Da Los Angeles, intervista a Cristina Lippolis Rambaldi


Attrice e nipote del celebre Carlo Rambaldi, vincitore di tre premi Oscar per i migliori effetti speciali in King Kong, Alien, ed E.T.

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Il passaggio dal mondo della danza a quello della recitazione per Cristina Rambaldi è avvenuto in modo naturale, dimostrando infatti fin da subito la sua propensione verso questa professione. Il suo è un cognome ben noto nel mondo del cinema internazionale, è infatti lei, la nipote del celebre Carlo Rambaldi vincitore di tre premi Oscar per i migliori effetti speciali in King Kong, Alien, ed E.T. Dopo il liceo, Cristina è stata ammessa alla Stella Adler Studio of Acting di New York, per poi iniziare a lavorare in teatro, in televisione e in diversi progetti cinematografici firmati da produzioni indipendenti. Si è poi trasferita a Los Angeles dove per lei si sono aperte delle importanti porte, come quella sul cast del film “Distant Vision” di Francis Ford Coppola. Nelle sue interpretazioni, si può facilmente constatare non solo la passione verso la recitazione, ma anche la sua preparazione artistica, data dal suo qualificato percorso di studi, che ha lei permesso di apprendere l’arte di questo mestiere. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Cristina Rambaldi che si è raccontata.

Dal mondo della danza a quello della recitazione: come è avvenuto questo passaggio?
Non penso sia mai realmente avvenuto. Penso che il linguaggio universale del movimento che ho appreso durante il mio passato di danzatrice sia alla base del mio modo di animare i personaggi che interpreto. La danza è semplicemente il mezzo di espressione che ho conosciuto prima perché mia madre mi iscrisse a dei corsi quando avevo 4 anni. Ho abbandonato il percorso professionale della danza in seguito ad un infortunio al ginocchio, quando avevo 16 anni. Ho iniziato a studiare teatro l’anno in cui ho lasciato l’Accademia Nazionale di Danza a Roma, ma sinceramente non mi è mai sembrato di studiare qualcosa di completamente diverso da quello che avevo studiato fino ad allora.

Dove si è formata artisticamente?
Al Giffoni Film Festival, dove per più di 10 anni ho partecipato come giurata. Al Giffoni Film Festival mi sono innamorata sia dei grandi autori che dei film indipendenti e ho potuto condividere il mio amore per il cinema con altri ragazzi un po’ “nerd” come me. Poi, a New York, alla Stella Adler Studio of Acting, durante gli anni di Conservatory e successivamente con diversi insegnanti e mentori. Infine con il LAByrinth Theatre Company, che per me è stato, ed è tuttora, un enorme punto di riferimento e rappresenta l’ideale di comunità artistica che sto cercando di creare tra Los Angeles, New York e la Puglia.

La sua prima esperienza professionale?
Inizia con un episodio di Distretto di Polizia quando frequentavo ancora il liceo classico di Putignano, Bari. Cercavano una ballerina che parlasse inglese con accento americano. Un’agente di Roma, amica di famiglia, pensò che sarei stata perfetta essendo perfettamente bilingue. Mi mandò al provino. Non presi la parte. Ero troppo “mediterranea” secondo la casting. Però mi presero per un altro ruolo sempre per lo stesso episodio. Avevo più scene di danza e dialoghi solo in italiano. Quella fu la mia prima esperienza professionale.

Lei è stata ammessa alla Stella Adler?
Subito dopo il liceo sono stata ammessa alla Stella Adler ed una volta finito il mio percorso di studi lì ho iniziato subito a lavorare in teatro a New York, su diversi progetti cinematografici indipendenti e in qualche piccolo ruolo televisivo. Il teatro è stato però ciò sul quale ho investito la maggior parte delle mie energie. Da piccoli progetti sperimentali a produzioni come The Window al Cherry Lane Theatre, ho voluto davvero immergermi nella scena del teatro newyorkese e, come una spugna, cercare di imparare il più possibile da chiunque e qualunque opportunità.

Poi?
Nel 2016 ho deciso di andare a vivere a Los Angeles, o meglio, di tornare a Los Angeles da adulta, avendo vissuto qui durante gli anni delle elementari. Mi sentivo pronta. Qui sono iniziate a sbocciare opportunità sempre più importanti, come il lavoro con Coppola ed altri progetti che in questo momento sono in cantiere.

Con degli amici ha prodotto il cortometraggio “La Malerba”?
Nel 2014, con un gruppo di amici registi/scrittori/produttori che vivevano a Londra decidemmo di produrre un progetto in Italia, da girare a Putignano, in Puglia. Così nacque il cortometraggio “La Malerba” diretto da Mirco Valenza, scritto da Annalisa Elba e Julian Grass ed interpretato da Gabriele Barletta, Luigi Ciardo e la sottoscritta.

Che cosa volevate raccontare?
Volevamo raccontare una storia che profumasse di paese e che in qualche modo raccontasse il disagio ma anche la bellezza della vita nella provincia per una giovane donna. È stato un percorso emozionante, non solo trovare la storia giusta da raccontare ma soprattutto durante le riprese. Alloggiavamo tutti nella casa di campagna del regista e la nostra crew era formata da gente che proveniva da diverse parti del mondo. Per un paio di giorni abbiamo avuto addirittura con noi il grande Sergio Stivaletti, che si è occupato di un piccolo effetto speciale nel film. È un progetto che amo molto e al quale devo molto, non solo per i premi che abbiamo vinto ma soprattutto per quello che ha significato per me e cioè la realizzazione di aver il potere di raccontare storie che mi appartengono e nelle quali credo. “La Malerba” mi ha dato la forza di iniziare ad investire sui miei progetti personali e di creare opportunità per me stessa.

Quale reputa l’esperienza più significativa per la sua carriera?
Vedo tutte le esperienze come pezzi di un puzzle. Personalmente penso che i pezzi più piccoli siano significativi tanto quanto quelli più grandi. Alla fine fanno tutti parte dello stesso insieme, e sono tutti necessari.

Lei è la nipote del celebre Carlo Rambaldi vincitore di tre premi Oscar per i migliori effetti speciali in King Kong, Alien, ed E.T. Pur lavorando in campi diversi, suo nonno le diede qualche consiglio riguardo il mondo del cinema?
Ho vissuto con i miei nonni per molti anni, sia a Los Angeles che in Italia. A casa non parlavamo molto di cinema, ma quando dissi a mio nonno che la mia vita era la recitazione lui mi disse che il cinema era un mondo difficile. Era un avvertimento scontato, ma infondo lui, come tanti personaggi di Hollywood, ha impiegato molti anni prima di raggiungere piccoli successi che pian piano e con tantissimi sacrifici si sono tramutati in tre statuette d’oro, quindi penso che fosse un avvertimento che si sentì obbligato a farmi. Ma mi capiva ed era orgoglioso delle mie scelte professionali. Nell’ultimo periodo della sua vita, quando viveva a Lamezia Terme, aveva adibito una stanza della casa in cui vivevano lui e mia nonna Bruna a “ laboratorio”, dove creava, dipingeva, studiava. Era una stanza piccolina ma piena di cose meravigliose. Tante “cianfrusaglie”, come le chiamava mia nonna che non avrebbe voluto far altro che buttare tutte quelle cose “inutili” e mettere un po’ di ordine. Un giorno, dopo la sua morte, andai a casa loro a trovare nonna e mi accorsi che nonno, non so quando, aveva lasciato un bigliettino di carta sulla sua scrivania con su scritto: “ Non buttare nulla, tutto può servire”. Penso davvero che quella frase sia il consiglio più bello ed utile che mi abbia dato. Di non “buttare” nulla perché ogni momento del proprio percorso è importante anche, e forse soprattutto, quando sembra che non sia così.

Preferisce recitare in teatro o per il cinema?
Non saprei. Dipende dal progetto. In generale, amo sia il cinema che il teatro per motivi diversi. Amo il teatro per il fatto di poter vivere il percorso di un personaggio, in senso spesso cronologico, dall’inizio alla fine nel giro di un paio d’ore senza interruzioni significative. Amo l’energia del pubblico, la complicità che si crea tra gli attori durante il periodo di prove (quella germoglia anche su alcuni progetti cinematografici), la routine delle prove e degli spettacoli. Amo il teatro come luogo fisico, la platea, i camerini, i suoni, gli odori. Sono cose a me familiari, mi ricordano le cose belle della mia infanzia. Per quanto riguarda il cinema invece, è l’utilizzo della realtà che il mezzo rende necessario e l’intimità che si ha con la telecamera ad emozionarmi. Amo le possibilità offerte dal cinema che il teatro, per motivi tecnici, non può offrirti e la vita del set, quando inizi a conoscere tutti e si diventa una grande famiglia.

In quale genere predilige recitare?
Volendo essere considerata un’attrice “seria”, risponderò le tragedie. Humor a parte, non ho un genere preferito. Ultimamente per me è più una questione di personaggi che di genere. Preferisco personaggi di cui potrei innamorarmi se li incontrassi nella vita reale. Donne intelligenti, soprattutto.

Lei fa parte del cast del film di Francis Ford Coppola dal titolo Distant Vision. Potrebbe dire qualcosa sul suo personaggio?
Il mio personaggio fa parte della famiglia intorno alla quale ruota la storia del film. E’ un personaggio minore che vediamo nella prima fase della storia, ambientata negli anni ’20.

Vuol raccontare un aneddoto capitato durante le riprese?
Mentre eravamo sul set, pronti per girare, Francis guardava me ed un’altra delle attrici, Cristina Lizzul. Qualcosa non andava. Io e Cristina ci stavamo preoccupando, lui non diceva nulla. Ad un certo punto ha fermato tutto per rimandarci al trucco. Ci ha fatto invecchiare. Diceva che per essere “zie” eravamo troppo belle. L’ho preso come un complimento.

Quali sono le differenze tra l’industria cinematografica americana e quella italiana?
Purtroppo sono tornata a Los Angeles solamente un anno fa, prima ero a New York e le cose sono molto diverse sulle due coste. In Italia ho lavorato davvero poco. In generale, l’industria americana mi piace molto. Non ho mai avuto incontri spiacevoli. La gente qui è molto umile, professionale e positiva, a prescindere da quanto siano già “arrivati” o meno. Sono molto contenta di aver l’opportunità di lavorare qui per ora.

Le produzioni indipendenti aiutano i giovani che vogliono emergere in questo settore?
Assolutamente. Questo è un settore che premia l’intraprendenza. Le produzioni indipendenti sono fondamentali per i giovani. I costi di produzione si sono ridotti esponenzialmente rispetto al passato, la possibilità di creare contenuti propri, è alla portata di chiunque voglia mettersi in gioco. Brit Marling, una delle creatrici e protagonista della serie Netflix “The OA” è una delle persone che ultimamente ammiro di più. Oltre ad essere un’attrice straordinaria, ha scritto e prodotto molti dei contenuti indipendenti che la vedono protagonista. Anche se non è avvenuto dall’oggi al domani, la qualità di quello che creava era talmente alta che persino il gigante Netflix non ha potuto far a meno di notarla e concederle lo spazio che merita.

E’ stata recentemente impegnata con lo spettacolo teatrale Closer. Vuol parlarne?
Con la mia compagnia teatrale Lost In Translation (che ad Agosto diventerà casa di produzione a tutti gli effetti e si impegnerà nella produzione sia di teatro che di cinema/tv a livello internazionale) sono stata impegnata in un progetto per l’Hollywood Fringe Festival, “Closer”, scritto da Patrick Marber e diretto da Christian Durso. Il ricavato di tutti gli spettacoli è stato donato alla Stella Adler Outreach Division, un’organizzazione che organizza classi di recitazione e di scrittura creativa nelle prigioni di New York e Los Angeles.

Progetti?
Ho tre progetti cinematografici in cantiere per l’estate/autunno, tra i quali uno in Italia. Per ora non posso dire molto, un po’ perché sono stata costretta a firmare dei Non-Disclosure Agreements, un po’ per sana scaramanzia, ma sono tutti progetti in cui credo molto e sui quali non vedo loro di iniziare a lavorare! Inoltre, sto lavorando sulla mia sceneggiatura, un cortometraggio che verrà prodotto dalla Lost In Translation la prossima primavera.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Cristina Rambaldi, e ad maiora!

 

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