Intervista ad Antonio Genovese, l’allenatore e responsabile della Domina Neapolis


“Cerco sempre di stimolare a non mollare mai e giocare da gruppo, perché le partite non si vincono giocando da sole” 

Intervista di Desirè Sara Serventi

E’ determinato nel raggiungere i suoi obiettivi, e non teme ostacoli, è lui mister Antonio Genovese, allenatore con patentino diploma B Uefa, che in questi anni si è fatto conoscere non solo per le sue conoscenze tecnico-tattiche, ma anche per la sua passione e la sua grande grinta, grinta che, con facilità riesce a trasmettere anche alla squadra. Il suo percorso lavorativo nel mondo del calcio è iniziato in giovane età come osservatore calcistico, per poi intraprendere subito dopo il mestiere di allenatore. In veste di osservatore, ha lavorato con il settore giovanile maschile dell’Inter e del Monza, dimostrando fin da subito la sua naturale propensione verso questo settore. Dopo aver lavorato nel calcio maschile è approdato con successo in quello femminile. Attualmente Genovese è l’allenatore e il responsabile della prima squadra femminile della Domina Neapolis, squadra che milita in serie B. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Antonio Genovese che ha parlato del suo percorso lavorativo e del suo attuale ruolo di allenatore della Domina Neapolis.

Quando nasce la sua passione per il mondo del calcio?
Sono nato con la passione per il calcio, da che mi ricordi ho sempre giocato a calcio, da lattine a palle di gomma al classico super tele di plastica sino a quelli più moderni ed ufficiali.

Lei iniziò il suo percorso lavorativo come osservatore calcistico?
Esatto. Il mio percorso lavorativo calcistico iniziò come Osservatore. E devo ammettere che anche adesso nonostante sia un allenatore molte squadre mi richiedono anche questo ruolo, asserendo abbia buon occhio, e la cosa mi piace, poiché dopo l’incidente mi sembra di dare ad altri la possibilità che più non ho io. Infatti, dopo aver fatto dieci stagioni, dal ’96 al 2006, con il Settore Giovanile dell’Inter (pur essendo milanista nel maschile), ho poi lavorato per il Monza e Seattle.

I suoi inizi?
Ho iniziato con squadre a livello amatoriali per poi passare, post-patentino diploma B Uefa, ad allenare in terza categoria maschile e poi subito dopo nel femminile, in serie D, settore giovanile della Bocconi, due stagioni come collaboratore tecnico della prima squadra della Res Roma in serie A, e da questa stagione allenatore e responsabile della prima squadra della Domina Neapolis in serie B.

Quale reputa l’esperienza più significativa per la sua carriera?
Partendo dal presupposto che reputo tutte le esperienze fatte importanti poiché senza un passato non potremmo avere un futuro e goderne il presente… direi due esperienze diverse e contemporaneamente simili quali: il lavoro di Scouting per il Vivaio dell’Inter ed i due anni in serie A come Collaboratore Tecnico della Res Roma dove tra l’altro, sono andato diverse volte in panchina come vice-allenatore di Mister Melillo. Il lavoro come Collaboratore Tecnico si concentrava sullo studio dell’avversario andando a vederlo giocare con avversarie ed attraverso filmati, inviando una relazione tecnico-tattica al Mister correlata di video, appunti su quanto visto per una preparazione migliore della partita, che si andava ad affrontare attraverso anche l’integrazione dei dati inviati, al normale lavoro di allenamento e preparazione della gara.

Quando ha deciso di intraprendere il mestiere di allenatore?
Praticamente subito. Ancora quindicenne non potendo più giocare decisi di ottimizzare quello che mi era rimasto per continuare la mia passione chiamata calcio e così, il passaggio dal calcio giocato al calcio manageriale fu breve.

Lei è l’allenatore e il responsabile della Domina Neapolis, club che milita nel campionato di serie B. Come è avvenuto il passaggio dal calcio maschile a quello femminile?
Il passaggio dal calcio maschile al femminile fu graduale e definitivo. Avevo un’amica che giocava nell’allora Milan Femminile (ora la società purtroppo non esiste più) ed andai a vederla, e lì mi appassionai. Nei ritagli di tempo andavo a vedere anche gli allenamenti dell’allora Mister Nazzarena Grilli (una grande allenatrice, vincitrice come giocatrice ed allenatrice dello scudetto col Fiammamonza con cui ora, oltre che essere amici c’è un grande rapporto di stima reciproca) e da lì il passo fu breve. Cercai da subito una squadra femminile da allenare e la trovai, dopo aver allenato in terza categoria maschile ed uno stage con le giovanissime del femminile Inter, in una prima squadra femminile in serie D.

Quali sono le principali differenze che ha riscontrato tra il calcio maschile e quello femminile?
Le principali differenze le ho riscontrate in fase di allenamento. Le donne per grinta, passione non sono affatto inferiori all’uomo seppur “per legge” vengano considerate dilettanti e non professioniste. Allenare una donna per un mister a parer mio è più stimolante, le donne se fai un’esercizio nuovo vogliono sapere perché lo fai ed a che cosa serve, e quindi oltre al fatto di fare l’allenatore c’è quella componente di insegnante che non dispiace.

Qual è la prima cosa che dice alle giocatrici?
Io cerco sempre di stimolare a non mollare mai e giocare da gruppo perché le partite non si vincono giocando da sole. La cosa bella delle squadre che alleno è che quando sono giù per una brutta prestazione o cattivo risultato pongo loro una semplice domanda: volete mollare o reagire?. Dopo pochi secondi le senatrici della squadra, ed a seguire anche le altre, mi guardano e dicono: “Mister se lei non molla mai e tra mille difficoltà dovute al suo stato, c’è sempre per noi, chi siamo noi per farlo? Forza Ragazze andiamo e facciamo vedere chi siamo”.

Cosa non tollera in campo?
L’atteggiamento passivo in campo è cosa che proprio mi da fastidio, in campo per me si deve giocare e sudare sino al triplice fischio finale.

A suo avviso il calcio femminile viene oscurato da quello maschile?
Il calcio femminile viene oscurato da quello maschile perché si vuole si faccia così. In Inghilterra la BBC trasmetterà le partite del campionato femminile, negli States il calcio femminile riempie gli stadi ed è considerato meglio che quello maschile, in Italia manca la cultura e vige tutt’ora un concetto maschilista che le donne debbano fare altro e non il calcio. Non si fanno investimenti o non abbastanza, e si fatica a trovare sponsor e visibilità in televisione e praticamente l’unico strumento di comunicazione comune per calciatrici ed addetti ai lavori è il social network.

Secondo lei il calcio femminile è cambiato col passare del tempo?
All’estero sì in Italia poco e niente. Di nuovo c’è che per regolamento ora squadre di serie A maschili debbano avere al proprio interno almeno: una under 10, una under 12 ed una categoria giovanissime, ma non tutte ancora lo fanno e poche squadre maschili hanno deciso di avere una propria prima squadra femminile. Tra queste la Fiorentina che sta dominando il campionato, molto probabilmente sarà la prima squadra vigente nell’élite del calcio maschile italiano a dominare anche nel femminile. Oltre ad essa in B: Lazio, Empoli e Sassuolo.

Qual è il modulo a cui fa riferimento?
Di mio sono tre i moduli prevalenti: 4-3-1-2; 4-4-2; 4-2-3-1 diciamo che, se riesco con le giocatrici a disposizione, cerco d’impostare una difesa a 4 e poi, metto in campo il resto della squadra a seconda delle caratteristiche delle giocatrici a disposizione. E’ importante metterle in campo non nel ruolo dove hanno sempre giocato ma in quello che sentono più loro.

Su cosa punta maggiormente gli allenamenti?
Sul coinvolgimento delle giocatrici. Dalle titolari alle riserve devono sentirsi tutte utili, indispensabili e mettermi in difficoltà nella scelte. Logicamente oltre questo, c’è l’analisi della partita precedente con discussione e ricreare situazioni sbagliate così da correggerle, oltre a preparare in partitelle a tema esercizi utili e complementari con altre attività, come corsa, posizione, precisione nei passaggi, e altro.

Cosa può dire riguardo la sua squadra?
La Domina Neapolis ha raggiunto il risultato minimo che si era prefissata e cioè la salvezza e questo lo abbiamo fatto con due giornate di anticipo. Potevamo fare di più anche alla luce di quanto dimostrato sul campo nel girone di andata, dove occupavamo il quarto posto in classifica, e sono convinto che se tutto fosse andato come nel girone di andata saremmo stati più in alto, senza nulla togliere a chi è davanti a noi, poiché alla fine non v’è miglior arbitro che il campo. La nostra è una squadra per metà nuova nelle giocatrici ed anche nello Staff, e come logico che sia, aveva bisogno inizialmente di un po’ di amalgama. Resta un po’ l’amaro in bocca per la posizione, ma nel complesso sono soddisfatto in quanto l’obiettivo primario è stato raggiunto, e poi perché ho avuto modo di conoscere il presidente Napolitano una persona buona ed umile che tutto ha fatto e fa, per la sua squadra programmando presente e futuro e che, fortemente mi ha voluto, e per un Mister, essere fortemente voluti è la cosa più bella che c’è anche perché, oltre lui ho conosciuto ragazze splendide con cui oltre il campo con alcune ci si sente anche fuori per consigli.

A suo avviso quali sono le differenze in campo tra un uomo e una donna?
Forza fisica e, al momento, una maggiore tecnica per il calcio maschile.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un bravo allenatore per fare la differenza?
Deve essere preparato innanzitutto, non copiare e basta da suoi ex maestri ma metterci sempre un pizzico del suo e sapere ascoltare, con le parole, i gesti ciò che avviene in spogliatoio, in campo e fuori, poiché specie nelle donne le dinamiche sono maggiori e bisogna essere sempre preparati.

Qual è il sacrificio più grande nel suo lavoro?
Alcuni potrebbero dire farmi 800 km solo per raggiungere la squadra, ma sinceramente per me non vi sono sacrifici se le cose sono fatte con passione e con il cuore.

Con la squadra lei si relaziona in maniera amichevole oppure tiene le dovute distanze?
Diciamo una via di mezzo. Uso come si suol dire il “bastone e la carota”. Essere troppo amici è controproducente perché si perde di vista il ruolo che uno ha, ma ovviamente non bisogna essere neanche dei sergenti.

Che consiglio vuol dare ai giovani che vorrebbero intraprendere la sua professione?
Studiare, studiare e studiare e mai sentirsi arrivati. Devono prendere il patentino che non è solo un pezzo di carta ma qualcosa di veramente importante per noi e per chi alleneremo, e soprattutto pensare sempre nell’ottica del gruppo e non del proprio io.

Progetti?
Anche non come allenatore, come vice, sono conscio dei miei limiti fisici. Mi piacerebbe allenare un giorno una Nazionale anche giovanile. La scorsa estate infatti, fui in lizza per il ruolo di Head Coach della Nazionale Inglese femminile under 15, che dire, mi piacerebbe fare un’esperienza all’estero. Poi vorrei contribuire alla crescita del movimento calcistico femminile, e magari un giorno allenare la mia squadra del cuore, nel femminile, e cioè la Lazio.

Vuole aggiungere altro?
Se tramite questa intervista anche solo un altro “disabile” si deciderà a fare il Corso Allenatori e prendere il patentino ed allenare sarà un successo.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Antonio Genovese, e ad maiora!

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *