere la persona giusta per affrontare una sfida così ambiziosa: in inglese e in terra straniera.

Infatti lei è il regista di Monolith, che recentemente è uscito nelle sale italiane. Qual è stata la principale difficoltà?
Niente è stato facile in questo film.

Potrebbe essere più preciso?
Monolith è stato un film complesso da sviluppare, anche se devo dire che l’aver trovato il favore di Sky, che è entrata nel progetto e ne è diventata la produzione, ha fatto capire che il film avrebbe preso tutta un’altra piega, anche perché si sarebbe fatto in un certo modo, e questo mi piaceva. Ovviamente dovevamo essere molto preparati, perché dovevano girare in tre settimane. e non ci poteva essere nessun margine di errore. Quindi abbiamo disegnato tutto il film prima di farlo, scena per scena, inquadratura per inquadratura, e anche se poi sul set ovviamente ho dovuto improvvisare per necessità, eravamo tutti preparati ad affrontare questa sfida.

In Monolith era “buona la prima” o preferiva coprirsi le spalle con più riprese?
Non dico buona la prima, ma non c’era modo di darsi troppe opzioni di ripresa. Bisognava andare a raccontare le scene in una maniera essenziale e funzionale allo stesso tempo. Tutto questo trasformava la realizzazione di Monolith in un intricatissimo puzzle di inquadrature, dove poi anche la stessa scena veniva spezzata in più giornate di ripresa.

Come nelle riprese che riguardavano i gemellini che hanno interpretato il ruolo di David?
Allora i bambini a volte gli abbiamo portati nel deserto, ma chiaramente di notte nel deserto non era pensabile portarli, quindi, nelle scene notturne i bambini gli abbiamo fatti girare per metà in teatro di posa e per metà nel deserto. Poi chiaramente ci ha pensato il direttore di fotografia a far sembrare che tutto accadesse nello stesso posto e nello stesso momento.

Che tecniche ha utilizzato per tirare fuori le reazioni dei bambini durante le riprese?
I bambini non è che reagiscono a quell’età alle indicazioni che gli vengono date, quindi dovevamo cercare di tirar fuori le reazioni che ci servivano inventandoci giochi ogni volta diversi, per far fare loro quello che ci serviva per le riprese, e poi cercare di ricostruire con l’attrice Katrina le giuste controreazioni della madre.

Perché avete scelto due gemelli per interpretare David?
Avevamo due gemelli perché i bambini non possono girare a quell’età più di un tot di ore al giorno. La mattina giravamo con uno e il pomeriggio con l’altro, anche perché sapevamo che nel momento in cui si fossero disperati troppo poi gli avremo probabilmente persi, quindi mantenevamo le scene più tranquille per la prima parte della giornata, così potevamo concedere uno o massimo due scene di pianto del bambino al giorno.

Potrebbe essere un’esperienza traumatica per i bambini?
Da genitore so che non è una cosa troppo traumatica perché quella è l’età in cui i bambini devono imparare a calmarsi da soli. Bastava far sparire la madre dei bambini dal loro campo visivo che loro cominciavano ad essere irrequieti. Poi devo dire che ci sono un paio di scene in cui la cosa è venuta da sola.

Che cosa intende dire?
C’è una scena in cui la madre improvvisamente toglie un giocattolo al bambino e il bambino ha iniziato a piangere, e la scena è stata ripresa. Quindi, diciamo che dovevamo essere molto preparati a riprendere le cose nel momento giusto.

Qual è l’aspetto più interessante di Monolith?
Secondo me è interessante che questo genere di film ti permette di raccontare delle dinamiche interiori di una persona. Poi diciamo che appartengono ad un cinema d’autore ma che ti permette di raccontarlo in un contesto molto dinamico e visivo, quindi è una sorta di grande metafora visiva, di una lotta interiore del personaggio. Questo secondo me è la cosa più interessante, poter raccontare una storia enormemente emotiva attraverso un grande approccio visivo. Credo che la regia non debba per forza prevaricare la storia, ogni storia necessita di un certo tipo di regia, e io come regista cerco di assecondare la storia.

Monolith tratta due temi che sono stati fusi insieme?
I due temi del film sono il nostro rapporto con la tecnologia, a cui deleghiamo sempre di più della nostra esistenza senza veramente conoscerla, e il discorso su come la rappresentazione canonica della maternità sia secondo me lontana dalla verità, perché nessuno prepara ad affrontare veramente il cambiamento che diventare genitori comporta. Raccontare questi due temi e fonderli insiemi è stata una sfida vincente.

Il tema principale di Monolith sia del fumetto che del film è proprio della sottile linea che c’è fra sicurezza e libertà?
Esatto. Il tema principale è il nostro desiderio estremo di sicurezza, che però ci rende sempre meno liberi.

Katrina Bowden sul set è Sandra, la madre del piccolo David. Su quali basi è stata scelta?
Ci ha mandato un video da New York. Abbiamo aperto un casting da Los Angeles Londra e New York, e quando abbiamo ricevuto il suo video ci è sembrata la scelta migliore perché aveva entrambi i volti di questo personaggio. Questa cosa ci ha dato l’idea che avrebbe potuto affrontare tutto lo spettro di cambiamento di questo personaggio, che passa da questa condizione di massimo ambiente tecnologico e controllato, all’età della pietra.

Nel film c’è una lotta sia con la tecnologia che con la natura. Volevate forse inviare dei messaggi?
Monolith è un film che noi abbiamo reso zeppo di messaggi e di simbologia. Ci sono ben tre animali nel film e ognuno rappresenta qualcosa. I nomi delle cose non sono dati a caso e in qualche modo io insieme agli sceneggiatori, ci siamo rifatti per certi versi a “Solaris” di Tarkovskij per il modo in cui la mente di Sandra evoca delle cose intorno a se. Le cose che le accadono sono sempre sospese fra il reale e l’irreale, e quindi più lei passa tempo nel deserto, più il confine fra reale e irreale diventa nebbioso. In qualche modo lei vaga all’interno della sua stessa mente su certi versi, e quindi tutti i simboli che si ripetono e ritornano in Monolith trasfigurati attraverso il film appartengono all’universo di Sandra e sono da lei stessa come emanati intorno a se.

Monolith è un film italiano di genere che come storia è più simile ai film americani?
Non è un caso che noi l’abbiamo girato in America, un po’ perché secondo me ogni storia ha la sua lingua e il suo paese. Questa storia, con questo tipo di ossessioni è molto più americana che italiana. Ovviamente aveva bisogno anche del deserto e di un deserto che non fosse noioso, cioè non fosse visivamente ripetitivo e quindi, abbiamo cercato il deserto più variegato possibile e lo abbiamo trovato a Utah. Quel tipo di storia andava raccontata li, e questo rende tutto più credibile.

Chi è Ivan in veste di regista?
Mi reputo un passionale con raciocinio. Io sono molto passionale, ma il cinema è una macchina complessa che non ti permette di esserlo in ogni momento. Sono passionale nello sposare un progetto, ma poi lo seguo in modo molto razionale.

Impegni attuali?
Ho appena finito le riprese del mio nuovo film. Si chiama “Arrivano i prof.”, è un remake di una commedia francese.

Progetti?
Ho varie storie nel cassetto che vorrei dirigere tra cui uno in costume ambientato in Italia, ma credo che ci vorrà ancora tempo.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Ivan Silvestrini, e ad maiora!

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