Intervista a Tiberio Bentivoglio, il commerciante che si è ribellato alla ‘ndrangheta


“Denunciare è democrazia. Ma chi lo fa non può essere lasciato da solo” 

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Ci sono uomini che decidono di sfidare la ‘ndrangheta, non solo rifiutandosi di pagare il pizzo che viene loro richiesto, ma anche decidendo coraggiosamente di denunciare i loro taglieggiatori, così come ha fatto Tiberio Bentivoglio, commerciante di Reggio Calabria, che non ha mai accettato di versare il pizzo, e inchinarsi così alla malavita. Era infatti il 1979 quando Tiberio, insieme alla moglie, decise di aprire un’attività commerciale, attività che fin da subito gli portò un buon fatturato. Ma se le entrate del negozio potevano ritenersi soddisfacenti di fatto, il commerciante, non aveva messo in conto che la sua attività potesse per questo, essere presa di mira dalla ‘ndrangheta. Bentivoglio, decise di dire no al versamento del pizzo, perché non intendeva dare nelle mani della malavita il suo lavoro. Non essersi inchinato però a tale richiesta, gli ha portato delle gravi conseguenze. E’ infatti iniziato un lungo calvario segnato da incendi, incessanti intimidazioni, furti e minacce nei locali adibiti alla sua attività. Da quando poi, sei anni fa tentarono di ucciderlo sparandogli sette colpi di pistola alle spalle, Tiberio Bentivolgio vive sotto scorta e con una macchina blindata. Le Istituzioni però in questa vicenda, non possono certamente vantare il primato per il sostegno a lui dato. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Tiberio Bentivolgio, che ha raccontato il suo lungo calvario.

Lei è un commerciante, di cosa si occupa per la precisione?
Assieme a mia moglie nel lontano 1979 abbiamo deciso di aprire una attività commerciale nel settore della prima infanzia e nel settore elettro-medicale.

Come andava inizialmente la vostra attività?
Il nostro negozio da subito andò benissimo, buono il fatturato, tantissimi clienti e tanta contentezza in tutti noi, compresi i dipendenti.

Poi cosa accadde?
Dopo circa 13 anni siamo stati costretti a fare una scelta di vita, poiché la nostra bellissima azienda è stata presa di mira dalla ‘ndrangheta.

Vi venne chiesto il pagamento del pizzo?
Sì, e non è stato facile rifiutarsi alla loro richiesta di pizzo, ma non potevamo dare a loro il frutto dei nostri sacrifici. “Hai complicato le cose” mi disse l’uomo che si presentò la prima volta.

Così è iniziato il vostro calvario?
Qui inizia il nostro calvario, con un ripetersi di danneggiamenti, minacce, intimidazioni, furti, bombe e incendi che hanno interessato il nostro negozio. Ogni volta è stato un “resistere e ripartire”.

In che modo?
Abbiamo trasformato la rabbia in forza per proseguire.

Da cosa fu dettata la scelta di non piegarsi alla ‘ndrangheta?
Il pizzo non si paga, non si devono alimentare le casse dei criminali, chi lo fa perde la dignità e non sarà più degno di guadare in faccia i propri figli.

Lei si sente un uomo libero?
Io sono un uomo libero, non mi devo nascondere quando incontro un mafioso, io non ho paura, io continuo a guardarli in faccia e continuo a rimanere in questa città dove sono nato per cercare di convincere i miei colleghi alla ribellione.

Crede di riuscirci?
Non so se ci riuscirò, ma lo farò fino all’ultimo giorno della mia vita.

Come ha funzionato lo Stato in questa storia?
Lo stato nella mia storia ha funzionato ad intermittenza.

Che cosa intende dire?
Nei primi momenti degli eventi dolosi, tanta commozione, tanto rumore, tanti microfoni, tanti proclami e promesse, poi il vuoto, i ritardi , il sentirti dire “stiamo lavorando, ci aggiorniamo fra un mese, passi dopo, stiamo aspettando che l’altro ufficio ci passi le pratiche” e tanto altro ancora. Se gli aiuti dello Stato arrivano dopo tre anni, se per tutto questo tempo non hai più gli articoli per rivenderli, cosa rispondi ai tuoi clienti? Cosa dici ai fornitori che non puoi pagare? Cosa dici hai locatari che aspettano il pagamento dei canoni d’affitto? Cosa rispondi hai tuoi dipendenti quando non li paghi lo stipendio?

Invece come ha risposto lo Stato?
Quando non ho potuto pagare i contributi INPS, ha risposto in modo rapido e preciso inviandomi a casa gli ufficiali giudiziari a pignorarmi la merce, ed ipotecarmi tutto il bene immobile, con la conseguenza che senza più niente in garanzia la banca ti caccia. Ti viene tolto il fido, e se non rientri dallo scoperto immediatamente ti arrivano le lettere degli avvocati. Quella casa costruita con sacrifici lavorando tutta una vita, non è più tua. E poi, quando ti viene notificato l’atto che la tua casa sta per essere venduta all’asta, ti viene da morire. Ma cosa ho fatto di tanto male per restare in mezzo ad una strada, perché denunciare i mafiosi significa perdere tutto.

Cosa chiedeva?
Io desideravo lo Stato dalla mia parte, ora lo pretendo e ancora una volta voglio chiedere aiuto.

Lei si sentiva forte con la prima denuncia? 
Mi sentivo forte con quella prima denuncia in tasca, mi sentivo d’aver fatto il mio dovere, ma ora a quale costo, come farò a dire ai miei figli che andranno ad abitare su qualche roulette o sotto un ponte? Perché il legislatore non ci vuole ascoltare? Perché non si vuole accorgere che le vittime delle mafie diventano più vittime dopo le denunce?

Ma lei ha chiesto aiuto?
Nel 2008 ho chiesto a tutti aiuto, incominciando dal sindaco della mia città, e per finire al presidente della Repubblica.

Qualcuno l’ha risposta?
Ha risposto solo don Luigi Ciotti, l’associazione Libera che non mi ha mai abbandonato. Sono ancora un commerciante grazie a questa meravigliosa famiglia.

Ma voi siete stati riconosciuti come vittime di mafia?
Siamo stati riconosciti vittime delle mafie per la legge 44/99, ma non dalla legge 45.

Per cui come è il vostro status?
Il nostro status non è di testimone di giustizia, ma anche se lo fosse io non mi definirei mai così.

E allora come si definirebbe?
Un testimone di verità in attesa di giustizia.

Lei vive sotto scorta?
Ho subito sette attentati nei locali adibiti alla nostra attività e 6 anni fa, hanno tentato di uccidermi sparandomi sette colpi di pistola alle spalle, da allora vivo sotto scorta e dentro una macchina blindata.

Cosa significa denunciare?
Denunciare è democrazia. Ma chi lo fa non può essere lasciato da solo.

Secondo la sua esperienza, denunciare conviene?
Io voglio vincere per cercare di convincere tutti che denunciare conviene.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Tiberio Bentivoglio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *