Le vittime di mafia meritano giustizia


“Il ricordo di alcuni uomini e la loro orrenda fine va trasmesso perché possa trasformarsi in patrimonio comune” dice Adriana Musella 

Articolo di Desirè Sara Serventi 

Tante le persone che dopo essersi ribellate alla sopraffazione mafiosa, sono state uccise barbaramente. Uomini di valore che hanno lavorato sempre all’insegna della legalità e della libertà e che per questo poi, sono state uccise. Tanti sono i nomi che si possono oggi contare come vittime della mafia, e tanti di loro non hanno ricevuto giustizia. Ma per i familiari loro sono qualcosa di più che dei semplici nomi, ed è per questo che in questi anni Adriana Musella, presidente del Coordinamento Nazionale Antimafia Riferimenti, figlia dell’ingegner Gennaro Musella, ucciso per non essersi piegato all’ndrangheta, porta avanti con grinta la sua lotta alla mafia. Il presidente di Riferimenti fa sapere che, per tutte le vittime della violenza criminale il fiore della resistenza è la Gerbera Gialla, un fiore come segno della memoria e della rinascita. Musella ha inoltre scritto una lettera aperta, nel ricordo dell’uccisione del padre e di tutte le vittime della mafia.

Lettera scritta da Adriana Musella:
“Maggio, mese della rinascita, per eccellenza, racchiude una contraddizione intrinseca, riportando alla mente quasi in ogni suo giorno un tragico eccidio.
Sono trascorsi 35 anni da quel mattino di maggio. Proprio quando pensi che la vita stia scorrendo senza dolori, ecco che la brezza diventa tempesta e, quella tempesta, d’improvviso, arriva come una furia maledetta, devastatrice, una furia che non conosce clemenza ma solo distruzione.
Fino ad allora, di mafia avevo solo sentito parlare, una storia come altre da leggere o un film da vedere.
Come spesso avviene, sentivo il problema non mio, ma lontano, estraneo alla mia vita.
Quel giorno fummo chiamati alla realtà e il problema rivoluzionò le nostre esistenze, mantando in frantumi il corpo di un uomo, i suoi e i nostri sogni, per sempre.
Era una splendida e calda giornata di sole quel 3 maggio del 1982. Gennaro Musella, alle 8:20, scese come al solito di casa, solo per un fortuito caso, senza la compagnia del caro nipotino Saverio, mio figlio, che ogni mattina era solito accompagnare a scuola.
Qualche giorno dopo, avremmo dovuto felicemente festeggiare il suo compleanno, ma non avevamo fatto i conti con il destino crudele.
Pochi metri, l’apertura della portiera, la messa in moto, il boato assordante.
La città tremò come scossa da un terremoto: mio padre veniva disintegrato da una potentissima carica di tritolo posizionata sotto il sedile di guida.
Il buio pesto, livide fiamme di fuoco, l’auto si accartocciò su se stessa, volando in aria per poi tornare al suolo, mentre l’urlo straziante della gente in strada si alzava in cielo, come grido lacerante di dolore.
Sull’asfalto si formò una voragine che ancora oggi, quando piove molto, riaffiora.
Una colonna di fumo nero, fitto, saliva verso il cielo, circondando gli edifici, mentre del corpo dilaniato e sventrato dell’uomo, non esisteva più nulla.
I suoi occhi spalancati sembravano essere quasi increduli.
Di lui rimase solo un tronco monco; il cervello spappolato fu trovato appiccicato sul muro di un edificio della via antistante, una mano raccolta sull’asfalto. Per uno strano scherzo del destino, un’agenda, rimasta a terra macchiata di sangue, unica superstite nella totale devastazione, indicava la data dell’8 maggio 1982, per la nuova gara d’ appalto del porto di Bagnara Calabra.
Moriva così mio padre, Gennaro Musella, moriva in una terra non sua ma che aveva imparato ad amare e di cui s’era innamorato, sognando di creare una seconda Positano in terra di Calabria. Ma il suo sogno fu disintegrato con lui e il suo sorriso spento.
Dopo appena due giorni, avrebbe compiuto 57 anni.
In un attimo di follia, la distruzione di un corpo, di una vita, di una famiglia che non è mai stata più la stessa e che da ieri ad oggi non ha smesso mai di pagare le conseguenze di quella tragedia che ci ha timbrato a fuoco la vita e che ci portiamo dentro.
Ancora oggi non riesco a spiegarmi il perché di tanta barbarie e ancora oggi non riesco a non essere emotivamente coinvolta nel ricordo.
Mio padre non era un eroe ma una persona semplice e buona che ha pagato a caro prezzo la sua ribellione alla prepotenza e alla sopraffazione mafiosa, nel difendere  dignità e libertà.
Ho trascorso la mia vita nella testimonianza quotidiana al fine di trasmetterne memoria e ricordarlo alle coscienze della gente. Non so se ci sono riuscita ma certamente so di aver fatto tutto quello che potevo bene o male, poco o molto, ma assolvendo al mio dovere di figlia e di cittadina. Quando ad essere ucciso e un personaggio delle Istituzioni, le Istituzioni stesse lo ricordano ma, se a cadere sono cittadini comuni, i palazzi restano molto lontani e si rischia di ucciderli due volte nella dimenticanza e nella negazione di verità e giustizia. Ecco che allora nasce per i familiari l’esigenza di mettersi in gioco e il dolore si fa forza e strumento indispensabile di riscatto.
Le vittime di mafia non gridano vendetta ma esigono e meritano giustizia, orfani di un futuro loro rubato con la sopraffazione.
Nell’antica Roma, per i condannati per fatti gravissimi, v’era la “damnatio memoriae”, l’oblio forzato, l’eliminazione d’ogni traccia che potesse mantenerne il ricordo.
La lotta della memoria contro l’oblio rappresenta il riscatto dalla barbarie per non rendere vane tante morti ingiuste e dare un senso a ciò che senso non ha. Il ricordo di alcuni uomini e la loro orrenda fine va trasmesso perché possa trasformarsi in patrimonio comune. A loro è stata riservata la parte più’ difficile, quella di morire, a noi resta un compito molto più agevole, diffonderne e tutelarne la memoria per non renderne vano il sacrificio ma trasformarlo in opportunità nella costruzione di una coscienza civile”. Queste le parole di Adriana Musella.

 

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