Intervista a Massimiliano Farris, l’allenatore in seconda della Lazio


“La cavalcata di quest’anno è incredibile per certi aspetti, ma posso dire che l’umiltà e il lavoro dimostrano che se uno vuole può cercare di ottenere il massimo” 

Intervista di Desirè Sara Serventi

Quella di Massimiliano Farris è una grande passione per il mondo del calcio, passione che si manifesta fin da giovane età e che mostra subito tutte le caratteristiche necessarie a rendere questa una vera professione. E’ infatti all’età di 16 anni che Farris si ritrova con certa facilità, data dal suo evidente talento, a giocare tra i professionisti. Da allora però di tempo ne è passato, e di strada ne ha fatta tanta, e si può dire che il suo curriculum sia all’insegna di grandi risultati. E se la passione per il calcio in Massimiliano era un elemento ben visibile quando si trovava sui campi in veste di giocatore, da quando è allenatore questa ha raggiunto il suo apice. Farris ha sempre avuto le idee chiare su quali siano i suoi obiettivi, e infatti è stato molto breve il passo che lo ha portato dalla panchina della Primavera a quella della prima squadra della Lazio. Con Simone Inzaghi ha instaurato un ottimo rapporto lavorativo, basato sulla reciproca stima e fiducia. Insieme lavorano non solo per il risultato, ma anche per il benessere della squadra, e quando due menti di questo livello si uniscono, e si aprono al dialogo con l’intero staff, il connubio non può che essere perfetto. Le caratteristiche che emergono in Farris, e che sono sicuramente ben tangibili, sono la determinazione, la grinta, e il grande carisma che, abbinate ad una qualificata preparazione tecnico-tattica in cui emergono ottime filosofie di gioco, gli permettono di essere una guida rispettata da tutti. Farris con i suoi giocatori si dimostra amichevole, scherzoso e gioviale, ma quando c’è da lavorare non ci sono “ma” che tengano. Quando è necessario la professionalità prende il sopravvento, e per questo motivo viene richiesta la massima concentrazione anche agli atleti, la stessa concentrazione che lui e Inzaghi portano in primis per raggiungere gli obiettivi prefissati, senza minimamente pensare a mollare, anche perché una cosa è certa: nel suo vocabolario questa è una parola che non esiste. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Massimiliano Farris che ha parlato del suo percorso lavorativo e del suo ruolo di allenatore in seconda alla Lazio.

Quando nacque la sua passione per il mondo del calcio?
E’ nata da bambino, infatti ho foto di quando ero piccolo solo col pallone in mano. Sicuramente questa passione è stata alimentata da mio padre, tifoso interista che mi portava sempre allo stadio. Sono nato a Milano e sono sempre andato a vedere con mio padre sia il Milan che l’Inter. Poi mio padre ha seguito tutta la mia carriera, iniziata sui campetti dell’oratorio, e poi sviluppatasi calcisticamente in campo. Mio padre è, ed è sempre stato, uno dei miei più grandi tifosi.

Lei iniziò a giocare da giovanissimo?
Direi proprio di sì. A 16 anni ero già nei professionisti.

Dove iniziò il suo percorso lavorativo?
Giocai nella Pro Vercelli, ma chiaramente essendo così giovane venni subito notato dagli osservatori del Torino, che appunto mi portarono nella loro società dove feci un anno nella Primavera.

Venne convocato anche in prima squadra?
Sì. A fine di una stagione non fortunatissima, venni convocato in prima squadra e feci 4 partite con loro in serie A.

Poi cosa accadde?
Poi purtroppo quell’anno retrocedemmo in B e una società importante come il Torino aveva bisogno di giocatori non giovani, differentemente da me che all’epoca avevo 18 anni, loro preferirono giocatori che avevano più esperienza.

Quindi?
Da lì poi sono stato mandato, come si dice in gergo, “a farmi le ossa in giro”.

E queste ossa dove se le fece?
Giocai diversi campionati in serie B: al Barletta, al Pescara, al Pisa, giusto per citarne alcune, e poi ho fatto tantissimi anni in serie C, tra C1 e C2. Sono arrivato a fare oltre 500 partite tra i professionisti.

Come approdò alla panchina?
Io giocavo in serie D e il nostro allenatore ebbe una discussione con un compagno di squadra che degnerò in un litigio pesante, e ovviamente venne allontanato dalla società, anche se di fatto mancavano poche giornate alla conclusione del campionato. Comunque, per farla breve, la società mi chiese se volevo fare il doppio ruolo, ovvero quello di calciatore e di allenatore, e io accettai. Tuttavia un infortunio mi impedì di giocare, quindi non feci mai il doppio ruolo.

Fu quindi un caso fortuito che lo fece arrivare in panchina?
Beh devo ammettere che sinceramente fino a quel momento non avevo mai pensato alla panchina, quindi ad allenare, però da quel momento ho iniziato a vedermi bene in queste vesti.

Poi cosa accadde?
La società mi chiese a fine campionato cosa pensavo di fare nel futuro. Chiaramente andavo per i 38 e questa rappresentava un’ottima occasione per smettere di giocare senza però interrompere quello che secondo me è il lavoro più bello del mondo, ovvero rimanere in campo.

Quindi?
Mi vennero in mente un po’ di insegnamenti che ricevetti da quello che oggi è considerato un maestro tra gli allenatori italiani, ovvero Maurizio Sarri. Per due anni Sarri era stato il mio allenatore nella Sangiovannese, e ripensando alla sua metodologia di lavoro e al rapporto che ebbi con lui, pensai che non mi sarebbe dispiaciuto intraprendere questa strada, ma anzi era un’occasione da non sprecare. Accettai quindi l’invito della mia società e da quel momento, 8 anni fa, è iniziata la mia carriera in panchina, che si è sviluppata per alcuni anni nei dilettanti, salvo un anno da professionista al Pomezia.

Come può definire la stagione al Pomezia?
Una stagione incredibile dal punto di vista del risultato sportivo, anche se poi non fu tanto fortunata.

Per quale motivo?
Perché la società ebbe un fallimento e una retrocessione a tavolino. Ma posso dire che in campo c’eravamo conquistati veramente grande rispetto da parte di tutti.

Poi cosa fece?
Sempre in giro, poi in serie D al Sora e al Pomigliano, su campi non semplici, dove la realtà economica non sempre è positiva.

Lei allenò anche il Viterbese?
Allenai un anno con orgoglio a Viterbo, alla Viterbese. Io risiedo a Viterbo con la mia famiglia da molti anni, cioè da quando smisi di giocare. Tra l’altro fui anche il capitano della squadra.

Cosa accadde alla Viterbese?
Ottenemmo diversi risultati importantissimi, ma tuttavia vennero vanificati, ancora una volta, a causa della mancanza di fondi della società. Avevamo un grande riscontro da parte dei tifosi, vincemmo anche i play-off, ma purtroppo la categoria superiore conquistata svanì miseramente.

La sua grande passione per il calcio la spinse a proseguire?
Esatto, non demordevo, anzi continuavo a seguire sempre con grande interesse i Campionati Primavera.

Ed è proprio durante un derby che lei conobbe Simone Inzaghi?
Come dicevo, per mia passione ho sempre seguito il campionato Primavera e infatti 3 anni fa sono andato a vedere le finali nazionali, tra cui un derby: Roma-Lazio. Lì vidi la Lazio di Inzaghi. Fortunatamente io e Simone abbiamo un amico in comune che in quell’occasione mi chiese di rimanere a vedere insieme a loro la partita successiva in cui avrebbe giocato il Torino, che molto probabilmente sarebbe stato sfidante di Inzaghi.

Ovviamente non declinò l’invito?
Assolutamente no! In quell’occasione conobbi Simone e guardammo tutti e tre insieme la partita.

Poi?
Mentre parlavamo mi chiese quali erano le mie idee sulla fase difensiva, ma non chiese nient’altro, finì tutto lì. La Primavera poi andò avanti fino alle semifinali, ma purtroppo perse la semifinale proprio contro il Torino.

Si è poi risentito con Simone?
Sì. Da lì a poco arrivò una chiamata di Simone che mi chiese di diventare suo collaboratore. L’anno successivo facemmo una cavalcata incredibile. Vincemmo infatti la Coppa e la Supercoppa d’Italia nella doppia finale all’Olimpico contro la Roma. Fu un’esperienza incredibile, piena di emozioni.

Dalla Primavera alla prima squadra il passo fu piuttosto breve, tuttavia come avvenne questo passaggio?
Simone mi chiamò e mi disse: “Guarda Massi il presidente mi ha comunicato l’esonero di Pioli, e partiamo”. Io in quel momento gli dissi: “Come partiamo?… Simo… chi?…?” E lui rispose: “Tu sarai con me, perché io vado in prima squadra e porto quelli che sono i miei collaboratori fidati”.

Quest’anno per voi è stato un “crescendo Rossiniano”, un campionato all’insegna dei successi.
Direi proprio di sì. La cavalcata di quest’anno è incredibile per certi aspetti, nata tra mille difficoltà e scetticismo, ma posso dire che l’umiltà e il lavoro dimostrano che se uno vuole può sempre cercare di ottenere il massimo.

Cosa può dire su Formello?
Formello rappresenta un mondo che è incredibile. Struttura di primo livello, campi, attrezzature, competenza tecnica, gente qualificata, e personale gentilissimo. Mi resi infatti subito conto, già da quando iniziò la mia esperienza con la Primavera, di essere entrato in uno dei top club d’Italia.

Com’è il clima all’interno della struttura?
Posso dire che subentra tra tutti una sorta di amicizia e di familiarità che si vive tutti i giorni. Questa sintonia coinvolge tutti: magazzinieri, massaggiatori, staff sanitario, staff tecnico; proprio tutti.

A certi livelli quali caratteristiche devono avere gli atleti in campo?
Credo che una delle doti principali che devono avere i ragazzi in campo sia la concentrazione, sopratutto a questi livelli.

Vale anche per lei?
Assolutamente sì.

Può entrare nei particolari?
Un allenatore deve saper essere distaccato anche nei momenti più caldi della partita, al fine di poter fare le scelte migliori, e questo richiede la massima concentrazione.

Le scelte migliori si fanno in gruppo?
Con Simone ci siamo resi conto, già dall’anno scorso, che in alcune situazioni essere da soli non aiuta, ci vogliono più occhi, più menti che pensano, sopratutto che pensano al calcio alla stessa maniera, così da poter risolvere i problemi.

Da quanto dice sembrerebbe di fondamentale importanza essere in sintonia all’interno dello staff?
Senza ombra di dubbio! Il nostro staff, seguendo chiaramente quella che è la linea di Simone, ha tirato fuori soluzioni che per alcuni sono risultate sorprendenti, che sono frutto di un grande lavoro dove alla base vi è l’ascolto delle idee di tutti, e questo richiede una grande umiltà.

Lei in veste di allenatore come si relaziona con i giocatori?
Amo lo scherzo, amo la goliardia e anche temperare le situazioni di tensione, ma quando c’è da lavorare i ragazzi sanno che non si scherza! Richiediamo il massimo della concentrazione e della determinazione. Devo dire che in questo non ho mai avuto problemi nel settore giovanile, ne tanto meno con la prima squadra qui alla Lazio.

Quanto è importante il clima nello spogliatoio?
Direi che è importantissimo. L’anno scorso siamo subentrati in un grande spogliatoio che veniva da una stagione precedente entusiasmante e incredibile, seppur ricca di delusioni. Era uno spogliatoio abbattuto e già lì il lavoro di Simone è stato importante.

Potrebbe essere più preciso?
Simone ha fatto capire ai ragazzi che anche se era sfuggito l’obiettivo Uefa si doveva comunque salvare la faccia e onorare la maglia, quindi ha trasmesso ai ragazzi un orgoglio che hanno sentito subito. Sono stati infatti molto collaborativi.

Ci parli di questa stagione?
Quest’anno c’era per tutti noi la necessità di ricompattare e di ricostruire un gruppo, un gruppo fatto anche di giocatori giovani che magari venivano da un’esperienza negativa.

Siete riusciti nel vostro intento?
Sì, e di questo possiamo esserne fieri. L’essere riusciti a creare uno spogliatoio armonioso e in continua crescita ha infatti dato le basi di quelli che sono i risultati di oggi.

Non è un’impresa semplice spogliarsi dopo tanti anni dagli abiti del calciatore. Nel suo caso specifico lo è stato?
Beh il giocatore solitamente è portato a pensare per se stesso, mentre l’allenatore deve pensare per venticinque persone. Una delle critiche benevole che mi è stata mossa da due persone che mi sono sempre state vicine, che reputo dei veri amici, è quella secondo cui io, nei primi anni da allenatore, allenassi con una mentalità ancora da calciatore, e oggi posso dire che avevano ragione, e questo mi creò alcuni problemi nelle scelte e nei rapporti. Quindi sì è vero: non è affatto facile spogliarsi di questi abiti.

In veste di allenatore qual è la partita che non è riuscito a digerire?
Non sono riuscito a digerirne due quest’anno: la sconfitta in casa col Chievo, e il pareggio in casa con il Milan.

A questo punto la domanda di rigore è: perché non ha digerito il pareggio?
Quella col Milan non l’ho digerita perché abbiamo fatto una partita da grande squadra, e meritavamo la vittoria. I ragazzi se l’erano strameritata, poi invece il colpo di genio di un giocatore del Milan, nello specifico Suso, che ha tirato fuori una giocata jolly, ribaltando il risultato. Non siamo proprio riusciti a digerirlo quel pareggio.

Qual è il trucco per arrivare nel migliore dei modi alle partite?
Non ci sono trucchi, è tutto frutto del lavoro svolto, un lavoro fatto con grande passione, concentrazione, e determinazione. Bisogna coinvolgere i ragazzi, riuscire a comprendere le situazioni settimanali: potrebbero esserci dei casi in cui i giocatori sembrerebbero essere in un momento di poca forma, e invece nascondono un problema, e non intendo esclusivamente fisico, anche e sopratutto mentale. Secondo me il lavoro della settimana è quello che ti prepara al meglio per la partita, poi sappiamo benissimo che le gare, soprattutto quelle più importanti, possono essere decise da episodi particolari, ma l’esperienza mi dice che nella maggior parte dei casi, quando si ha svolto una grande preparazione, gli episodi sono a favore.

A suo avviso è importante il dialogo col calciatore?
Si, specialmente nel mio ruolo. L’essere il secondo allenatore in uno staff di serie A è assai delicato: il rapporto che c’è tra allenatore e giocatore non può essere quello che invece c’è con il secondo. Il secondo deve saper essere confidente, deve saper essere amico, deve saper bastonare.

Si vocifera che la fase più importante per mettere in atto le strategie del campionato e lavorare sugli atleti sia la preparazione estiva. Cosa può dire a riguardo?
Per come vanno le cose oggi dovrei dire proprio di sì. Nella stagione precedente, iniziata con Pioli e il suo Staff, la squadra non ha potuto fare una preparazione normale, dal momento che c’era l’impegno di Super Coppa contro la Juventus in Cina e i preliminari di Champions League: è infatti stata una stagione con diversi infortuni e non si è potuto lavorare col gruppo al completo.

Quindi?
Noi quest’anno siamo partiti con un gruppo non al completo, poiché mancavano i convocati in Nazionali che nella nostra squadra non sono pochi, ma la scelta dello staff è stata azzeccatissima.

Potrebbe essere più preciso?
Abbiamo deciso di fare una preparazione in cui, man mano che arrivavano, i giocatori venivano integrati con un lavoro fisico che veniva svolto non tanto come preparazione ma più in modo da evitare la predisposizione agli infortuni. Se io oggi dovessi mettermi seduto e pianificare, vorrei fare una preparazione come quella che abbiamo fatto l’estate scorsa. Non abbiamo avuto cali d’intensità per quanto riguarda l’allenamento, né di forma per quanto riguarda le partite, il tutto è ovviamente provato dai risultati.

Qual è la sua filosofia di gioco?
La filosofia di gioco che mi piace è indubbiamente quella di poter avere un buon possesso palla.

Per quale motivo?
Perché mi piace che la mia squadra possa pensare di avere il predominio nel possesso palla e guadagnare campo con il gioco.

Qual è il modulo di gioco che lei predilige?
Un mese fa le avrei detto 4-3-3.

Mentre oggi cosa risponde?
Ci siamo accorti che nelle capacità della squadra e nella tecnica di alcuni giocatori anche un 3-5-2 o un 3-4-2-1 era loro consono.

Quindi vi sta piacendo giocare con una difesa a tre?
Esatto, e devo dire che ci ha dato tante soddisfazioni. Comunque credo che una squadra forte, e questo lo ha dimostrato Allegri alla Juventus, debba saper cambiare modulo di gioco, e sono anche dell’avviso che il futuro del calcio sarà proprio questo: andare in una direzione dove le squadre, non dico nell’arco di una stessa partita ma in una stagione, possano cambiare alcuni moduli a vantaggio delle caratteristiche di alcuni singoli.

Qual è la frase che ha caratterizzato il suo percorso lavorativo?
Non mollare mai. Accostata ad una buona dose di umiltà.

Cosa intende dire?
Con umiltà intendo saper riconoscere i propri limiti, le proprie capacità e anche la superiorità dell’avversario. Questo mi ha portato a essere una persona che non ha mollato mai nei momenti difficili, anche quando si doveva ingoiare un boccone amaro, però con sempre la consapevolezza che il lavoro e l’impegno ti possono portare a grandi risultati.

Che cosa deve fare un buon allenatore?
Tante cose! Deve avere tante capacità, deve saper gestire e controllare ogni qual tipo di situazione. Arrivando a questi livelli l’aspetto tecnico-tattico è chiaramente molto importante, ci si confronta con colleghi e staff molto preparati che hanno tanta esperienza dalla loro parte accompagnata ad un organico molto forte.

Qual è la principale capacità di un allenatore?
La principale capacità di un allenatore deve essere quella di gestire il gruppo, saper quando spingere, quando invece dare un giorno in più di riposo. In questo credo di aver imparato veramente tanto nella gestione del gruppo da parte di Simone Inzaghi.

Lavorativamente parlando come è Simone Inzaghi?
Simone ha una passione per il calcio, una passione però che non sconfina nell’ossessione. Ha un gran attaccamento alla famiglia, ma anche un grande attaccamento verso di noi, e lo si vede perché si dimostra un amico, una persona leale, sincera e corretta. Devo dire che Simone mi stupisce giorno dopo giorno per la sicurezza con la quale prende decisioni difficili, impopolari. Ha una grande umiltà, umiltà che emerge quando si confronta con noi dello staff: ci rende tutti pienamente partecipi.

Cosa ha notato di particolare in Simone allenatore?
Simone ha la capacità di leggere le partite in corso, capacità che credo di aver riconosciuto in pochi allenatori. Sa leggere le partite come pochi.

Cosa può dire riguardo al Club della Lazio?
Posso dire che è un top club della serie A perché pur non avendo grossi mezzi economici, riuscire a tornare a questi livelli non era semplice, dietro c’è stato un grande lavoro da parte di tutti, dalla società allo staff tecnico e giocatori.

A miglior partita corrisponde miglior prestazione?
Può capitare. Però quando la squadra non sbaglia l’approccio e la prestazione difficilmente non ottiene il risultato.

Voi monitorate i ragazzi?
Noi abbiamo quello che Simone chiama “l’occhiometro”, ovvero i nostri occhi, e devo dire che è un ottimo strumento. Chiaramente abbiamo anche gli allenamenti monitorati col gps, che ci permettono di sapere quanti km hanno fatto, quante accelerazioni, quanta alta intensità, media intensità, e sappiamo dunque a fine allenamento se un giocatore ha raggiunto o meno l’obiettivo fisico-tecnico-tattico che ci eravamo prefissati.

E’ vero che per i giocatori questo monitoraggio rappresenta anche una sfida amichevole?
Siamo venuti a scoprire che nello spogliatoio, dato che questi dati sono pubblici, i giocatori ci tengono a controllare se hanno raggiunto l’obiettivo dell’allenamento, e da qui inizia una mini sfida tra i giocatori, che sfocia la domenica quando ognuno di loro cerca di dare il meglio in campo, e il tutto va a favore del gruppo.

Ci descriva la vostra giornata tipo a Formello?
Solitamente abbiamo delle riunioni tecniche che precedono l’allenamento, riunioni o per preparare un’analisi video da proporre ai ragazzi per quella che è stata la partita precedente, oppure, nel corso della settimana, per quello che sarà l’avversario da incontrare. Studiamo quella che è la fase di possesso dell’avversario, come attaccano, come cercano di superare le difese. Nel finale della settimana poi passiamo ad analizzare come si difendono, e quindi come cercare di superare l’avversario. Solitamente abbiamo anche un incontro con i nostri preparatori e lo staff per avere un punto sulla situazione fisica della squadra e su cosa proporre durante l’allenamento. Abbiamo inoltre un briefing nostro per quanto riguarda la costruzione dell’allenamento con i vari obiettivi giornalieri da conseguire, e un post allenamento nel quale ci ritroviamo e cerchiamo di analizzare se abbiamo raggiunto l’obiettivo e preparare quella che poi sarà la giornata successiva.

Come riesce a gestire lo stress causato dal suo lavoro?
Io credo di avere una particolarità, ovvero, riesco a gestire lo stress fino alla domenica quando l’arbitro fischia la fine della partita, poi mi arriva tutto addosso nel post partita, indipendentemente dal risultato. Quindi ho bisogno di recuperare energie.

Cosa non tollera in campo?
Lo sputo. E’ una cosa che non tollero: ritengo vile sputare addosso un avversario. Lo sputo è una vigliaccata, io colpirei se fossi un giudice sportivo in maniera più dura lo sputo rispetto alla simulazione e alla testata. Ovviamente sto facendo dei paragoni eccessivi ma è per far capire quanto ritengo deplorevole questo atto.

E se si dovesse accorgere da allenatore che un suo atleta ha dato uno “sputo” ad un avversario, come reagirebbe?
Se mi dovessi accorgere che un mio giocatore avesse compiuto un atto simile oltre alle conseguenze disciplinari cercherei di fargli capire quanto è sbagliato ciò che ha fatto.

Un suo parere sulla cattiveria in campo?
Per quanto riguarda la cattiveria sportiva con qualsiasi mezzo lecito sono pienamente d’accordo, e sono uno di quelli che dice che ci vuole la cattiveria agonistica, poi certo se poi si riesce ad avere un minimo di lucidità che permette di andare oltre allora è il massimo.

Che cosa intende dire?
Purtroppo non sempre si riesce ad avere quella lucidità. Ci sono degli interventi che sconfinano da quella che è la cattiveria sportiva a pura cattiveria.

Qual è il sacrificio più grande del suo lavoro?
La famiglia. Mi è capitato purtroppo di non essere presente a dei compleanni delle mie figlie, ma loro hanno capito benissimo, e abbiamo festeggiato nella prima data disponibile. Poi è chiaro che a volte le feste sacrificano un pochino la famiglia, nel senso che non sempre puoi essere presente la domenica, anzi per la precisione praticamente mai.

Chi è Massimiliano quando non veste il ruolo di allenatore?
E’ un padre, un marito come c’è ne sono tanti che cerca di dedicare il tempo alla famiglia. Sono molto semplice, mi piace allenarmi, ma gli impegni me lo impediscono, spero di ritagliarmi un po’ di spazio per me anche se poi le sfide con Simone e altri componenti dello staff sono diventati un must. Per farla breve quindi dico che ho una vita tranquilla, normale, dove cerco di assecondare anche quelli che sono i bisogni delle mie figlie.

Cosa rappresenta per lei il calcio?
Il calcio rappresenta la mia vita.

Che consiglio può dare alle persone che vorrebbero intraprendere questa professione?
Se avete questa passione e sapete accettare le critiche e tutto quello che vi propone questo ruolo, perché è un ruolo che richiede dedizione, studio e lavoro sodo, allora il mio consiglio è quello di tentare. Per me oggi non c’è mestiere più bello, poi è chiaro che se si ottengono risultati ci sono grandi soddisfazioni. E’ un lavoro che consiglierei, provateci è esaltante.

Prossimi progetti?
Chiaramente chiudere al meglio possibile questo campionato.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Massimiliano Farris, e ad maiora!

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