A tu per tu con Antonello Costa


“L’originalità è la base del comico”  

Intervista di Desirè Sara Serventi 

E’ un attore di varietà che in questi lunghi anni di carriera ha sempre portato in scena spettacoli divertenti, vari e originali. Quando Antonello Costa infatti sta in scena, quello che con facilità emerge, ed è ben evidente al pubblico che sta lui di fronte, è sicuramente il suo naturale tempo comico, caratteristica che fa si che il pubblico possa sempre divertirsi in ogni sua esibizione. Antonello non è un attore che si è improvvisato nel settore del varietà, ma ha sempre puntato ad una formazione artistica data da un qualificato percorso di studi associato ovviamente all’esperienza sul campo. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Antonello Costa che si è raccontato.

Quando è nata la sua passione per il mondo il varietà?
E’ una passione che ho da sempre. La prima volta che mi sono accorto che mi piaceva il cabaret è stato da ragazzino in colonia estiva. Lì ho fatto i primi spettacoli e mi sono accorto che mi veniva facile ballare, cantare, muovermi a tempo, e poi mi piaceva il fatto che tutti mi riconoscessero nel villaggio.

Quando ha capito che questa passione sarebbe diventata un lavoro?
Nel 1987, quando una compagnia amatoriale teatrale siciliana mi diede un piccolo ruolo, un ruolo in cui avevo poche battute, ma alcune di queste facevano ridere. Fu lì che sentii per la prima volta il pubblico ridere per quello che dicevo, e così decisi che questo era quello che volevo fare. E poi, direi che è andata bene, quest’anno ho festeggiato trentanni di carriera.

Il suo è un lavoro che va coltivato?
Questo è un lavoro che va coltivato, infatti ho studiato tip tap, studio canto, cerco di leggere e studiare sempre cose diverse, per aggiungere altri elementi al mio bagaglio formativo.

Alla base quindi, vi è tanto studio?
Studio quello che mi può interessare, perché essendo “varietà” devo avere una varietà di offerta da presentare al pubblico.

Dove si è formato artisticamente?
Ho frequentato il liceo classico in Sicilia e nel frattempo studiavo anche danza classica, e poi mi sono trasferito a Roma dove ho studiato per due anni recitazione, canto, dizione e tutto quello che mi poteva servire come prima formazione. Su questo ho costruito quello che ho imparato in questi anni lavorando sul campo.

Lei si avvale della collaborazione di qualcuno per i suoi numeri?
Da alcuni anni ho due autori con cui mi raccordo moltissimo perché lavoriamo per raggiungere tutti insieme lo stesso obiettivo. Prepariamo il numero e io lo metto in scena, lo aggiusto in base ai gusti del pubblico.

Che cosa intende dire?
Praticamente tengo quello che fa ridere, mentre quello che non fa ridere provo ad aggiustarlo, ma se non va, lo taglio e vado avanti.

Va in scena con un copione scritto?
No. La differenza che c’è tra un attore normale e me, che invece sono un attore di varietà, è che, l’attore studia un copione scritto, che è poi quello che porta in scena, io invece devo scriverlo, lo mangio, lo digerisco e lo vomito, e devo sentire quello che fa più ridere o meno ridere al pubblico.

Qual’è il suo cavallo di battaglia?
Io ho un talento naturale nell’imitare i movimenti dei ballerini. Io ho visto Totò e ho rifatto il burattino di Totò in un attimo, stesso discorso con l’imitazione di Michael Jackson, e con tutti gli altri.

Ci sarà stato qualche personaggio che le ha creato qualche difficoltà nell’imitazione?
L’unico con cui ho avuto difficoltà è Fred Aster e infatti, ho dovuto studiare tip tap.

Ha un talento comico naturale?
Diciamo che ho il tempo comico naturale è come se io sapessi come dire la battuta, e infatti il pubblico ride sempre. Negli anni ho inventato tantissimi numeri di repertorio che attingono alla tradizione del varietà degli anni ’30, ’40 e ’50. Ho anche inventato tanti personaggi e svariati numeri. Il mio è appunto un varietà: varietà di offerta comica.

Qual è la differenza tra il cabaret e il varietà?
Praticamente non esiste. Il cabarettista è una costola dell’avanspettacolo, del varietà. Oggi l’attore non si forma davanti ad un pubblico dove impara il mestiere, studia in una scuola di recitazione e si ritrova a fare una fiction o il comico in televisione senza avere mai avuto il contatto vero con il pubblico.

Quale reputa l’esperienza più significativa per la sua carriera?
Ne ho due. Una è stata nel 2000 con il programma televisivo “Beato tra le donne” dove facevo Sergio. L’altra invece, nel 2014 quando mi è arrivata la chiamata dal Teatro Regio di Torino. Il teatro mi voleva per interpretare Njegus nella Vedova allegra con la regia di Ugo De Ana, e così mi sono trovato in scena con dei grandi artisti. Deana vide su you tube dei mie spettacoli, delle mie imitazioni e quindi, nell’operetta mi ha fatto ballare il tip tap mi ha fatto fare quello che io sapevo fare, ed è lì che ho capito la differenza che c’è tra un professionista, cioè uno che ha talento, e tutta questa “accozzaglia” di non professionisti che stanno nei posti sbagliati in Italia.

Che cosa intende dire?
In Italia non interessa quello che sappiamo fare, loro ci dicono di fare tutt’altro. Questo è il problema in generale dello spettacolo italiano.

Cosa deve fare un bravo comico?
Deve essere originale. L’originalità è la base del comico.

Prossimi progetti?
Ho finito il tour invernale più lungo della mia vita, 118 repliche. Ho fatto quattro spettacoli diversi in una stagione: una commedia in teatro dal titolo “Straziami ma d’amore saziami”, poi due mesi di tour con il mio spettacolo di varietà “Allegro allegro”, e un nuovo varietà “Mastercost. Lo spettacolo è servito”. Poi ho festeggiato al Teatro Manzoni 30 anni di carriera. Da luglio partirà il tour estivo in giro per l’Italia, e altri spettacoli ancora.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Antonello Costa, e ad maiora!

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