Intervista al noto pianista e compositore Giorgio Costantini


Ha accompagnato artisti internazionali del calibro di Elvis Costello, Gloria Gaynor e Lenny Kravitz 

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Giorgio Costantini è un pianista e compositore di successo, ogni sua composizione fa intatti emergere il suo grande talento, talento che da sempre ha caratterizzato la sua carriera permettendogli di non rimanere inosservato. Ha avuto modo di lavorare, con Fiorella Mannoia, Renato Zero, Peppino di Capri, Michele Zarrillo, Belen Thomas e Mike Francis, per citarne alcuni, e ha anche accompagnato artisti internazionali del calibro di Elvis Costello, Gloria Gaynor, Lenny Kravitz e altri ancora. I suoi album hanno raggiunto sempre delle vette importanti, e non solo in Italia. Quando le sue mani toccano i tasti del pianoforte riesce a creare un capolavoro artistico, e per questo cattura con grande facilità e naturalezza il suo pubblico che apprezza l’arte della sua musica. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Giorgio Costantini che si è raccontato.

Se le chiedessi di raccontarsi, cosa risponderebbe?
Che ognuno di noi ha una storia unica, originale e molto lunga da raccontarsi. La fortuna di chi come me usa la creatività e la musica è di potersi raccontare, simbolicamente e sinteticamente, anche attraverso ciò che si crea… e la musica, per la sua astrattezza, si presta molto bene a questo.

Quando nasce la sua passione per il mondo della musica?
Non c’erano musicisti in famiglia, ma fin da bambino avevo esperienze quasi sinestetiche e sentire un profumo o ascoltare una musica mi faceva viaggiare e vivere un’avventura in un altra dimensione, più della visione di qualsiasi film. Crescendo mi resi conto che la cosa che desideravo di più era imparare ad usare la musica per veicolare tutte quelle emozioni che le parole non potevano descrivere adeguatamente.

Dove si è formato artisticamente?
A Venezia, dove sicuramente ho respirato a lungo l’atmosfera romantica e sottilmente decadente che utilizzo in molte delle mie musiche. Negli anni della mia adolescenza non era semplice entrare in conservatorio a Venezia. Cominciai così a comporre e a suonare nelle band locali, e contemporaneamente intrapresi lo studio dell’elettronica e dell’informatica, inconsapevole del fatto che da lì a pochi anni, con la diffusione su larga scala dei sintetizzatori e computer, si sarebbe rivelata un’ottima scelta per continuare a fare musica.

Che ricordo ha del suo esordio?
In realtà non posso parlare di un solo esordio, perché ogni tappa lavorativa lo era. Dal primo concerto tra amici in un teatro periferico e le palpitazioni durante gli assolo, alla prima trasmissione in eurovisione quando non ero ancora maggiorenne, fino al primo concerto come solista davanti a duemila persone quand’ero in età ormai adulta. In questo campo ogni novità è un esordio se ogni traguardo è intriso di emozioni, paure, soddisfazioni.

Vuol parlarci del suo percorso lavorativo?
Iniziai molto presto a lavorare, con contratti stagionali come musicista in grandi strutture alberghiere. Ma riprodurre fedelmente brani già esistenti per un pubblico molto distratto non era molto appagante, ed il grande salto avvenne quando lasciai Venezia per trasferirmi a Roma. Nell’arco di un anno firmai il primo contratto discografico con la mia band, suonai in tour con Fiorella Mannoia e intrapresi una lunga collaborazione con Peppino di Capri. All’inizio degli anni ’90 riarrangiai per Belen Thomas e Mike Francis un brano che ci portò al primo posto in classifica, mentre un secondo brano da me firmato era al settimo posto della stessa Hit Parade. Fu l’occasione per farmi conoscere come arrangiatore, ed esser contattato da Michele Zarrillo per arrangiare “Strade di Roma” che partecipò al Festival di Sanremo.

Lei ha lavorato con grandi artisti italiani tra cui Renato Zero, Fiorella Mannoia per citarne alcuni, che cosa ha significato per lei?
E’ stato un piacere prima che un onore. Il miglior atteggiamento che credo si possa avere suonando con grandi artisti sia essere collaborativi, pazienti (senza esser remissivi, perché il grande artista ha spesso tendenze opportunistiche) e propositivi. Nei progetti che realizzavo periodicamente e che portavano la mia firma, che fossero produzioni o remix, ero io ad avere l’ultima parola nelle scelte. Ma nelle collaborazioni, l’ego doveva esser messo da parte per assistere e realizzare pienamente l’obiettivo dell’artista, anche quando il suo gusto non era da me pienamente condiviso. Lavorare con loro è stato spesso faticoso, ma è sempre stato stimolante.

Ha accompagnato artisti internazionali del calibro di Elvis Costello, Gloria Gaynor, Lenny Kravitz, e altri ancora, chi ricorda con più piacere?
Forse, per l’originalità, la trasmissione in cui suonammo con Lenny Kravitz. In realtà non era prevista la sua performance ma solo una sua intervista, tuttavia in quella puntata di “Domenica In…” del 2004, la genialità mediatica di Paolo Bonolis fece la differenza. In quei periodi i picchi di ascolto dei pochi minuti musicali della trasmissione erano dei veri e proprio record d’audience intoccati per molti anni a seguire, grazie all’accuratezza delle scelte musicali del maestro e amico Stefano Caprioli che dirigeva l’orchestra. In quella domenica, come accoglienza per Lenny Kravitz avevamo preparato il suo brano “I belong to you”, suonato e cantato da noi. Speravamo di far colpo su di lui, ed ognuno di noi aveva curato al millimetro ogni dettaglio infondendo cura, passione e personalità. Quando attaccò il brano, preciso ed asciutto come una spada, Lenny Kravitz rimase interdetto per l’impatto sonoro e non riuscì a trattenere la sua meraviglia. Fu così che, contrariamente ai pronostici e alle premesse pessimistiche della produzione, Lenny Kravitz scelse in modo estemporaneo e di propria iniziativa di cantare “Imagine” in diretta accompagnato da noi, e la sua performance fu sublime.

Cosa può dire riguardo il suo genere musicale?
I miei ultimi progetti solistici sono stati definiti in molti modi, dal “new classic” al “new age”. Talvolta sfiorano uno stile contemporaneo minimalista, altre volte si avventurano tra l’epic e la cinematic music. In molti brani amo introdurre dei concetti che ne influenzano la composizione fin dalla radice, come nel caso di “Alba Mundi”, youtu.be/8W0mMzoZzWc costruito armonicamente sulle note “eseguite” dai pianeti con la loro rotazione intorno al sole – basato su un ferreo calcolo orbitale – o ancora nel caso del brano “Eve”, interamente costruito sulla trasposizione musicale del DNA di una donna soprannominata “Eva Mitocondriale”, vissuta circa 150.000 anni fa e progenitrice comune – per via matrilineare – di tutta l’umanità che attualmente popola il pianeta.

Quale reputa l’esperienza più significativa per la sua carriera?
Ce ne sono almeno tre. Per la musica leggera, l’aver partecipato al Festival di Sanremo come produttore, autore e per la direzione del brano nel 2005, portando una band esordiente e senza casa discografica alla kermesse, frutto di un lavoro quinquennale di preparazione. Per ciò che riguarda il pianoforte, il concerto per solo piano tenuto nel 2009 al National Concert Hall di Taipei – il maggior teatro di musica classica di Taiwan – con i brani tratti dai miei due primi album. Per ciò che riguarda la creatività, senza dubbio l’aver ricevuto il premio Pasinetti come filmaker per il mio video del brano “Flow” proiettato lo scorso autunno alla mostra del Cinema di Venezia.

Che caratteristiche deve avere un pianista per fare la differenza?
Oggi si assiste ad un’irreversibile frammentazione dei generi musicali. Quindi c’è spazio per tutto ciò che contribuisce all’immaginazione, alla tecnica, all’innovazione. Nel caso del pianismo tradizionale, tentare di competere con la tecnica di alcuni fenomeni è una strada faticosa e di enormi sacrifici, e va iniziata molto presto. Ma se pensiamo a molti degli artisti attuali – anche controversi nell’ambito pianistico come potrebbero essere Nymann o Einaudi o il più recente Ólafur Arnalds – è sempre più chiaro che lo stile, il sound, l’emozione sono elementi che nel futuro cattureranno sempre di più le scelte degli ascoltatori. Gli altri ingredienti indispensabili sono la fortuna e la determinazione.

Che messaggio vuol trasmettere con le sue composizioni musicali?
Desidero, più che trasmettere un messaggio, essere un’esca per aiutare a sviscerare le emozioni che già abbiamo dentro.

Cosa vuol dire essere un pianista?
E’ la domanda a cui anch’io cerco risposta, e allo stesso tempo spero di non trovarla per non aver suggestioni, padroni o rimpianti. Sicuramente fare musica oggi richiede un po’ di più rispetto al passato: l’essere un po’ equilibristi, un po’ ginnasti, un po’ poeti. E in questo mondo in rapida evoluzione, talvolta esser manager e pubblicisti.

Internet è un canale importante per il mondo della musica?
Nel mio caso è fondamentale, e con oltre un milione e quattrocentomila di miei brani ascoltati su Spotify (la piattaforma di streaming) e mezzo milione di visualizzazioni su youtube, posso dire che oggi è la mia prima risorsa. Ho iniziato a produrre molti anni fa e ricordo bene d’aver visto spesso la distribuzione tradizionale di allora funzionare male, esser costosa o non puntuale. Tante volte ci siamo trovati già in promozione ed il cd non era nei negozi. Molto più spesso ancora, il cd era tra gli scaffali ma non veniva supportato da nessuna radio. Oggi Internet, se usato intelligentemente, è un canale validissimo di promozione e di vendita, un ottimo veicolo per ogni idea, con un costo bassissimo, ed inoltre un immenso negozio aperto in tutto il mondo 24 ore su 24.

Che cosa rappresenta per lei la musica?
L’archetipo dell’espressione creativa. Non imita nulla che esista già in natura (come pittura o scultura), né ristruttura in nuova forma una costruzione complessa come potrebbe fare un romanzo o un film. Eppure col suo linguaggio simbolico e apparentemente indecifrabile può suscitare l’emozione anche in un bambino.

I suoi album hanno raggiunto sempre delle vette importanti, e hanno riscosso grande successo e non solo in Italia, vuol parlarne?
Tutto è cominciato su Myspace nel 2008, agli albori dei social network. Il mio album di pianoforte era pronto già da un po’ ma, nonostante una grandissima richiesta da parte di chi ne venisse a contatto, non suscitava un’attrattiva per le case discografiche e tutto sembrava arenarsi davanti all’opportunità di arrivare ad un pubblico. Così decisi di investire tempo e ricerca sul mio sito – realizzato personalmente dopo aver frequentato corsi di Seo e di web marketing – e sui nascenti social network, che in quel momento rappresentavano un nuovo stimolante impulso per ogni appassionato di musica. Dopo più di un anno di duro lavoro – quasi sempre una dozzina di ore al giorno – i risultati furono eccezionali, ed ero al primo posto nella top ten artisti del social network sia in Italia che in Inghilterra, e tra i primi dieci negli Usa. Arrivarono i primi concerti e le richieste di alcuni brani per sonorizzazioni e pubblicità, le vendite si muovevano bene, i contatti al mio sito aumentavano velocemente. Decisi così di lavorare più in grande prendendo un ottimo ufficio stampa e andando a rimasterizzare tutto l’album agli studi Sterling Sound di New York. A gennaio 2009 arrivai ai primi posti nelle classifiche iTunes sia nella categoria album che nei singoli con il brano “Elegia” e qualche mese dopo presentai l’album successivo nei più grandi teatri di Taiwan. E tutto questo grazie ai social network, senza una casa discografica o un produttore.

La sua è una produzione indipendente?
Totalmente. Questo mi permette di seguire il processo produttivo dalla prima all’ultima virgola, e scegliere di pubblicare solo quando sono soddisfatto del risultato.

Qual è a suo avviso il segreto per comporre la musica che raggiunga il pubblico?
Quando la composizione è fine a se stessa, è importante sapersi ascoltare, sforzarsi a più riprese di ottenere quel distacco e quell’obiettività che può avere solo un ascoltatore che sente per la prima volta la nostra composizione, e tutto ciò al fine di poterla ulteriormente migliorare. Quando invece la creatività è asservita ad un progetto – come in una colonna sonora o una commedia musicale – tengo sempre presente che la produzione ed il progetto sono gli “azionisti di maggioranza”, e la loro parola avrà un peso mai inferiore al 51% nelle scelte artistiche. E’ fondamentale per me comprendere la storia che si vuol narrare, le tensioni che si vogliono provocare, in che modo la musica deve scorrere o al contrario deve contrapporsi alla narrazione. Per proseguire la metafora, l’azionista di minoranza in questo secondo caso è il pubblico che, con il suo gradimento, confermerà al produttore di aver fatto un ottimo affare scegliendo noi come musicisti.

Attualmente in cosa è impegnato?
Sto realizzando una raccolta dei brani di pianoforte più richiesti con esecuzioni alternative e registrata con nuove tecniche e che catturano ogni singolo rumore o respiro. Allo stesso tempo, sono in attesa del secondo debutto del musical “Divo Nerone” – prevista per il 7 agosto sul colle Palatino a Roma – di cui ho composto alcune musiche sul testo di “mister Volare”, Franco Migliacci. Si tratta di uno spettacolo grandioso, pop, rock e a tratti trash, con otto premi oscar tra le file – Dante Ferretti e le sue scenografie, per citarne uno – che in questo momento è finito in una disputa tutta italiana fatta di carte bollate e fazioni politiche che hanno bloccato lo spettacolo. E’ una storia molto triste sapere che più di 150 tra bravissimi ballerini, cantanti, tecnici sono a casa per un ritardo di oltre due mesi da parte di un’amministrazione nella firma di alcuni permessi.

Progetti?
Due album in autunno e due nuovi video entro l’anno. Poi, forse, ritornare a suonare dal vivo.

Vuole aggiungere altro?
Si. Non abusiamo della musica, non accettiamola passivamente come sottofondo nella nostra vita, quando mangiamo o persino quando siamo in ascensore. Assaporando troppo a lungo qualsiasi buona pietanza, rischierà perdere il suo sapore. Ascoltiamone di meno, ma sempre più bella.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Giorgio Costantini, e ad maiora!

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