Intervista a Francesco Trento: sceneggiatore di “Crazy for football”, vincitore del David di Donatello 


Il film, che racconta della prima nazionale italiana di calcio composta da pazienti psichiatrici, è stato recentemente premiato come “Miglior Documentario”

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Francesco Trento muove i suoi primi passi nel mondo del calcio come allenatore del settore giovanile della Lazio Calcio a 5, ma poi approda con successo al mondo della scrittura esordendo con il romanzo “Venti sigarette a Nassirya”, scritto insieme ad Aureliano Amadei. Adattato poi cinematograficamente, ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, come il “Miglior film” nella sezione “Controcampo Italiano” alla 67° “Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia”. Quello di Francesco Trento è un percorso lavorativo d’eccezione, infatti tutti i suoi lavori sono frutto di un grande talento artistico accompagnato ad un notevole bagaglio formativo. Una passione per la scrittura che emerge sempre più col passare del tempo e che si perfeziona lavorando sul campo. Recentemente “Crazy For football”, docu-film scritto insieme al regista stesso Volfango De Biasi, ha ricevuto l’ambito David di Donatello come miglior documentario. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Francesco Trento che ha raccontato non solo il suo percorso lavorativo, ma anche dell’importanza che ha il calcio nella vita dei pazienti psichiatrici al fine di potersi reintegrare nella società.

Se ti chiedessi di raccontarmi cosa risponderesti? 
Ti risponderei con il titolo di un mio racconto uscito qualche mese fa su Repubblica: “non sei portato per avere quarant’anni”. È una frase che mi ha detto la figlia di alcuni amici, al mare. E beh, mi ha fotografato in pieno. Sono questo, più o meno: un adolescente entusiasta che è riuscito a fare quel che sognava, con tutte le difficoltà del caso, e prima o poi pianifica anche di entrare nell’età adulta. Ma senza fretta.

Dal mondo del calcio a quello della scrittura: come è avvenuto questo passaggio? 
Grazie a “Matti per il calcio”, il primo documentario scritto e prodotto con Volfango De Biasi, per la sua regia, nel 2004. All’epoca eravamo due ragazzi sconosciuti con molta voglia di portare a termine quel progetto e zero fondi. Io venivo da dieci anni come allenatore nel settore giovanile della Lazio calcio a 5, un mondo che avevo appena lasciato per mettermi a scrivere a tempo pieno. Paradossalmente, poi, è stata la scrittura a restituirmi al calcio, perché dopo aver pubblicato il primo libro sono entrato nella nazionale italiana scrittori, l’Osvaldo Soriano Football Club, che ora per me è una seconda famiglia.

Il tuo esordio nel mondo dell’editoria è stato con il romanzo “Venti sigarette a Nassirya”. Come è nata l’idea? 
Beh, Aureliano e io eravamo compagni di scuola e amici sin dall’adolescenza. Entrambi punk, peraltro, lui con dei capelli alla Sid Vicious e io con una cresta verde di trenta centimetri. Ci siamo incontrati a una festa, lui mi ha raccontato quello che gli era successo e mi ha detto che avrebbe voluto scrivere un libro sulla sua esperienza. Io stavo ancora lavorando a Matti per il calcio ma gli ho dato qualche consiglio per la stesura. Poi invece ne abbiamo parlato più approfonditamente qualche mese dopo e abbiamo deciso di farlo insieme. Anche perché abbiamo trovato subito una sintonia assoluta su che tipo di libro fare: non il memoir di un sopravvissuto, ma una sorta di strano romanzo di formazione, che non avesse paura di essere ironico e anche buffo, in alcuni momenti. Come è la vita, anche pochi secondi prima dell’esplosione di un camion bomba.

Per il cinema “Venti sigarette a Nassirya” non si è risparmiato premi e riconoscimenti. Che cosa hanno rappresentato per te? Ovviamente una grande felicità. Soprattutto il premio come miglior film a Venezia, nella sezione Controcampo. Ero lì, e vedere Aureliano in piedi, a prendersi la standing ovation, è stata una grande emozione. Un’emozione che aveva a che fare più con l’amicizia che con la gioia per aver portato a casa un premio. Anche perché a Venezia mi è successa una cosa strana: avevo scritto la scena dell’attentato, i minuti di orrore passati da Aureliano sotto l’autocisterna, almeno dieci volte. Per il libro, per il soggetto cinematografico, per le varie stesure della sceneggiatura. Ma vederla lì, davanti a me, su grande schermo, forse mi ha dato per la prima volta l’esatta misura di quel che Aure aveva passato. È strano, perché ovviamente lo sapevo, ma il fatto che lui fosse così forte quando la raccontava, così preciso, esatto (“c’era un piede a qualche metro sulla sinistra, poi ho sentito due pallottole conficcarsi nel blindato, poi un’esplosione”), l’aveva quasi depotenziata. Vedendola sul grande schermo sono diventato anch’io uno spettatore, come dire, vergine rispetto alla storia. E mi sono commosso.

Che cosa volevate raccontare con questo romanzo?  
Volevamo da una parte raccontare un bizzarro romanzo di formazione. Il fatto che dopo l’Iraq Aureliano e Claudia fossero andati a vivere insieme (dopo hanno anche avuto due splendidi figli) contraddiceva radicalmente il “non sono cambiato affatto” che Aure dichiarava ogni volta che parlavamo dei suoi giorni a Nassirya. Ricordo che la loro storia, il fatto che Aure fosse dovuto andare a saltare in aria, rischiare di morire, per imparare ad amarla in maniera “adulta”, mi faceva pensare al finale di Pickpocket, quando il protagonista, in carcere, dice alla sua amata: “Oh, Jeanne, pour aller jusqu’à toi, quel drôle de chemin il m’a fallu prendre” (“Oh, Jeanne, che strano cammino ho dovuto prendere per arrivare fino a te”). Questa era una delle cose che mi affascinava e che ha trovato un po’ di spazio sia nel libro che nel film. Dall’altra parte, invece, volevamo raccontare un altro punto di vista sull’attentato. Quello dell’unico civile sopravvissuto, e dunque anche dell’unica persona che poteva raccontare delle realtà scomode, come le difese inadeguate della caserma, gli allarmi ignorati, eccetera. E poi, sia nel film che nel libro, si trattava di raccontare lo strano incontro tra un anarchico che si era finto gay per non fare il militare e un gruppo di ufficiali dell’Esercito. E la caduta di molti pregiudizi, da entrambe le parti.

Vuoi parlare del tuo percorso lavorativo? 
Ho iniziato con “Matti per il calcio”, poi è venuto il primo libro, che era “Venti sigarette a Nassirya”. Dopodiché, prima di “20 sigarette”, ho scritto molti film, ma ne sono stati realizzati pochi. Qualcuno mi lascia ancora l’amaro in bocca: una bellissima commedia romantica che avevo scritto con Volfango De Biasi, e un sequel di Dellamorte Dellamore che avevo scritto per Michele Soavi con i miei amici Marco Cipriani e Francesco Teresi. Ma insomma, è parte del gioco. Nel frattempo, nel 2007, ho girato un documentario sull’11 settembre assieme a Franco Fracassi, un’impresa titanica e come “Matti per il calcio” una scommessa folle, che infine siamo riusciti a vincere grazie anche alla caparbietà di quella meravigliosa persona che è Thomas Torelli. Dal 2007 ho iniziato a insegnare sceneggiatura, allo Ied, a Officine Mattòli, al corso di Filmaker Magazine, e da qualche anno tengo un seminario di due giorni sul viaggio dell’eroe, un po’ in tutta Italia. Negli ultimi anni ho alternato la scrittura per cinema, tv e documentari a quella di un libro, “La guerra non era finita”, che mi sono portato avanti per un bel po’, sin dal dottorato in storia dell’Italia contemporanea, e che alla fine è stato pubblicato da Laterza nel 2014. Tutto sommato, una cosa di cui sono felice è che il mio percorso lavorativo credo si leghi molto al mio percorso umano. Per film e documentari ho collaborato spesso con persone che sono diventati (o erano già) grandi amici. Ho scritto varie sceneggiature con Volfango De Biasi, ho lavorato appunto con Aureliano, ho scritto un film per il mio carissimo amico David Petrucci e ho lavorato a lungo con un regista che amo molto, Guido Chiesa, con cui abbiamo scritto varie cose e girato un documentario molto divertente per la Vivofilm di Gregorio Paonessa. Prima o poi, lo so, riusciremo a fare qualcos’altro insieme.

Quale reputi il lavoro più significativo per la sua carriera? 
Non saprei scegliere, sinceramente. Sono molto affezionato al primo “Matti per il calcio”, per vari motivi. “Zero” è stata un’esperienza faticosissima, ma ricca di bellezza. Non saprei dire. “Significativo” è un aggettivo che non mi piace molto. “Significativo per chi?”, domanderebbe Jep Gambardella.

Per la carriera?
Ma io non la vedo come una carriera, forse mi vedo ancora come uno che si diverte a fare cose che gli piacciono con persone che gli piacciono, come è accaduto per “Crazy for football”, ma anche per “Brothers in Army”, oltre ai film di cui abbiamo già parlato.

Quando hai deciso di occuparti di scrittura cinematografica?
In realtà avevo iniziato a scrivere come ghost writer ancor prima di esordire con “Matti per il calcio”, quindi diciamo prima del 2004. Anche perché prima ancora di iniziare a lavorarci con Volfango avevo già lasciato il mondo dell’Università e quello del calcio a 5 per dedicarmi alla scrittura. Un salto nel vuoto, ma alla fine l’atterraggio è riuscito.

Che differenze hai trovato tra la narrativa e la scrittura per il cinema? 
La scrittura per il cinema è molto di più un mestiere, e bisogna studiare. Tanto. Narrare per immagini è molto diverso che scrivere un libro, in cui puoi vergare pagine e pagine di introspezione o di pensiero letterario. Nella narrativa puoi seguire uno spunto e vedere dove ti porta, nel cinema è molto meglio farsi una mappa chiara, prima di partire.

Da dieci anni insegni sceneggiatura cinematografica, qual è la prima cosa che insegni ai tuoi studenti?
Come prima cosa, cerco di insegnargli a non aver paura. A non farsi divorare dalle aspettative, dalle proprie proiezioni e da quelle altrui. La scrittura è un lavoro molto solitario, e l’umore, la condizione psicologica in cui lavori, fa molta differenza. Quindi chiedo loro di studiare e scrivere, spegnendo ogni voce critica finché non hanno finito. Uno dei miei tormentoni come insegnante è questo: “Avete diritto a dire che quel che state scrivendo fa schifo solo dopo averci lavorato un migliaio di ore” (in realtà ne basta qualche centinaio, ma è meglio tenersi larghi). Poi, però, gli dico che se credono di avere un’idea buona devono andare avanti come schiacciasassi, ignorando chiunque gli dica che non possono farcela. Incluso quel fesso del loro insegnante di sceneggiatura. Gli racconto che la sceneggiatura di Dallas Buyers Club è stata rifiutata 137 volte, e ci sono voluti quasi 20 anni per farne un film meraviglioso. Quindi, sempre che si sia davvero convinti di avere in mano qualcosa che vale, bisogna insistere. In fondo è stato anche un po’ il leit motiv dei miei primi lavori: “Matti per il calcio” lo abbiamo fatto rompendo i nostri salvadanai e chiedendo favori a tutto il mondo. “Venti sigarette a Nassirya” lo abbiamo scritto senza contratto, pensando sin dal primo minuto: poi lo diamo a Einaudi. E il giorno prima di firmare con un’altra casa editrice, ci ha chiamati Stile Libero: Severino Cesari lo aveva letto la notte precedente e voleva incontrarci. “Zero”, poi, è davvero la prova che se vuoi fare una cosa devi solo rimboccarti le maniche.

Cioè?
Abbiamo prodotto il film con una specie di azionariato popolare, oggi lo chiameremmo crowdfunding. Thomas Torelli, il produttore, è arrivato persino a vendere quote del film su ebay, e organizzavamo in continuazione proiezioni per vendere quote agli spettatori e poterci garantire una distribuzione.

Vuoi raccontare un altro episodio che ricordi con piacere?
Un altro episodio molto bello accadde con “Matti per il calcio”. Portammo un premontato di 5 minuti a Fabrizio Mosca, produttore de “I cento passi”. Ci disse: non posso produrlo, ma è una cosa molto bella. Vi do 2000 euro per continuare il montaggio, se lo vendete me li ridate, se no li ho persi ma almeno ho provato ad aiutarvi. Quando glieli abbiamo ridati, nemmeno se ne ricordava. Insomma, le prime cose che cerco di insegnare sono queste: lavora duro e non ti arrendere.

Parliamo del recente premio. “Crazy for football” ha infatti vinto il David di Donatello come miglior documentario. Vuoi parlarne?
È stato come segnare il goal della vittoria al novantacinquesimo. Ero seduto qualche fila dietro a Volfango, assieme al mister della nazionale pazienti psichiatrici, Enrico Zanchini, amico di una vita. Abbiamo esultato come allo stadio, urlando quelle frasi un po’ senza senso tipo “E sìììììì!” “E andiamo!”. Volfango si è girato verso di noi sventolando il pugno, e per un attimo stavamo per correre lì ad abbracciarlo, poi ci siamo dati un minimo di contegno. Insomma, siamo stati crazy for football anche noi. Ci possiamo pure mettere lo smoking per una sera, ma di fatto rimaniamo dei ragazzini entusiasti. E poi, ecco, per continuare l’analogia col calcio, è stata la vittoria di una grande squadra. Quella composta dai ragazzi e dai loro “mentori” Zanchini, Cantatore e Rullo, quella di una produzione che si è spesa con grandissimo cuore per questo film, grazie alla passione di Maria Carolina Terzi, Mauro Luchetti e Luciano Stella. E infine quella delle persone che hanno lavorato notte e giorno in Italia e in Giappone: David Petrucci, Elena Chiappa, Giacomo Ragone, Gabriele Valenza, Giulia Rosa D’Amico, Alessandro Bosco, Marco Aquilanti, e tutti quelli che ci hanno dato una mano a realizzare il film. Siamo partiti come una squadretta, e alla fine abbiamo vinto lo scudetto!

Nel docufilm si parla della prima nazionale italiana di calcio composta da pazienti psichiatrici. Come nasce l’idea di portare sul set questa storia? 
In realtà il documentario e la formazione della nazionale sono andati di pari passo, perché anche il mondiale in qualche modo è figlio del primo documentario del 2004, un piccolo film autoprodotto che seguiva il campionato del Gabbiano, la squadra di una Asl, gestita dallo psichiatra Mauro Raffaeli. Da “Matti per il calcio”, e dal lavoro indefesso di un manipolo di psichiatri all’avanguardia, è venuto fuori un miracolo: dalle 30-40 squadre esistenti tredici anni fa, si è passati oggi a migliaia e migliaia di squadre di pazienti psichiatrici nei cinque continenti, in campionati che molto spesso si chiamano proprio “Matti per il calcio”. Nobuko Tanaka, una sociologa giapponese, vide nel 2005 il documentario e ne rimase affascinata. Così, prese un aereo e venne in Italia a incontrare il dottor Raffaeli e il dottor Rullo. Tornata in Giappone, Nobuko ha dato il via a un movimento che oggi conta quasi 600 squadre. E, l’anno scorso, è diventata la prima organizzatrice di un mondiale per pazienti psichiatrici. A quel punto, Santo Rullo, ha messo in piedi una nazionale per poter partecipare al mondiale, che per lui è diventato una sorta di coppa Rimet(tici), visto che ha pagato gran parte delle spese per i ragazzi. E contemporaneamente Volfango ha trovato una produzione per il documentario, aiutando Rullo nella raccolta fondi che doveva servire ad ammortizzare almeno in minima parte quelle spese e permettere ai nostri eroi di partire per il Giappone.

Tirando le somme?
“Matti per il calcio” ha dato risalto internazionale al lavoro della psichiatria sociale, e da quel seme è nato il mondiale che poi abbiamo raccontato in “Crazy for football”. Vorrei dire che abbiamo chiuso il cerchio, ma forse no, perché Crazy for football è anche un nuovo punto di partenza, da cui nasceranno cose nuove. Volfango e Santo stanno trattando con la Fgci per inaugurare la quarta categoria, un campionato per persone con disabilità, e lottano per portare a Roma il prossimo mondiale per pazienti psichiatrici, nel 2018.

A tuo avviso il calcio aiuta a livello psichico?
Più che a livello psichico, il calcio aiuta il paziente a reinserirsi nella società, ad uscire di casa, a cimentarsi di nuovo con la vita. E questo non può che avere una ricaduta positiva sulla sua salute generale. Non credo si possa dire che il calcio curi la schizofrenia, però credo che un ragazzo schizofrenico possa stare meglio, e combattere gli effetti collaterali sistemici dei farmaci pesanti che deve assumere, giocando a calcio, stando con gli altri, producendo endorfine.

Cosa hai notato girando il documentario?
Una delle cose che più ci ha stupiti, girando il documentario, è stato vedere la trasformazione di alcuni dei ragazzi dopo 10 giorni di allenamenti con Vincenzo Cantatore. Ruggero, ad esempio, ha avuto effetti talmente positivi che al ritorno dal Giappone è uscito dalla comunità terapeutica ed è tornato a casa. Come diceva Santo Rullo in “Matti per il calcio”, “il malato non è sempre malato. La malattia non è qualcosa che copre l’individuo e lo annulla. La malattia è qualcosa che sta dentro l’individuo e che il paziente dev’essere aiutato a gestire. L’attività col calcio permette alla società di richiamare dentro i momenti sani di persone che hanno dei problemi”.

Vuoi raccontare un aneddoto divertente capitato durante le riprese?
Più che un episodio divertente, voglio raccontartene uno importante, che si lega al discorso di prima. Alla fine di un documentario a cui hai lavorato, c’è sempre qualche piccolo rimpianto. La cosa meravigliosa accaduta davanti a te mentre le telecamere erano spente. La battuta commovente bruciata dal passaggio di un camion o di un aereo. In Crazy for football, c’è stato questo momento con Stefano Bono. Che una sera, parlando di quando anni prima aveva tentato ripetutamente di togliersi la vita, si è guardato intorno. Si è guardato intorno, in Giappone, a Osaka. Ha guardato la maglia della Figc che aveva addosso, la maglia della nazionale italiana. Poi ha tirato su la testa, e ha visto passare due giocatori del Perù che chiacchieravano con alcuni suoi compagni di squadra. Si è guardato intorno e ci ha sorriso. E poi ha detto: “che cazzo mi potevo perdere”. Questa cosa ci ha tolto il fiato, e ho sempre pensato che sarebbe stato il finale perfetto del film, finché non ci siamo resi conto che, l’audio non era buono o la luce non era buona o qualcuno ha aperto una porta che cigolava in maniera terribile proprio in quell’istante. E quindi nel film non la trovate, però ve la volevo raccontare. Perché in quel momento abbiamo capito tutti che stavamo girando un documentario, sì, ma stavamo anche partecipando a una lotta. Una battaglia che dopo i manicomi deve portarci a chiudere anche quelle case in cui dei ragazzi stanno seppelliti nei loro letti, imbottiti di farmaci. La battaglia che Volfango De Biasi e Santo Rullo stanno combattendo, giorno per giorno, centimetro dopo centimetro, per organizzare il mondiale del 2018 a Roma. Perché, come dice sempre Santo, “quei ragazzi dobbiamo andarli a cercare, uno per uno, e li dobbiamo portare fuori, a giocare a calcio, a cimentarsi di nuovo con la vita”.

Attualmente in cosa sei impegnato?
Attualmente sto scrivendo un libro per Laterza, una bellissima storia vera accaduta negli anni ’60, immaginatevi una cosa tipo I Soliti Ignoti in versione politica. Con Volfango, stiamo scrivendo invece il libro di Crazy for football. Poi ho un progetto a cui tengo molto, a cui sto lavorando con alcuni miei ex studenti, molto bravi. E un film che sto scrivendo con un regista italiano che vive in Brasile. Infine, la stagione 2016-17 mi ha regalato un bel rapporto di amicizia con Leonardo Patrignani, un bravissimo e simpaticissimo scrittore milanese. Abbiamo tanti progetti in ballo, quindi prima o poi ci vedrete fare qualcosa insieme, questo è sicuro.

Che consiglio vuoi dare ai giovani che vorrebbero intraprendere la tua professione?
Imparate l’inglese e leggete tantissime sceneggiature. Sembra una cosa banale, ma in Italia tantissime persone scrivono sceneggiature, o pretendono di scriverne, senza averne mai letta una.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Francesco Trento, e ad maiora!

 

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