Da Los Angeles l’intervista al noto regista Max Bartoli


“Per me la regia ha sempre tre aspetti: uno creativo, uno tecnico ed uno amministrativo. Essere registi è un po’ come essere gli ammiragli della flotta” 

Intervista di Desirè Sara Serventi 

Max Bartoli è un noto regista conosciuto sia per la sua grande preparazione artistica che per la sua grande professionalità: professionalità che riesce a portare sempre sul set e nei progetti che lo riguardano. Ha un curriculum eccellente che si accompagna ad un formazione artistica d’eccezione appresa in diversi Stati, tra cui: Italia, Inghilterra e Stati Uniti. Durante il suo percorso lavorativo non si sono fatti certamente attendere premi e riconoscimenti, come nel corto “Ignotus” che non solo ha vinto 25 premi a livello internazionale, ma ha anche rappresentato l’Italia in un evento verificatosi presso l’Ambasciata Italiana di Washington. L’arte di questo lavoro emerge ogni qual volta Bartoli porta sul set un nuovo progetto, come nel film di fantascienza “Atlantis Down”, venduto in 17 Paesi, con il grande attore Michael Rooker. Bartoli possiede anche una casa di produzione, la “MaXaM Productions” che si occupa di produzione video, branding design e branding strategy. Ha raggiunto l’apice con il cortometraggio, ideato insieme alla moglie Fabiola e da lui prodotto, dal titolo “The secret of Joy”, che su “imbd” ha ricevuto un punteggio di 9.1 su 10. Obiettivo del corto era quello di sensibilizzare il tema del cancro pediatrico. E se The secret of Joy si è aggiudicato 30 premi internazionali, quel che gli fa onore, al di là dei riconoscimenti, è il fatto che tutti i proventi del corto sono stati devoluti alla Kids Cancer Research Foundation. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto il regista, che ha raccontato il suo percorso lavorativo e non solo.

Se le chiedessi di raccontarsi cosa risponderebbe?
Ad essere sincero non amo molto parlare di me. Preferisco “fare” e lasciare che i risultati parlino per me. Sono come le immagini. Valgono mille parole.

Quando è nata la sua passione per il mondo del cinema?
Penso di averla sempre avuta. Ricordo però di aver iniziato a pensare di fare il regista alla presentazione del mio secondo romanzo “Agarttha e la sfida dei Cinque” (pubblicato da Giunti-Nardini), quando il compianto Alberto Bevilacqua, che aveva scritto la presentazione, disse a tutti che avevo la “stoffa” per diventare un regista o uno scrittore. Lui si augurava prendessi la seconda strada, ma è andata diversamente.

Lei proviene da una famiglia di artisti? 
Direi proprio di sì. Mia madre è una stilista di moda, una persona con una creatività impressionante e con l’energia di una ventenne. Mio padre è giornalista, è stato il responsabile della comunicazione di aziende e gruppi importanti come l’IRI e la Società Metallurgica Italiana, ma non ha mai dimenticato il suo passato di cantante professionista. Continua a esibirsi ed è super creativo anche lui. Il mio bisnonno, Galileo Bartoli era un artista poliedrico, attor giovane con la Duse, pittore, e scrittore. Con i soldi era un disastro completo, ma in termini artistici era un uomo rinascimentale. Il mio trisnonno Zanobi Bartoli era uno dei maggiori autori della maschera popolare fiorentina di Stenterello. Qualcosa mi deve essere pure arrivato, no? Il “bug” artistico (il virus), come lo chiamiamo qui negli States mi è stato passato via DNA! Con una famiglia così non poteva di certo uscire un banchiere!

Dove si è formato professionalmente? 
Domanda difficile. La risposta deve essere articolata. Speriamo di non annoiarla. Tra Italia, Inghilterra e Stati Uniti. Mi sono laureto in giurisprudenza alla Luiss Guido Carli a Roma, con una tesi sperimentale in Diritto dei Mezzi di Comunicazione di Massa, sulla riforma del Fondo Unico dello Spettacolo. Subito dopo la laurea sono stato chiamato dall’On. Veltroni (all’epoca Vicepresidente del Consiglio dei Ministri nel governo Prodi) come consulente per il disegno dell’allora legge sul cinema. Un incarico di durata brevissima, visto che le mie posizioni non erano politiche ed in ovvio contrasto con la posizione di alcuni deputati del PCI, membri della Commissione Cultura, che volevano continuare ad incrementare il FUS, mentre io ero per una graduale riduzione e per uno sviluppo, tramite incentivi fiscali, dell’industria. Parallelamente ai miei studi avevo iniziato a produrre eventi, CD musicali e nel 1995 ho portato a NY il musical “MacGregor”, che avevo scritto e sviluppato con l’amico fraterno Gianluca Cucchiara. Essere a Broadway a 22 anni a fare il casting della tua opera e vederla allestita e diretta dalla grande Baayork Lee (la Connie originale di A Chorus Line) e da Saverio Marconi (Compagnia della Rancia) resta ancora una delle esperienze più memorabili della mia vita. Avevamo un cast di mostri sacri di Broadway, per noi era come vivere in mezzo agli UFO!

Poi?
Nel 1999, dopo aver prodotto 3 CD e 3 workshop teatrali (uno a NY, uno a Denver e uno a Londra) mi sono trasferito a Londra dove ho iniziato a lavorare per la Marpet Consulting Ltd, una società di marketing communication e pubblicità per la quale ho prodotto una serie di piccoli video e campagne marketing. L’esperienza londinese e quella maturata sul versante musical theater mi hanno insegnato le basi della produzione. Alla fine del 1999, tramite l’amico Aldo di Russo, conosco Max Coleman e pochi mesi dopo inizio a collaborare con lui e con la Rotella and Partners Spa, una azienda pubblicitaria e di marketing communication. Dalla fine del 1999 all’agosto 2004 ho lavorato alla produzione di eventi, video, marketing campaign, etc per clienti istituzionali come il Governo Italiano, Capitalia, Unicredit, Mercedes, le Poste Italiane, Confindustria, Confcommercio, FIAT e molti altri.

Ma lei voleva mettersi alla prova come regista?
Esatto. Nel 2002, la voglia di mettermi alla prova come regista diventa un obiettivo ed inizio a comprare e studiare manuali di regia americani. Leggevo di tutto, guardavo dietro le quinte di film, show televisivi, qualsiasi cosa che avesse a che fare con il cinema. Ero (e sono ancora) una spugna. Nel 2003 decido che avevo studiato abbastanza e che era tempo di passare alla pratica. Così inizio a chiedere ai miei clienti inglese di dirigere i loro video, assicurandoli che, vista la ‘scarsa’ esperienza, avrei pagato per un re-shoot nel caso in cui non fossero stati soddisfatti del risultato.

Contestazioni?
No. Nessuno ha mai contestato il prodotto finale.

Quindi?
Alla fine del 2004, avevo diretto e prodotto oltre 20 corporate video, ed il desiderio di mettermi alla prova come regista di qualcosa che fosse più vicino al cinema mi porta a scrivere, produrre e dirigere il corto metraggio “Ignotus”. Visto il mio ego straripante, “strizza l’occhio e sorride” il constante desiderio di spingermi oltre, mettermi sempre alla prova e cercare di ottenere l’impossibile, non mi potevo limitarmi a concepire un corto semplice, da girare in una stanza, con una camera e tre attori. Ne ho pensato uno storico, che prevedesse l’uso di 80 costumi medievali, l’uso di location esclusive e costose, un cast di 5 protagonisti e 20 comparse, 5 stunts, due cavalli ed una troppe di oltre 50 persone. Budget originale 130 mila euro. I miei amici e familiari mi hanno preso per pazzo.

Quando il progetto divenne realtà?
Un anno dopo, il 4 Dicembre 2005 il progetto diventa realtà. Non avevo sacrificato niente di quello che volevo, avevo una troupe di prima categoria con Maurizio Calvesi alla fotografia e un budget effettivo di 25 mila euro.

Ignotus si è dimostrato un vero successo?
Ignotus ha vinto 25 premi a livello internazionale, ha rappresentato l’Italia in un evento europeo presso l’Ambasciata Italiana a Washington, è stato visto ed apprezzato da Papa Benedetto XVI (che mi ha scritto una lettera che tengo incorniciata) e, last but not least mi ha aperto i “tombini” di Hollywood.

Ha detto “tombini”?
Sì, non le porte, i tombini, ma anche quelli vanno bene lo stesso, se si sa come usarli! “Strizza l’occhio e sorride”.

Come è stato il suo percorso lavorativo?
È stato lungo, durissimo e pieno di sacrifici, perché nessuno ti regala niente (almeno a me non è successo), il mondo dello show business è una giungla infernale, dove la competizione è spietata. Avrei potuto fare l’avvocato d’affari, ma non era per me. Dopo nove mesi alla Cofiri (la banca d’affari dell’IRI) dove venivo strapagato, sono tornato al mondo dello spettacolo. Una scelta difficile, della quale però non ho alcun rimpianto.

Quale reputa l’esperienza più significativa per la sua carriera? 
Sono tutte significative, perché ho imparato e continuo ad apprendere da tutte. Non si finisce mai di imparare. Quando pensi di essere arrivato è il momento di cambiare mestiere.

Vuol dare un suo parere sull’Industria Cinematografica Italiana di oggi? 
L’Italia è sempre stata in grado di produrre un ottimo cinema. Le nostre maestranze sono di altissimo livello. Niente da invidiare a quelle americane o inglesi.

Nessun appunto?
Gli unici appunti che faccio al cinema del nostro paese e soprattutto ai suoi autori sono tre: il nostro è sempre troppo spesso un cinema auto-referenzialistico, che racconta storie per un’audience in maggioranza di Italiani. Un peccato davvero, visto che il nostro paese ha 28 secoli di storia da cui attingere e possiede location uniche al mondo.
Poi il secondo appunto e che quando abbiamo l’opportunità di raccontare storie a livello internazionale non sempre diamo il meglio di noi. La serie de “I Medici” è purtroppo ad esempio è purtroppo il tipico caso di una produzione internazionale girata in Italia in modo scadente. Noi abbiamo imparato a creare enorme valore aggiunto a costi bassissimi. La scusa del budget ridotto non può essere giustificata per coprire mancanza di stile e superficialità creative. La produzione de “I Medici”, nonostante i soldi a disposizione, ha il look e i “production values” di una telenovela.
Infine, ma non meno importante, la tendenza di molti registi nostrani a pretendere dai produttori tutto quello che vogliono (a prescindere da come le proprie richieste vadano ad impattare sul budget) semplicemente perché loro sono “autori”, e il “lusso” di andare fuori budget per ragioni “artistiche”. Quest’ultimo punto una conseguenza del sistema degli incentivi fiscali previsti per il settore.

Che differenza ha trovato rispetto all’Industria Cinematografica Americana? 
In termini di professionalità nessuna. I filmmakers italiani non hanno nulla da invidiare a quelli americani. Fantasia, creatività e capacità di adattamento sono qualità che ci rendono unici, contraddistinguendoci da tutti gli altri. Gli Americani tendono ad essere più organizzati, metodici, settoriali. Personalmente ho lavorato e mi sono trovato bene con tutti.

Quali sono a suo parere le le vere differenze?
Le differenze vere le troviamo quando parliamo di industria e dei suoi meccanismi. In America tutto è possibile perché questo è Show-business (dove un’importanza estrema è posta sul business). Il cinema è una meravigliosa espressione artistica e diventa arte solo in alcuni casi, ma è sempre un business. E come tale va approcciato. In Italia è sempre o troppo spesso solo arte.

Secondo lei questo è corretto?
Secondo me è un errore enorme. Affermare una cosa del genere è come affermare che i dipinti di Teomondo Scrofalo valgono tanto quanto quelli di Caravaggio! Quando questo concetto viene traslato in un’ottica di affari allora cambia tutto.

Che cosa intende dire?
Le storie non sono brand (a meno che non si stia parlando di film tratti da brand già esistenti, come libri di successo o videogiochi), sono prodotti ad alto rischio che possono diventare brand. Il fine ultimo dell’industria è appunto questo, ma il presupposto costante è quello del “risk mitigation”, della riduzione del rischio. In quest’ottica si giustifica l’uso di star (sia registi che attori) e l’esistenza dello star system. Qui tutti ti possono dare dei soldi per fare un film se sei bravo a vendere l’idea.

La meritocrazia a suo avviso va a braccetto con il talento e la preparazione artistica? 
In un film fantasy forse… nella realtà non avviene mai. Tutto il mondo è paese ed in quest’industria da sempre vale il principio che importa chi si conosce più di quanto si valga.

Lei ha una casa di produzione la “MaXaM Productions”. Quando è nata l’idea? 
Nel 2003. C’era il desiderio di mettersi in proprio. Il nome della società (di fatto un palindromo) è nato durante una cena in una pizzeria romana. Mi sono messo a scarabocchiare sulla tovaglia di carta. Finita la pizza erano nati nome e logo della società! Cosa non si deve al cibo italiano, eh?

Per che cosa si distingue la MaXaM Productions rispetto ad altre case di produzione?  
La MaXaM è una società piccola composta da 6 soci. Facciamo quello che fanno centinaia di altre società: produzione video, branding design e branding strategy. Quello che ci rende unici, è l’esperienza che mia moglie Fabiola, i miei partner ed io abbiamo maturato nel corso degli anni, il network di professionisti e di aziende che abbiamo in tre continenti, e soprattutto il fatto di sapere come produrre enorme valore aggiunto ad un costo ridotto. I nostri clienti hanno sempre un prodotto finale che vale o che “sembra” tre, quattro volte più caro di quello che hanno speso. In un’industria competitiva come questa, non sono dettagli da poco.

Cosa vuol dire gestire una casa di produzione?  
Tanto lavoro, notti insonni, “deadline” sempre troppo vicine e poco tempo libero. Ma questo lavoro è ciò che rende la nostra vita eccitante. Il fatto di mettersi costantemente alla prova.

Cos’è per lei la regia? 
Per me la regia ha sempre tre aspetti: uno creativo, uno tecnico ed uno amministrativo. Tutti egualmente importanti. Essere registi è un po’ come essere gli ammiragli della flotta. Il “proprietario” è qualcun altro, ma come ammiraglio bisogna essere in grado di raggiungere gli obiettivi prefissati, conoscendo gli strumenti a propria disposizione, e sapendo gestire tempo e risorse in modo ottimale. La visione creativa del regista è il motore di ogni storia. Ma la visione non nasce dormendo, è il risultato di intuizioni, studio e tanta ricerca. Quello che distingue un’idea dalla visione dietro una storia è la mole di dettagli in cui si traduce. Un lavoro di scavo che impiega mesi a prendere forma e che si manifesta in forme diverse in pre-produzione e alla fine nel prodotto una volta ultimato.
Una buona conoscenza tecnica è necessaria per poter svolgere questo lavoro. Alla fine è sempre la solita storia. La conoscenza è potere. Più si sa e meglio è.  Nella mia vita non ho mai avuto paura di fare domande, né di apparire limitato. Mi hanno insegnato che il talento e le qualità delle persone si capiscono non da quello che dicono, ma delle domande che pongono.
La parte gestionale è altrettanto fondamentale. Da queste parti se vai fuori budget non lavori più. Essere in grado di gestire tempo e risorse in modo da far funzionare la baracca senza andare fuori budget è fondamentale. Il miglior modo per farlo è circondarsi di persone di comprovata esperienza, un track record di successi e di cui ci si può fidare umanamente. E poi bisogna rispettare tutti in egual modo a prescindere dal ruolo che hanno è un altro punto fondamentale. Il cinema ha una struttura gerarchica, ma il rispetto non è mai gerarchico. Anche perché sei ti comporti da bastardo alla fine ti torna tutto. “Karma is a bitch… especially on a set!” Il resto, quando c’è, è magia!

Cosa cerca di portare sul set? 
Preparazione, calma e armonia. Un regista sul set deve preoccuparsi al 98% degli attori. Tutto il resto deve essere stato programmato prima. Per me è un po’ come invitare un gruppo di amici a cena. Quando arrivano vuoi farti trovare vestito per bene, con la cena pronta e non ancora fuori a fare la spesa. Decidere sul set dove mettere la MdP per me è totalmente inconcepibile. Se uno deve adattarsi ad una situazione imprevista va bene, ma non può essere la regola. Personalmente sono un maniaco della preparazione. Preferisco sempre aggiungere giorni in pre-produzione che in produzione. Costa meno e paga di più. Quando giro (qualsiasi cosa, dallo spot al film) tutti i miei capi reparto sanno cosa voglio, hanno discusso con me i dettagli di ogni scena, sequenza, momento particolare, il prodotto è stato già pre-visualizzato e la shot list è già pronta. Se poi sul set ci viene un’idea alternativa, a decidere di farla o meno ci impieghiamo un minuto. Sul set il regista deve esserci per gli attori, perché sono loro che a quel punto devono dar vita ai tuoi personaggi. Mancar loro di rispetto facendoli aspettare o/e arrivando sul set impreparati è suicida.

A cosa può paragonare “una produzione”?
Una produzione è come un branco di lupi, se il branco si rende conto che l’alpha male, il dominante, è un ciuccio, finiscono per montargli sopra e decidere per lui. Un attore serio impiega 5 secondi a capire con chi ha a che fare. E bluffare non funziona. Hanno il “lie detector” incorporato. Se non sei preparato, rispettoso e collaborativo, il tuo film è destinato a fare una brutta fine.

In veste di regista è un bacchettone o un amicone? 
Nessuna delle due. Non siamo a scuola e siamo tutti professionisti. L’importante è sempre avere conoscenza e memoria di quale ruolo si riveste e del fatto che in questa industria il team work è un requisito essenziale per il successo dell’impresa. Se uno è un individualista è meglio che cambi mestiere.

Ignotus si è aggiudicato 25 premi in Festival Nazionali e Internazionali. Cosa c’è alla base di questo grande successo?
Il fatto di aver osato fare un corto diverso dagli altri? Forse. Di aver cercato di creare valore aggiunto usando ciò che già esiste e che solo il nostro paese ha? Le location di Ignotus sono uniche, così come i suoi costumi. Partiamo dagli ultimi. Grazie agli amici della Tintoria Farani, abbiamo avuto gratis 80 costumi medievali e non pezzi senza valore. Metà proveniva da “Il Vangelo secondo Matteo” di Pierpaolo Pasolini, altri da film di Visconti. Un’eredità stupenda ma piena di responsabilità, visto ogni costume valeva oltre 3 mila euro. L’abbazia di San Pietro a Tuscania contiene il più bel esempio di mosaico romanico del IX secolo d.C. e – almeno fino a Dicembre 2005 – ci aveva girato solo Zeffirelli. Ottenerla è stato un mezzo miracolo, ma si sa che la fortuna aiuta gli audaci. Ignotus è un vero e proprio atto d’amore da parte di tutti quelli che vi hanno preso parte ed ha un finale che ancora sorprende chi non l’ha mai visto prima. Sarà anche per questo che è piaciuto? Chi lo sa.

Realizzare il film di fantascienza “Atlantis Down”, inizialmente non è stato semplice per via dello scarso budget a disposizione. Vuol parlarne? 
Sinceramente non penso l’attributo “semplice” esista nel mio vocabolario e soprattutto possa essere applicato a questa industria. Per essere considerato a Hollywood in modo diverso e non come un “first timer” dovevo fare un film. A qualsiasi costo. Quindi mi sono messo in moto. Alcuni conoscenti scrittori si sono detti disponibili a tradurre una mia idea in una sceneggiatura. La scelta del genere è stata dettata dal fatto che inizialmente uno di loro aveva contatti “seri” con SyFy (il canale di fantascienza posseduta da NBC). A Los Angeles abbiamo avuto tre line-producer che hanno redatto tre budget: 1.2 milioni, 990 mila dollari e 690 mila. Volevo farlo con meno di 100 mila. Mi hanno dato del pazzo. Dopo tre mesi di tentativi inutili a Los Angeles sono tornato a est, e assieme ad un conoscente abbiamo raccolto da investitori privati 93 mila dollari in 6 settimane. Con quei soldi abbiamo dato luce verde al film. Anche in questo caso abbiamo fatto miracoli. Il film è stato girato in 13 giorni (anziché i 14 previsti) con una troupe di 55 persone, 6 set, 8 location. Una volta terminato l’abbiamo presentato prima in Virginia e poi allo storico Chinese Theater di Hollywood. Alla faccia di chi mi aveva detto che era impossibile. Atlantis Down è un piccolo film, che vale molto di più di quanto non sia costato, e che è stato venduto in 17 paesi. Rappresenta un momento ed una lezione importante nella vita. Quando si lavora con una lira e mezzo si deve tagliare e sapere come tagliare. Si compiono errori che uno deve capitalizzare per il futuro. i miei li ricordo ancora tutti.

Cosa può dire riguardo al cast di Atlantis Down?
Metà del mio cast non era mai stata su un set cinematografico prima, ma la cosa non mi ha spaventato. A loro ho affiancato un grande attore come Michael Rooker.

Cosa può dire su Michael Rooker?
Quando è venuto abbiamo girato 20 pagine in 10 ore. Tutta la sua partecipazione nel film in un solo giorno. Michael è arrivato a Norfolk, Virginia dopo aver guidato ininterrottamente da Los Angeles per 40 ore. Ad accompagnarlo un amico con cui aveva memorizzato l’intera sceneggiatura (non solo la sua parte!) guidando. Il giorno delle riprese arriva sul set alle 7 di mattina, fresco come una rosa. Abbiamo parlato per un’oretta del suo personaggio e di come intendevo girare le sue scene. Gli ho mostrato gli storyboards, discusso lenti e inquadrature. Michael ha capito subito che ero un professionista, mi ha sorriso e si è detto disponibile a restare anche per un secondo giorno gratis (avevamo budget solo per uno) se fosse servito. Alla fine delle riprese, 12 ore dopo, abbiamo brindato tutti, poi è risalito in macchina ed è tornato indietro.

Vuol raccontare un aneddoto divertente capitato durante le riprese? 
Di divertente c’è stato poco. Il set di Atlantis Down è stato per molti aspetti un incubo. Avevo i due scrittori che di punto in bianco hanno iniziato a boicottarmi (perché non pensavano che il film si sarebbe fatto e una volta visto che si erano sbagliati volevano più soldi), un produttore esecutivo che rubava, un DP che voleva usare i miei soldi per girare di notte un paio di suoi corti, e questo è solo l’inizio… Il vantaggio è che avevo fatto due mesi di preparazione e mi ero portato i miei capi reparto dall’Italia! Avere le spalle coperte dai miei mi ha consentito di minimizzare i danni.


Lei ha scritto e prodotto il cortometraggio “The secret of Joy”, per sensibilizzare sul tema del cancro pediatrico. Come è nata l’idea?
L’idea è nata a me e mia moglie dopo che due coppie di amici hanno perso i propri figli a causa del neuroblastoma. Sin dall’inizio, e visto il tipo di prodotto che avevamo concepito, sapevamo sarebbe stato costosissimo e che avremmo dovuto chiedere favori a tutti, ma la cosa non c’ha spaventato. Alla fine abbiamo trovato 400 mila dollari di donazioni in cambio merce e due cento persone e 17 società che hanno contribuito, aiutandoci a portare l’idea sullo schermo. Tutti i proventi sono andati alla Kids Cancer Research Foundation.

Sono stati davvero tanti i premi vinti con “Secret of Joy”?
Ne abbiamo vinti 30.

Cosa ha significato per lei tutto questo, considerando il vostro obiettivo?
The Secret of Joy è stato concepito e realizzato per portare il sorriso sul viso dei bambini malati. La soddisfazione più grande per me e mia moglie è stata vedere le reazioni di molti bambini malati durante le proiezioni a Los Angeles. Non c’è premio o ricompensa in grado di battere il sorriso o le lacrime di gioia di un bambino.

Qual è la frase che la caratterizza nel suo lavoro?
Ne ho due in verità. Simili. “Impossibile è un’opinione non un fatto” e “Nihil Difficile Volenti” (Niente è difficile per chi vuole).

E’ difficile emergere nel mondo della regia?
Sì. Quasi impossibile… ma considerato il mio mindset… se ci credete davvero e siete pronti ad enormi sacrifici… c’è spazio per tutti. E se le strade non le trovate, non lamentatevi, fatevele da soli!

Chi è Max quando si spengono le luci dei riflettori?
Consulente e Media Producer per la Banca Mondiale, strafelicemente sposato a mia moglie Fabiola (la prova vivente che gli angeli esistono!), una persona con 3 mila idee ed energia da vendere, sempre pronto a mettersi alla prova. Praticante da 38 anni di arti marziali.

Progetti?
Un film su una storia vera di rapimenti accaduta in Messico e una serie televisiva ispirata a The Secret of Joy.

Attualmente in cosa è impegnato?
Sto collaborando con la Banca Mondiale all’organizzazione del prossimo G7 dell’Ambiente che si svolgerà a Bologna il prossimo Giugno.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Max Bartoli, e ad maiora!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *