Intervista a Steve Lyon: storico sound engineer dei Depeche Mode


Paul McCartney, Depeche Mode e The Cure sono solo alcune tra le tante sue collaborazioni, ma per lui: “Puoi avere il suono più bello del mondo ma se il brano o la linea melodica non ti danno nulla, allora hai già perso”

Intervista di Desirè Sara Serventi

Una passione per la musica che nasce da bambino e cresce in modo vertiginoso col trascorrere degli anni, tanto da renderlo uno dei più famosi e stimati ingegneri del suono a livello internazionale. Stiamo parlando del noto Steve Lyon, storico ingegnere del suono dei Depeche Mode e The Cure. Ciò che è evidente in Lyon è il fatto che in sala d’incisione tutto ciò che porta la sua firma è unico, all’insegna della creatività: una creatività che non lascia spazio alla paura di “osare”, ma che punta sempre a dei nuovi arrangiamenti che portano una ventata di originalità nei “sound” creati. La scrupolosità di Steve è palpabile nella sua continua ricerca di emozioni da far emergere nel pezzo. Steve Lyon ha iniziato il suo percorso lavorativo affiancando il grande Glyn Johns, ingegnere del suono dei Rolling Stone, dei The Who e dei Led Zeppelin, per citarne alcuni. E come si suol dire, l’allievo non è rimasto sicuramente indietro al maestro, infatti sono tante le collaborazioni di cui si può vantare Lyon, tra queste non va sicuramente dimenticata quella come assistente tecnico del suono per Paul Paul McCartney nell’album “Flowers in the Dirt”. Tanti artisti si sono affidati al sound di Steve, compresi alcuni italiani, come Laura Pausini, o i Subsonica, perché una cosa è certa: il risultato con lui è un capolavoro. E se come sound engineer il suo nome dice già tutto, in veste di produttore la sua fama non è certamente da meno. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto il grande Steve Lyon che ai nostri microfoni ha raccontato il suo percorso lavorativo.

Quando è nata la sua passione per il mondo della musica?
E’ iniziata molto presto, da piccolo, quando mi facevo regalare sia per il compleanno che per natale vinili. Ho sempre avuto una grande passione per la musica, ma non volevo fossilizzarmi solo su un gruppo e suonando sempre la stessa cosa, perché volevo cambiare ed essere proprio io quello che decideva il “sound”. Quindi diciamo che il tutto è nato così.

Dove si è formato?
Scelsi di iscrivermi ad un College di elettromeccanica. Pensai che se non avessi potuto lavorare come tecnico del suono, almeno potevo stare negli studi musicali occupandomi di manutenzione, o semplicemente aggiustando ciò che non andava, e in tal modo avrei preso sempre più confidenza col settore, e in particolare ovviamente con lo studio.

In realtà il “piano b” è stato accantonato?
Esatto. Ai tempi mia nonna lavorava nello studio di Londra dove fecero il video dei Beatles, lei infatti li conosceva. Quindi per farla breve, mia nonna conosceva un produttore che le diede un consiglio, e le disse: “guarda c’è un’università di film, se a tuo nipote può interessare potrebbe andarci, ma deve andare come assistente e non come studente per imparare un po’ di cose”.

Lei accettò il consiglio?
Sì, e ci restai per circa sei, otto mesi.

Fu lì che ebbe modo di fare una conoscenza che le cambiò la vita?
In quel periodo conobbi un’attrice cui ragazzo era un chitarrista che stava lavorando con Glyn Johns. Lei mi disse che Glyn stava cercando un assistente, quindi fissai un appuntamento e andai nel suo studio un paio di volte per parlare con lui, e poi alla fine Johns mi disse: “stai affianco a me e ti insegno come lavoro io in tempi moderni”, perché il modo di lavorare negli studi iniziava a cambiare.

Quindi?
All’inizio sono stato lì e facevo: il tè, i panini, pulivo lo studio, e portavo in giro il suo cane. “Strizza l’occhio e sorride”.

Poi che successe?
Iniziai a guardare con attenzione come lavorava, e sono stato affianco a Glyn per più di un anno, finché lui non si trasferì negli Stati Uniti.

Prima di andar via le propose un nuovo lavoro?
Esatto. Mi disse che se ero interessato lui aveva trovato per me un lavoro in uno studio di Londra.

Accettò?
Ovviamente accettai e iniziai a lavorare in quello studio, che si trovava in casa. All’epoca devo dire che non esisteva lo studio in casa, come adesso. Lui lavorava in vecchio stile e quando sono arrivato per me era tutto nuovo ed era tutto molto bello, era infatti un modo completamente diverso di lavorare da quello cui ero abituato con Glyn. Comunque per me è stato motivo di orgoglio dire che ho iniziato il mio percorso lavorativo affianco a Glyn Johns, che non solo è un mito ma ha una storia della musica alla spalle che è incredibile.

Quale fu una delle prime cose che le insegnò Glyn Johns?
Mi disse che dovevo stare zitto e non dovevo parlare, in quanto dovevo guardare e studiare il modo di lavorare, e non solo sotto l’aspetto tecnico, ma proprio il modo con cui venivano gestite le situazioni in studio, quindi: come parlare con gli artisti, le ragioni di certe decisioni musicali, del suono, o il perché far suonare il gruppo tutto insieme e farlo registrare tutto insieme, e scegliere poi, una volta fatta la registrazione quella che doveva essere la base del brano. Questa è stata una scuola meravigliosa, anche perché con il gruppo si veniva a creare un’atmosfera unica. Purtroppo quelli che oggi vanno in studio non hanno né il tempo né l’atteggiamento di stare lì e studiare e capire come si fa. Posso dire che è stato molto bello e non è stato difficile perché ero talmente preso dalla situazione che per me era tutto fantastico.

Glyn la seguiva attentamente?
Lui alla fine della giornata mi spiegava tutto e mi diceva che se avevo qualche domanda, o volevo capire qualcosa, lui era a disposizione, e io allora partivo con tutte le domande. Lui è stato molto gentile anche se devo dire che è stata una scuola anche molto dura.

Che cosa intende dire?
Nello studio si lavorava ovviamente come voleva lui, e magari all’inizio certe cose sono anche difficile da capire, ma poi col passare del tempo riesci a capire il perché di certe scelte.

E’ cambiato il modo di lavorare in studio nel corso degli anni?
Tecnicamente c’è stato un grande cambiamento: dall’analogico al digitale, è cambiato l’approccio con la registrazione, e poi il tempo. Anni fa avevamo molto più tempo per curare i dischi come volevamo noi. Adesso si fa tutto in fretta e non si ha tempo di curare il tutto come si faceva prima, anche perché il mercato è cambiato, i budget a disposizione sono sempre meno, e per questo bisogna fare le cose velocemente.

Lei ha collaborato con Paul McCartney per l’album “Flowers in the dirt”?
Esatto. Mi trovavo negli Stati Uniti quando mi chiamarono e mi dissero che dovevo tornare a Londra per lavorare nello studio di Paul McCartney. Dovevo lavorare insieme a Paul per il nuovo disco come assistente tecnico del suono. Un’esperienza che durò tre mesi.

Cosa può dire lavorativamente parlando su Paul McCartney?
E’ stata una situazione molto bella e molto professionale allo stesso momento. Nel senso che potevamo dare qualsiasi tipo di suggerimento e lui ci ascoltava, anche perché era molto aperto alle nuove idee.

Lei vanta collaborazioni con i Depeche Mode in “Violator”, con i The Cure in “Wild Mood Swings” e con i Tears For Fears , per citarne alcuni. Con i Depeche Mode la sua è stata una collaborazione storica?
Sì dall’89 fino al 1996 ho lavorato con loro. Ho fatto due dischi in studio, un disco video live, e poi ho seguito in generale tutte le cose che loro facevano in quel periodo.

Si vocifera che lei all’inizio si rifiutò di lavorare con loro?
Stavo lavorando in uno studio di Londra quando mi chiamarono dicendo che stavano arrivando i Depeche Mode, e che volevano collaborare con me. Io all’epoca non gli seguivo molto anche se effettivamente avevano un grande successo, quindi siccome avevo altri progetti in quel periodo, all’inizio rifiutai e dissi di no.

Poi?
Poi mi chiamarono di nuovo dicendo che loro chiedevano che io gli raggiungessi almeno per tre settimane per seguire il lavoro. Accettai e alla fine rimasi a lavorare con loro per un bel periodo di tempo. Fu una bella esperienza.

Che ricordo ha del primo giorno in cui iniziò la vostra collaborazione?
Ricordo che il primo giorno che andai in studio per parlare con loro per iniziare a lavorare, Alan Wilder mi spiegò più o meno il tipo di suono che volevano e poi, mi diede il singolo di “Personal Jesus”. Il singolo a Londra era già tutto esaurito già prima del loro arrivo. Quindi quel giorno portai il singolo a casa, ed era veramente bellissimo, infatti tornai a lavoro con un grande entusiasmo. Poi, quando finimmo il disco mi dissero che erano in preparazione per il tour di “Violator” e che volevano che io gli seguissi e gli aiutassi a fare i nastri. Loro portavano i nastri con otto piste per suonarci sopra, e allora io e Alan Wilder, preparammo i campioni e l’arrangiamento. Abbiamo fatto tante cose insieme.

Come è stato lavorare con loro?
Lavorare con loro è stato serio in senso professionale, ma allo stesso tempo è sempre stato un divertimento. Con loro non ho mai avuto in studio dei giorni pesanti.

Con Alan Wilder ha inciso diversi dischi?
Sì. Ho fatto tre dischi da solo con Alan, e poi abbiamo lavorato con altri artisti: lui come produttore e io come tecnico del suono. Lavorare con lui è stato molto bello, lui è un talento unico. Tra di noi è nata una bella un’amicizia che continua tutt’ora.

Cosa può dire invece della collaborazione con il gruppo The Cure?
E’ stata una bella collaborazione, anche perché quando si lavora strettamente insieme viene fuori un’amicizia forte. Giorni intensi e lunghi lavorativamente parlando, ma il tutto sempre in modo molto fluido e professionale.

Cosa vuol dire essere un buon fonico?
Bella domanda! Essere un buon fonico non è solo una questione di tecnica, ma bisogna anche essere creativi. Io sono rimasto con i Depeche Mode e con i The Cure per molto tempo perché ho cambiato sempre, e ho fatto sempre dei nuovi arrangiamenti, cambiando anche il suono delle registrazioni, quindi cercando di essere molto creativo. Devo dire che delle volte può anche spaventare l’artista, ma alla fine mi dicono che ho ragione.

Cosa cerca di far emergere quando è in sala d’incisione?
Cerco sempre di far emergere il carattere dell’artista, anche perché questa è la cosa più importante. Infatti, devo dire che quando si sentono i dischi che ho fatto io, non sono mai uguali tra di loro, perché c’è una personalità sulle registrazioni. Posso dire che questa secondo me è una cosa che manca attualmente, perché cercano sempre di fare le cose più semplici e simili a quelle degli altri.

Come è cambiata l’attenzione per la musica?
Nella vita moderna la gente non ha più la stessa attenzione per la musica come faceva prima, ed è una cosa che mi dispiace. La gente paga sempre meno per la musica. Io ogni tanto faccio dei Masterclass in Germania, in Inghilterra e ne ho fatto anche in Italia, e spesso chiedo a quelli che partecipano quando è stata l’ultima volta che sono andati ad un concerto o che hanno comprato un disco originale, e non sempre la risposta è positiva. Se non si investe in questo settore non ci si può aspettare qualcosa di nuovo. Vorrei dire una cosa al pubblico: come farebbero a rimanere una settimana senza musica? Credo che solo così riuscirebbero a comprendere e ad apprezzare nuovamente l’importanza di quest’are. “Sorride”.

Com’è la musica vista dal banco mixer?
Devo dire che io sono molto fortunato perché faccio quello che mi piace. Quando gli artisti mi chiamano per lavorare insieme a loro, cerco di far emergere le emozioni e far venire i brividi. Il cercare questa emozione, è il motivo per cui io voglio fare questo lavoro.

Da ingegnere del suono a quello di produttore discografico. Come è avvenuto questo passaggio?
Sicuramente l’esperienza sul campo, e l’aver imparato con dei grandi come Glyn Jhons o Alan Wilder per fare qualche nome. Poi comunque capitava che durante il lavoro venissero fuori delle domande, o che magari durante le registrazioni volessi dare dei suggerimenti, e così semplicemente ho deciso di propormi anche come produttore musicale, proprio per guidare la navetta della registrazione e quindi del disco.

Parliamo di lei come produttore musicale internazionale. Cosa deve avere un gruppo o un singolo per suscitare il suo interesse?
Fondamentalmente devono essere i brani. Puoi avere il suono più bello del mondo ma se il brano o la linea melodica non ti danno nulla, allora hai già perso.

Preferisce ascoltare gli artisti in live o in studio?
Se ho l’opportunità preferirei vederli suonare dal vivo, e poi ovviamente facciamo un periodo in sala prova. Però devo dire che ci sono alcuni artisti che per un motivo o per l’altro non sono preparati a suonare in live e allora, o andiamo in studio per far loro il provino, o inserisco un mio chitarrista per sviluppare il materiale prima di andare in studio.

Ha lavorato con diversi artisti italiani. Qual è la differenza che ha trovato?
In Italia ci sono dei grandi artisti ma si scrive in un modo diverso, ovvero, si ha un atteggiamento diverso con le melodie. Comunque una cosa che ho riscontrato è che alcuni mi fanno sentire un artista straniero e dicono: voglio che il mio disco sia esattamente come quello.

E lei cosa risponde?
Assolutamente no! Anche perché cantano in lingua differente e non scrivono come loro, ed è quindi impossibile creare una cosa dove mancherebbe l’individualità. Non si può seguire la scia del successo degli altri!

Cos’è per lei la musica?
Nella mia vita è sempre stata fondamentale. Non potrei stare senza musica.

Con quali artisti italiani ha lavorato?
Ho lavorato con Laura Pausini, i Subsonica, i 99 Posse e altri ancora.

Chi è Steve?
Un papà.

Attualmente in cosa è impegnato?
Sono il manager di vari artisti e sto seguendo diversi progetti, ho tanto da fare. Sono molto fortunato, ma sono sempre alla ricerca di cose nuove e nuove opportunità.

Vuol dare un consiglio ai giovani che vorrebbero intraprendere la sua professione?
Devono essere preparati a faticare molto, anche perché è molto difficile emergere in questo settore. Come ho detto agli studenti del Saint Louis College of Music a Roma, per loro è molto più difficile rispetto a quando ho iniziato io anni fa, anche perché si iniziava dal basso. Quelli che escono oggi dalle scuole sono più esperti, ma non hanno la voglia e l’atteggiamento di studiare a fianco a qualcuno, perché non hanno spesso la pazienza di ascoltare chi di fatto, è più preparato. Siccome loro hanno studiato, credono di essere troppo avanti per accettare dei consigli da chi ha più esperienza di loro… ma le cose non sono così!

Sledet.com ringrazia per l’intervista Steve Lyon, e ad maiora!

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