Intervista all’artista Matilde Montanari


“I miei scatti sono racconti brevi. Sono storie nella storia”

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Ha una passione innata per la fotografia, Matilde Montanari, una passione che riesce a trasmettere con naturalezza nei suoi scatti, riuscendo così a creare con le sue immagine delle opere d’arte. I suoi scatti sono dei racconti, delle storie nelle storie, che riescono a incantare chi si imbatte nelle sue opere. Recentemente ha partecipato al progetto “Residenza d’artista, tenuta masseria Fontana dei fieri”, ideato e creato dall’artista Gaetano Russo, una location dove gli artisti possono cimentarsi nelle loro creazioni. 

Quando nasce la sua passione per la fotografia?
Da piccola, per poi svilupparsi in modo più complesso strada facendo. Diventa qualcosa che esercita un dominio (assoluto e felice) su di me e che io esercito su di essa, intorno al 1998.

Vuol parlarci dei suoi scatti?
I miei scatti sono racconti brevi. Sono storie nella storia. Porzioni di diario scritte o mai scritte, rappresentazione di come sento e vivo lo spazio intorno a me. Il tempo e il suo tracciato emotivo. La traduzione sensibile della tristezza soffocante che mi consegna una vita che è un’esistenza consapevolmente e spietatamente finita fin dall’istante in cui inizia ogni cosa.

Che cosa vuole trasmettere attraverso la fotografia?
Non voglio trasmettere nulla. Ho bisogno di vivere il mio mondo e comunicarlo per come lo vedo io. E’ una tensione, forse animata dalla speranza di incontrare qualcuno che in quel mondo si trovi bene, ci si muova volando. Così non mi sentirei sola. L’arte, quando non è una scelta di mercato o una imposizione posticcia, emerge come le pieghe su un abito se lo lasci piegato a lungo. Emerge perché l’essere umano ha un bisogno vitale di comunicare ciò che sente. Io ho trovato la maniera di fare questo forzando il mezzo che a lungo è stato considerato in grado di testimoniare la realtà. E così “uso” la fotografia per riprendere ciò che sento e vedo io, tradurlo per coloro che altrimenti non vedrebbero nè vivrebbero la mia realtà. Difficilmente le mie immagini vengono interpretate in modo univoco e unitario ed è la riprova del fatto che il concetto di “reale” resta per fortuna molto più ampio della convenzione linguistica.

Per che cosa si caratterizzano i suoi scatti?
Se dovessi pensare a ciò che li caratterizza direi la sensazione che provo io quando preparo il set e poi scatto, che è poi un po’ quella che senza percepirla così nitidamente subiscono anche coloro che guardano le mie immagini: la sensazione di essere dentro una dimensione “chiusa” e separata come potrebbero essere microesistenze vissute dentro campane di vetro che tipicamente coprono orologi, statue di santi e diorama, e con questo vi ho anticipato un progetto!

Qual è lo scenario da lei prediletto?
Gli interni come sublimazione dell’esterno che è senza contorni né pietà. L’affollamento fra ieri e oggi, la messa in scena convivente fra unità di tempo, luogo e azione. Un luogo ri-creato. Un luogo che rispetta il mio assoluto horror vacui. Il colore, nel quale è tiepido annegare per sempre.

Che ruolo hanno gli oggetti nei suoi scatti?
Non hanno ruoli; sono i contorni e l’essenza dei miei mondi, l’identità stessa di quegli istanti ri-creati affinché altre persone li vedano per come io li vedo e ci convivo. Attraverso la loro presenza, e l’adorazione che ho per loro, si generano storie diverse e uniche. Ogni oggetto ha una storia già vissuta, una ragione per la quale è stato creato, un desiderio di qualcuno che ne ha forgiato la forma e scelto il materiale, raccontano delle case in cui hanno “vissuto”, delle luci e visi e voci che hanno parlato loro. Io li trovo, li scelgo, li amo molto e li metto in scena come mescolassi le carte ogni volta. Un po’ come quando si va a scuola e la classe è composta a caso, non scegli chi ti troverai come compagno di classe. Ecco il mio è un po’ arginare la casualità, dandogli un senso e significato che muove dalla volontà. La mia.

Lei è stata recentemente ospite presso la Residenza d’artista, tenuta masseria Fontana dei fieri a Pietrelcina. Vuol parlarne?
Sono andata perché era un progetto molto diverso da altre residency che avevo fatto in passato. Il fatto che non ci fossero altri artisti in contemporanea alla mia presenza mi stupiva e allo stesso tempo l’ho trovato utile all’introspezione, che a me serve sempre moltissimo quando lavoro. Mi piaceva che il progetto avesse l’ambizione di coniugarsi con il territorio, proprio perché per me il “territorio” non ha il significato che gli si attribuisce normalmente. Per me “il territorio” non possono che essere gli interni. Lì deve riflettersi ciò che c’è fuori. La trasformazione deve avvenire nello spazio di transizione fra fuori e dentro. Fra un tempo e l’altro. Si devono fondere in unica unitaria dimensione il passato e l’esterno con l’oggi e l’interno. Una dimensione nuova che sottende una l’altra e l’altra ancora, senza scordarne alcuna di esse. Gli oggetti traducono la materia appartenuta al territorio, in materia sensibile per essere vissuta e domata negli spazi interni. Attraverso il lavoro dell’uomo e la sua fantasia, la materia diventa una lettera dell’alfabeto. Con quelle lettere, io scrivo i miei racconti.

Vuol parlarci degli scatti fatti presso la Residenza d’artista, cui progetto è stato ideato e portato avanti dal maestro, Gaetano Russo?
Sono scatti che seguono le logiche espresse prima in merito al mio lavoro. Nascono dal forzato legame cercato fra luogo, elementi e azione. Performance animate da ciò che nel luogo interno si riflette degli ambienti esterni. La mia è un’opera di parafrasi, non di traduzione.

Cosa può dire professionalmente parlando del maestro Gaetano Russo?
Posso dire che la sua opera dialoga con i luoghi in maniera affine e contemporaneamente diversissima dalla mia. L’affinità sta nella corrispondenza che entrambi viviamo fra materia e natura umana. La differenza sta principalmente nella disinvoltura con cui le sue opere (in particolare scultoree) si innestano nel territorio (quello fisico fatto di pietra e materia fisica) dando luogo a ciò che già esisteva senza che fino all’istante prima fosse tuttavia evidente. Un processo che io forzo nel parafrasarlo da luoghi esterni a luoghi interni, attraverso l’alfabeto degli oggetti e delle luci ri-create o solamente domate, addomesticate.

Attualmente in cosa è impegnata?
Nel non consigliare ad alcuno di spingersi a capire sé stesso, perché lo sgomento di non venirne a capo è talvolta sconvolgente.

Vuole aggiungere altro?
Ringrazio Gaetano, la famiglia Boffa; le pietre e gli sguardi senza confini dei cani che vivono quei luoghi antichi e in una qualche misura, saggi.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Matilde Montanari, e ad maiora!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *