Intervista a Luca Trucchi: preparatore atletico dell’Atalanta 1


“All’Atalanta ho trovato un ambiente molto familiare. Ho un ottimo rapporto con tutti, da Gasperini allo staff”

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Determinazione, idee ben chiare, e una preparazione professionale accompagnata a un percorso lavorativo di tutto rispetto: queste sono solo alcune delle caratteristiche che fanno di Luca Trucchi, preparatore atletico dell’Atalanta, un grande professionista del settore; un professionista che, seppur lavori dietro le quinte, riesce sempre a portare gli atleti a eccezionali livelli. Trucchi lo si può definire il collaboratore storico di Gian Piero Gasperini, con cui ha instaurato un ottimo rapporto basato su stima e reciproca fiducia, che ha consentito loro di lavorare fianco a fianco dal 2006 a oggi. Quest’anno l’Atalanta si sta rivelando un “crescendo rossiniano”, regalando grandi soddisfazioni non solo alla società ma anche alla tifoseria. Il suo è un ruolo di fondamentale importanza che svolge con competenza, senza lasciare niente al caso, in modo tale che gli atleti limitino il più possibile il rischio di infortunio. E’ amichevole e scherzoso con gli atleti, ma quando si lavora la professionalità prende il sopravvento. Ha sempre reputato di fondamentale importanza informare i giocatori sul lavoro che andranno a svolgere in campo, perché una cosa è certa: la chiarezza in questo lavoro fa la differenza al fine delle prestazioni calcistiche. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Luca Trucchi che ha raccontato non solo il suo percorso lavorativo e il suo attuale lavoro come preparatore atletico dell’Atalanta, ma anche il suo ruolo di cameraman, che lo vede armato di telecamera per filmare le partite della squadra e fornire quindi all’allenatore un video tecnico-tattico d’eccezione.

Quando ha mosso i suoi primi passi come preparatore atletico?
Ho iniziato nel 1988/89 con i piccolini del Torino, e diciamo che in questo contesto mi occupavo della “preparazione atletica” a partire dai pulcini, fino agli allievi.

Era aggregato a qualche squadra?
Non ero aggregato a una squadra in particolare, ma facevo un intervento su diverse squadre; un giorno da una parte, un giorno dall’altra. Era più un intervento sull’aspetto della coordinazione della tecnica di corsa, piuttosto che del controllo di alcune situazioni delicate, come potevano essere ad esempio dei difetti posturali: quindi era un lavoro mirato non tanto alla preparazione in sé, ma più a un controllo e ad una didattica. Questo ovviamente era all’inizio.

Poi?
Poi ho continuato per altri sei anni col Torino, per poi lavorare con alcune squadre nell’hinterland Torinese, come la Pro Settimo Torinese. Era una cosa molto soft, infatti, andavo una volta alla settimana. E’ stato un modo per tenermi aggrappato al calcio, in attesa di qualche nuova proposta.

La proposta arrivò?
Per una combinazione fortuita l’allenatore della Pro Settimo mi chiese di andare ad allenare il Moncalieri, una squadra vicino a Torino, e sostanzialmente senza farla troppo lunga, mi sono trovato ad allenare la prima squadra, che a quel tempo faceva l’Eccellenza. Il Moncalieri era una squadra molto forte in cui militavano anche giocatori che avevano giocato in Serie A, e in due anni siamo riusciti a salire in C2.

Da lì è arrivata la svolta?
La svolta è stata dopo l’anno della serie D, quando mi telefonò il preparatore atletico della Juventus che a suo tempo era Giampiero Ventrone. In un primo tempo mi inserì nei quadri della prima squadra, quindi, facevo un salto gigantesco dalla serie D alla serie A della Juventus.

Però non andò subito nella prima squadra?
Esatto. Non andai subito nella prima squadra, perché al tempo non avevo nessun titolo della Federazione che mi consentisse di allenare una squadra professionistica. Per questo, l’anno successivo, feci in fretta e furia il corso da preparatore atletico e, preso questo titolo, entrai a tutti gli effetti nella Juventus come preparatore della Primavera, e lì la svolta è stata conoscere Gian Piero Gasperini, con cui ho lavorato per tre anni, tra l’altro riuscendo a vincere un torneo di Viareggio, proprio nel 2003.

Poi Mister Gasperini andò via dalla Primavera?
Sì. Nel 2003 lui andò via, e io non me la sono sentita di seguirlo.

Per quale motivo?
Perché lui andava al Crotone che era in serie C, e io avevo un figlio in arrivo, quindi decisi di restare a Torino nel settore giovanile della Juventus per altri tre anni, in una situazione che era molto meno brillante di quella di prima, nonostante siano arrivati i risultati.

Nel 2006 arrivò la telefonata da parte di Gasperini che la voleva nuovamente al suo fianco?
Esatto, nel 2006 improvvisamente arrivò la telefonata di Gasperini che, finito il suo contratto col Crotone, sarebbe dovuto andare ad allenare il Genoa, e quindi mi chiese di seguirlo.

Stavolta accettò?
Per come allena Gasperini si può dire che andrebbe seguito sino in capo al mondo.

E’ quindi dal 2006 che, nel bene e nel male, segue Gasperini?
Direi proprio di sì, ho seguito Gasperini nel bene e nel male: ho infatti fatto quattro anni al Genoa, poi siamo andati all’Inter e al Palermo.

Poi siete rimasti per un breve periodo senza squadra?
Sì, e qui le nostre strade si sono divise per un anno: ho avuto una chiamata dal Toro per potermi occupare degli infortunati, e quindi ho fatto un anno al Torino, e al tempo come allenatore vi era Ventura, e posso dire che quell’anno non andò molto bene in quanto lo staff della prima squadra fece in modo di lasciarmi sempre ai margini dell’attività.

Poi cosa accadde?
Gasperini mi richiamò perché lui stava allenando il Genoa, un’esperienza che è durata due anni.

Dopo il Genoa è arrivato l’attuale contratto con l’Atalanta?
Esatto. La stagione dell’Atalanta quest’anno è partita se possiamo dire in “sordina”, e invece adesso si sta rivelando un “crescendo rossiniano”.

E’ stato per voi un girone di andata all’insegna del successo?
Diciamo che abbiamo impiegato un po’ di tempo a trovare la giusta quadratura del cerchio, ma il finale è stato ricco di gioie e di emozioni grandissime.

Chi è un preparatore atletico?
Un preparatore atletico è una figura un po’ variegata nel mondo del calcio, perché ne esistono di tutti i tipi. Io ritengo che sia una figura importante più per quel che riguarda la prevenzione degli infortuni che nella preparazione stessa. Lavorando con un allenatore come Gasperini, che è straordinario sotto il profilo delle proposte di allenamento sul campo, in realtà l’intervento del preparatore atletico potrebbe limitarsi ad un lavoro di palestra, quindi ad un lavoro preventivo da eseguire prima dell’allenamento.

Questo è quello che state facendo quest’anno a Bergamo?
Sì, è quello che stiamo cercando di fare quest’anno, anche perché sul campo gli allenamenti di Gasperini sono talmente ben fatti che non ci sarebbe bisogno di fare altre grandi cose.

Lei ha detto “non ci sarebbe bisogno”, lascia forse intendere che ovviamente completate con altri lavori?
Certo, anche perché in realtà l’allenamento si completa spesso con dei lavori di corsa “a secco”. Si lavora insieme all’allenatore per organizzare un allenamento che sia sempre il più completo possibile nella preparazione dei giocatori e conforme a quelli che sono i nostri obiettivi.

Da quanto dice si evince che la figura del preparatore atletico sia anche quella di tramite tra allenatore e giocatori?
Diciamo che è una figura che può fungere anche da tramite tra il giocatore e l’allenatore; nel senso che l’allenatore ha una sua autorità, che è indiscussa, e il giocatore, specialmente se è giovane, fa fatica ad affrontarla, e magari a questo punto parla con il preparatore atletico che, calandosi spesso nella parte dello psicologo, fa da tramite fra le due parti. Ovviamente io parlo per la mia esperienza, e questo è quello che spesso mi capita.

Lei fa parte dello staff tecnico a capo del quale vi è l’allenatore. A suo parere è importante avere con lui una buona sintonia?
Direi che è fondamentale.

Se le chiedessi nello specifico il suo rapporto lavorativo con Gasperini?
Con Gasperini si parla, si dialoga e si programma il lavoro quotidiano e settimanale: lavorare così rende tutto molto semplice. Noi preparatori ovviamente siamo sempre un gradino sotto di lui, ed è per questo motivo che gli esercizi da noi proposti vengono presentati prima a lui, e se è il caso inseriti nel suo allenamento. Ma questo è atto dovuto con uno come Gasperini che, come detto prima, propone sul campo allenamenti di livello altissimo.

Si vocifera che la fase più importante per mettere in atto le strategie del campionato e lavorare sugli atleti, sia la preparazione estiva. Cosa può dire a riguardo?
A mio avviso questo è uno dei più clamorosi luoghi comuni nel calcio.

Cioè?
Nel senso che io sento dire che le squadre di certi allenatori vanno bene in primavera perché hanno fatto una preparazione mirata a Luglio. La preparazione atletica del ritiro di Luglio è importante per molti aspetti, ma non per questo.

Allora la preparazione atletica del ritiro estivo per cosa è importante?
E’ importante per dare un condizionamento di base ai giocatori, e per far si di conoscersi a vicenda al fine di creare un gruppo e le basi stesse per il lavoro stagionale. Ma pensare che il lavoro di Luglio si ripercuota in qualche modo sulle prestazioni di maggio o sulla finale di Champions League è secondo me assurdo. Posso dire che si fa un lavoro introduttivo, poi si parte con la stagione, e strada facendo si aggiustano le cose, anche perché stiamo parlando di una squadra che gioca e dev’essere in forma tutto l’anno.

Parlando di recupero e prevenzione infortuni, qual è il suo ruolo?
Questo è un lavoro che viene fatto in stretto rapporto con lo staff medico della società. Il dottore ha un chiaro quadro della situazione di tutti i giocatori giorno dopo giorno, e uno storico sugli infortuni dei giocatori, anche di quelli arrivati da poco. Con questo lui riesce a conoscere quali sono i deficit e tutte le difficoltà. Un infortunio frequente nel calcio è la rottura del legamento crociato anteriore, e si sa che un giocatore che ha avuto questo problema deve essere considerato in maniera diversa rispetto ad un giocatore “sano”: il preparatore atletico lavora sulla prevenzione e sul rinforzo muscolare, in modo tale che gli atleti limitino il rischio di ricadere nei soliti infortuni.

E sui giocatori non “usurati”, cosa si fa per prevenire gli infortuni?
Per quel che riguarda i giocatori sani e non usurati dagli anni si cerca di lavorare su quelle che possono essere le problematiche più frequenti nel gioco del calcio, come la pubalgia o i problemi muscolari in genere, giusto per citarne alcune. Devo dire che i giocatori sono persone intelligenti: dal rapporto di dialogo che si crea tra le parti emergono problematiche che si affrontano insieme passo dopo passo.

Il dialogo nel calcio tra lo staff e il calciatore non può mancare?
Certo, il dialogo non può mancare: come detto prima il calciatore che parla molto col suo preparatore o il suo allenatore riesce a limitare le possibilità di infortunio, perché il tecnico in questo modo sa su quali problematiche intervenire.

E’ vero che, nell’immaginario collettivo, il preparatore atletico è quella figura che fa correre i giocatori?
Di solito il preparatore atletico, essendo quello che fa correre i calciatori, è la figura peggio vista dai giocatori stessi. Noi in realtà stabiliamo prima il lavoro con l’allenatore, quindi ci limitiamo a metterlo in pratica: l’allenatore esegue un certo lavoro che si intreccia con l’intervento del preparatore atletico che, in relazione a quello che è stato fatto durante l’allenamento, regola l’attività da svolgere. Se l’allenatore ha fatto un allenamento particolarmente impegnativo, il preparatore non fa fare tantissimo, ma se l’allenamento è stato più blando, allora il discorso cambia.

Lei informa i giocatori sul lavoro che stanno per svolgere?
Per me è fondamentale la chiarezza del lavoro con i giocatori. Il giocatore deve essere informato e consapevole di quello che sta per fare e il motivo per cui lo fa, ed accetta di buon grado di eseguire lavori noiosi e pesanti se capisce ed è convinto che questo lo aiuterà durante i 90 minuti della partita.

Quindi nessun metodo duro?
Esatto, ai giocatori bisogna solo spiegare le cose e proporre esercitazioni che abbiano una reale utilità sulla prestazione calcistica.

E’ vero che la sua figura è quella più bersagliata dalla critica?
Spesso l’anello debole è il preparatore atletico, ed è per questo che per la critica è più facile attaccarlo. Io non ho mai avuto un attacco da parte degli allenatori, e nel caso specifico, con Gasperini si analizza e si cerca di cambiare l’allenamento se le cose non vanno come dovrebbero andare. Non si può demandare il rendimento di una partita al preparatore atletico, anche perché la grossa parte dell’allenamento viene fatta dall’allenatore. Per quel che concerne le critiche posso dire che sono la ricerca di un alibi.

Qual è il suo approccio con i calciatori?
Il mio rapporto con loro è molto amichevole e scherzoso. Molti giocatori mi riconoscono il fatto che riesco a trasmettere loro serenità, proprio perché sono sempre sereno. Io sono rimasto molto legato al portiere Rubinho, con cui ho instaurato davvero un bel rapporto quando stavo al Genoa. Ricordo che Gasperini una volta voleva cacciarci dall’allenamento perché non smettevamo più di ridere. Con lui ci sentiamo sempre.

Come vengono monitorati i giocatori in campo durante gli allenamenti?
Noi mettiamo il Gps. Questo infatti dà una valutazione di quello che fanno i giocatori durante l’allenamento in termini di metri e velocità raggiunte, anche e soprattutto valutando quelle che sono le accelerazioni e le decelerazioni, ovvero i momenti in cui il giocatore usa la propria forza e il proprio fisico per muoversi. La valutazione viene quindi fatta sui metri percorsi e sulla qualità di come questi sono stati percorsi. L’analisi dei dati ricavati da questo sistema nel nostro caso viene fatto alla fine dell’allenamento: la persona preposta a questo lavoro scarica tutti i dati e poi li presenta alla squadra e allo staff. Da qui abbiamo un peso dell’allenamento stesso che viene confrontato con quella che è la prestazione di partita.

Ogni quanto fate questo monitoraggio?
In pratica viene fatto quotidianamente.

A miglior prestazione corrisponde miglior partita?
No. Non sempre alla miglior prestazione corrisponde la miglior partita. Con la Lazio, con cui abbiamo perso, posso dire che abbiamo fatto una delle migliori prestazioni.

Per le partite invece viene usato il sistema del tracking video. Di cosa si tratta?
Si tratta di una misurazione “a schermo” delle prestazioni dei giocatori, quindi diciamo che i giocatori diventano come dei “pixel” in uno schermo. Da qui vengono poi tirati fuori i dati di tutti i giocatori durante la partita.

Come rispondono i giocatori all’uso del gps?
Sono sempre abbastanza interessati a vedere quello che hanno fatto, e spesso diventa una sfida divertente tra di loro.

Lei è il figlio dello stimato preparatore atletico Giuseppe Trucchi. Le sue metodologie di lavoro sono state influenzate dagli insegnamenti di suo padre?
Direi di sì. Io ho iniziato con la “scuola” di mio padre, lui infatti è uno dei primi preparatori atletici d’Italia, e mi ha insegnato tutte le basi di questo lavoro. Ho imparato da lui buona parte del mestiere, e ancora adesso è un mio riferimento costante soprattutto nei momenti di difficoltà.

Lei è definito dai suoi colleghi un “forzista”. Per quale motivo?
Quando ero al Genoa ho lavorato al fianco di Alessandro Pilati, che sia come persona che come preparatore atletico è straordinario; anche da lui ho imparato tanto, e grazie a lui ho imparato a lavorare molto sulla forza con i bilancieri liberi: è per questo motivo che i miei colleghi mi definiscono un “forzista”. Ma voglio aggiungere che altri preparatori che mi hanno aiutato molto sono stati Ventrone della Juventus e Stefano Rapetti, con cui ho un continuo e costruttivo dialogo (tra l’altro divertentissimo) che ho conosciuto nella breve esperienza all’Inter e attualmente alla Sampdoria; poi ovviamente l’aver conosciuto Gasperini è stato determinante.

Qual è il trucco per arrivare nel migliore dei modi alle partite?
Io sono sempre stato dell’idea che un giocatore, più che allenarlo, bisogna farlo sentire allenato.

Potrebbe essere più preciso?
Ritengo che si debba cercare di far stare bene il giocatore e dargli meno grattacapi possibili. Bisogna convincerlo che lui sta bene ed un buon sistema per farlo è di assecondarlo nelle sue abitudini. Per capirci, se il giocatore il giorno prima di fare una partita esegue un test che gli va male, che può essere una prova di salto o di corsa, in lui si rischia di innescarsi un tarlo che gli farà pensare di non riuscire a prendere la palla perché non è in forma. Ecco perché è la cosa migliore cercare di far entrare un giocatore in campo con la mente sgombra.

Quindi?
Quindi quello che cerco di fare è di farlo star bene, sia fisicamente che psicologicamente.

Come riesce a gestire lo stress di questo lavoro?
Per fortuna al di fuori del calcio riesco a coltivare interessi che distolgono il pensiero dal lavoro.

Qual è il sacrificio più grande che deve fare?
Il sacrificio più grande è quello di stare lontano da mio figlio. Mi perdo tanto della sua crescita, spesso a causa delle trasferte può capitare di non vederci per alcune settimane. Certe volte riesco a portarlo con me al campo, e a lui piace tanto: è felice quando incontra lo staff tecnico e i calciatori, ormai conosce tutti.

Lei va anche in tribuna a filmare le partite dell’Atalanta?
Io nel mio piccolo mi sono inventato cameraman e tutte le domeniche, armato di treppiede e telecamera, vado in tribuna a filmare la partita dall’alto per offrire all’allenatore un video tecnico-tattico della partita che le televisioni non producono; lavoro nell’oscuro, nessuno mi vedrà mai davanti alle telecamere di Sky o della Rai o seduto in panchina di fianco ai giocatori, ma so che faccio qualcosa per cui vengo apprezzato da tutto lo staff e questa per me è la miglior gratificazione.

Cosa può dire sull’Atalanta?
All’Atalanta ho trovato un ambiente molto familiare. Mi trovo benissimo con i giocatori, anche perché è una squadra formata da ragazzi “a posto”. Ho un ottimo rapporto con tutti, da Gasperini allo staff. Il presidente è una persona molto alla mano, ma tutta la famiglia Percassi è una famiglia di persone fuori dal comune; rimango stupito della loro cortesia e dal modo di fare corretto e rispettoso, merce rara nel mondo del calcio.

Che cosa deve fare un buon preparatore atletico?
Il preparatore deve sapersi adattare a fare qualunque cosa: per il bene della squadra e per la buona riuscita del lavoro d’équipe si deve aiutare l’allenatore nel suo lavoro, se il caso anche raccogliendo i palloni o sistemando i conetti che delimitano i campetti dell’allenamento, senza pensare che questo sia un compito umiliante e perciò spetti ad altri.

Vuol dare un consiglio ai giovani che intendono svolgere la sua professione?
Una cosa fondamentale che credo di avere imparato negli anni è quella di sapersi ricavare un proprio spazio senza mai invadere quello altrui; inoltre quella di cercare di evolversi mettendosi sempre in discussione è una qualità molto apprezzata dagli allenatori emergenti.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Luca Trucchi, e ad maiora!

 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Un commento su “Intervista a Luca Trucchi: preparatore atletico dell’Atalanta

  • Pino

    Complimenti per l’articolo, il prof. Luca è veramente in gamba , una famiglia di sportivi e di spessore , sportivo praticante, la pallavolo palestra di vita. Simpaticamente lo ricordo.