Intervista ad Andrea Luppi: l’Athletic Trainer del Milan 1


“Il mio lavoro è quello di rendere l’atleta infortunato abile a rientrare in gruppo in condizioni ottimali” 

Intervista di Desirè Sara Serventi

Andrea Luppi è riuscito a farsi spazio nel mondo del calcio, entrando direttamente in uno dei club più famosi ed ambiti, ovvero in quello del Milan Calcio. La sua eccellente preparazione professionale, data da un prestigioso percorso di studi, gli ha permesso di diventare quello che all’estero è noto come “athletic trainer”, una figura che, anche in Italia, sta prendendo sempre più piede in ambito calcistico. Ciò che rende Luppi un esperto nel suo campo è sicuramente dovuto al fatto che la passione che nutre per il suo lavoro si concilia perfettamente con le conoscenze e le competenze acquisite dalle sue due lauree in Scienze Motorie e Fisioterapia, riuscendo quindi a portare gli atleti ad essere al top delle loro prestazioni, anche quando questi hanno subito degli infortuni. E’ infatti Andrea che si occupa nel Milan di quello che viene comunemente chiamato “ricondizionamento atletico” dell’atleta infortunato, cioè di rendere il giocatore abile a rientrare in gruppo in condizioni ottimali. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Andrea Luppi, che ha raccontato il suo percorso lavorativo, e non solo.

Lei nasce come ciclista?
Esatto, ho sempre praticato il ciclismo a livello agonistico, fino alla categoria under 23.

Qual è stato il suo percorso di studi?
Ho iniziato laureandomi in Scienze Motorie nel 2007, presso l’Università degli Studi dell’Insubria di Varese, e durante il percorso di laurea ho seguito maggiormente quella che è la parte di valutazione funzionale dell’atleta e l’incremento della sua performance in base a ciò che era il know-how in medicina dello sport di quegli anni.

Lei fece il tirocinio presso lo Sport Service Mapei. Che cosa seguiva principalmente?
Principalmente seguivo quello che era l’atleta nel ciclismo, ma anche le varie valutazioni biomeccaniche e di performance di atleti di sport e livelli differenti.

Non le bastava il titolo preso, decise di proseguire gli studi alla conquista di una seconda laurea, perché?
Perché mi piaceva l’idea di intraprendere uno studio dove si potesse analizzare non solo l’atleta sano ma anche quello “non sano”, anche se poi malato non è; quindi mi iscrissi in Fisioterapia e mi laureai nel 2010, sempre all’Università dell’Insubria di Varese.

Queste due lauree insieme cosa le hanno permesso?
Sicuramente di lavorare nell’ambiente sportivo, ed avere una conoscenza più precisa di quello che succede al nostro corpo in situazione di “patologia” o di incremento delle prestazioni.

Come è iniziato il suo percorso lavorativo? 
Inizialmente nelle palestre o in privato come personal trainer, successivamente come fisioterapista al Varese Calcio, partendo dal basso, quindi dagli allievi, per poi passare alla Primavera.

Cosa accadde successivamente?
Andai “all’estero” (per me è molto comodo vivendo sul confine Svizzero) a Lugano e lavorai per uno studio privato; lì ebbi l’occasione di mettere in pratica ciò che avevo studiato, e confrontandomi con svariati casi, potei incrementare le mie conoscenze e capacità.

Ed è proprio mentre è a Lugano che per lei arriva la grande svolta?
Sì. Mentre ero a Lugano arrivò una chiamata per una richiesta di colloquio al Milan. A loro serviva una figura come la mia: che avesse la formazione nella preparazione atletica vera e propria con l’aggiunta della conoscenza però, delle varie patologie. Per questo dopo il colloquio mi presero.

Come è avvenuto il passaggio dal mondo del ciclismo a quello del calcio?
Ho sempre praticato ciclismo sino agli under 23 con discreti risultati, ma il passaggio è avvenuto quando ancora studiavo Scienze Motorie, per la precisione durante il tirocinio presso lo Sport Service Mapei, un Centro di Varese a carattere scientifico di eccellenza qui in Italia. Nel centro, tra i professori, c’era il grande Aldo Sassi, che preparò alcuni dei migliori ciclisti al mondo, e io, essendo anche ciclista, seguivo le sue lezioni; tuttavia in quest’ambiente c’erano anche altre figure che seguivano l’aspetto calcistico. Come amico e collega di lavoro ebbi Andrea Azzalin, con cui sono sempre stato legato e mi sento tutt’ora, che sino a qualche giorno fa faceva parte dello staff tecnico del Leicester di Ranieri, in veste di preparatore atletico. Quindi all’inizio io ero dalla parte del ciclismo, e lui dal lato del calcio. La sua conoscenza mi ha fatto avvicinare al mondo del calcio, infatti sono passato al Varese dove c’era anche lui. Dopo aver fatto un anno insieme, lui come preparatore ed io come fisioterapista, lui ha fatto la sua carriera per lo più all’estero, e io invece ho avuta la chiamata dal Milan.

In America, e non solo, la sua figura prende il nome di “athletic trainer”, una figura che in Italia non è ancora riconosciuta?
Diciamo che qui in Italia l’athletic trainer può essere considerata come la persona che ha sia la laurea in scienze motorie che quella in fisioterapia, anche se il percorso di studi è leggermente differente rispetto a quello presente in italia, non sono proprio paragonabili.

Di cosa si occupa al Milan in qualità di athletic trainer?
Ciò di cui mi occupo al Milan dal 2013 ad oggi, è quello che ad oggi viene chiamato “ricondizionamento atletico” dell’atleta infortunato. Il mio lavoro è quello di renderlo abile a rientrare in gruppo in condizioni ottimali, quindi tutto quello che riguarda il recupero del gesto e della performance atletica, in assenza di sintomi.

Su cosa deve prestare particolare attenzione?
Quello su cui devo fare attenzione è ricordarmi che l’atleta ha avuto delle problematiche, quindi anche la preparazione atletica non è la classica che si fa a inizio stagione, ma è un po’ adattata e differente.

Qual è stata la principale difficoltà che ha incontrato quando è arrivato al Milan?
Il primo anno in cui sono arrivato la difficoltà più grande è stata quella di rapportarsi con un Club di così alto livello.

Potrebbe essere più preciso?
In una squadra di alto livello bisogna capire non solo come ci si deve relazionare con gli atleti, ma anche con tutte le persone che vi lavorano.

E lei come si è relazionato?
Innanzitutto con professionalità, poi bisogna anche capire quando poter alzare la voce, quindi cercare di imporsi e quando invece cercare dei compromessi, con il fine di far si che il lavoro venga svolto nel migliore dei modi.

Dal 2013 al 2017, lei ha avuto modo di relazionarsi con diversi Staff tecnici?
Esatto. Sono arrivato che come allenatore vi era Massimiliano Allegri, poi Clarence Seedorf, per poi passare alla guida di Filippo Inzaghi, Siniša Mihajlović, Cristian Brocchi e infine il cambio di guardia con Vincenzo Montella.

Con chi ha creato un legame più stretto?
Sono rimasto in buoni rapporti con alcuni dei preparatori atletici presenti nei vari Staff, e ci sentiamo tutt’ora.

Tutti questi cambi possono creare dei “disturbi” a livello lavorativo?
Assolutamente sì. Questo può essere in parte considerato come un elemento di disturbo per noi dello staff sanitario, ma anche per tutto l’ambiente, perché non si fa in tempo ad abituarsi ad una certa metodologia di lavoro (perché ogni allenatore ha dei differenti stili) che si passa ad un altro differente e di conseguenza ci porta, in parte, a cambiare le nostre modalità.

Quindi?
Bisogna essere bravi a capire in fretta come relazionarsi e il tutto ovviamente nel minor tempo possibile.

Che ricordo ha del suo ingresso al Milan?
L’ingresso nel Centro Sportivo di Milanello: dire che ha di tutto e di più, sarebbe riduttivo. Uno dall’esterno si può immaginare, come io mi immaginavo, una struttura ben solida, ma effettivamente quando uno entra all’interno capisce di essere in una realtà che ben pochi club hanno, quindi: grandi spazi e attrezzature sempre all’avanguardia dedicate al personale che segue i giocatori è solo una piccola parte di quello che la società e la struttura mette a nostra disposizione.

Da quanto dice si evince che al Milan vi è la massima attenzione per tutti, e non solo per i giocatori?
Esatto. Alla fine se noi stiamo bene e siamo messi nelle condizioni di lavorare bene, possiamo sicuramente dare il nostro contributo per l’effettivo raggiungimento dell’obiettivo della squadra. Diversamente può avvenire anche l’opposto.

Mi corregga se sbaglio: il Milan è uno dei pochi club in Italia che può vantare la figura dell’athletic trainer?
Negli ultimi anni molte altre squadre hanno introdotto tale figura, magari chiamandola con un nome differente; e tanti colleghi hanno optato per il percorso che prevede di fare entrambe le lauree.

Con la squadra si relaziona in modo amichevole o tiene le dovute distanze?
Bisogna trovare una via di mezzo. Certamente ci sono dei giocatori con cui si ha un po’ più di feeling, e dove quindi ci si può permettere la battuta anche durante il lavoro, però quando il lavoro deve essere eseguito la professionalità deve passare davanti a tutto.

Cosa comprende la terapia sportiva?
Questa è una bella domanda! Comprende un po’ tutto. Alcuni in Italia con terapia sportiva, intendono il “classico lavoro del fisioterapista” eseguito sul lettino con un atleta infortunato; altri la inseriscono invece già all’interno dell’esercizio terapeutico, quindi con l’atleta cosiddetto “al di fuori del lettino”.

E lei invece cosa intende?
Io la intendo in modo più ampio, ma questa è una mia visione: ossia nell’intero percorso che vede il paziente prima con un lavoro passivo e quindi eseguito principalmente dal fisioterapista e poi con un lavoro sempre più attivo sino ad arrivare al lavoro vero e proprio sul campo, gestito dal fisioterapista/preparatore atletico ma sempre tenendo conto di quella che è stata la patologia.

Perché è importante nel calcio l’athletic trainer?
Quello che posso dire è che quando mi relaziono con i preparatori atletici, quindi con chi ha fatto solo scienze motorie, mi rendo conto che vede l’atleta sotto un determinato punto di vista, che può essere molto diverso da quello del fisioterapista, che ha conseguito la laurea solo in fisioterapia: il preparatore atletico tende un po’ a minimizzare quello che può essere il problema, mentre il fisioterapista tende un po’ a ingigantirlo, quindi aumentando i tempi di recupero. Una figura come quella dell’athletic trainer, che ha entrambe le conoscenze, mette insieme questi due aspetti e cerca di gestire al meglio il rientro in campo dell’infortunato. Credo che nei top club, questa figura, dovrebbe essere sempre presente, forse azzarderei fondamentale per fare la differenza.

Lei sta più a contatto con l’allenatore, il preparatore atletico o il fisioterapista?
Sono più a contatto con lo staff medico, poi quando il giocatore è in dirittura d’arrivo, quindi nel passaggio con la squadra, mi relaziono di più con il preparatore atletico, perché comunque devo rendere conto a lui di quanto il giocatore ha fatto con me, dicendo se è in grado di sostenere un allenamento completo oppure solo in parte, le difficoltà che può ancora avere oppure no, e così via.

Parlando di fisioterapia quale trattamento predilige?
La terapia manuale, infatti anche i corsi di aggiornamento che ho fatto, e che faccio tutt’ora, sono sotto questo aspetto, e non perché non credo alle terapie fisiche, ma perché è una preferenza mia il lavoro manuale che mi garantisce un contatto diretto con l’atleta.

Come riesce a gestire lo stress?
Questa è una difficoltà: perché quando si vince va bene tutto quello che hai fatto, ma quando si perde si cerca sempre un colpevole. Si deve cercare di documentare il proprio lavoro e di far vedere qual è stato fatto, poi se è fatto bene o fatto male sarà giudicato con altri. E’ importante lasciare fuori i problemi della vita quotidiana, stesso discorso per il lavoro una volta usciti da Milanello, anche se, ammetto, non è così scontato considerando che bene o male siamo sette giorni su sette con loro. Inoltre anche i media mettono spesso tutto l’ambiente sotto stress.

Qual è il sacrificio più grande che deve affrontare?
Direi il tempo libero da dedicare alla mia famiglia e agli amici. Io sono sempre stato sportivo, e vorrei dedicarmi un po’ più a me stesso, anche se poi a volte ci si allena con gli atleti. In questo lavoro vengono sacrificate le attività personali: gli impegni sono davvero tanti, e si è, e si dev’essere, a loro completa disposizione, la regola del giorno libero non vale.

Dal 2013 al 2017 nota differenze tra i giocatori che sono passati sotto le sue mani?
Diciamo che a livello giovanile nel calcio c’è una specializzazione sempre più precoce, si cerca infatti di far entrare in prima squadra il giovane, in modo che poi abbia una carriera “forse” più lunga. Tuttavia mi chiedo se ha senso tutta questa precocità. Sicuramente all’inizio posso dire che paga, perché penso che a qualsiasi squadra faccia comodo avere un giocatore giovane in squadra, e questo per tanti motivi. Si vedrà negli anni a seguire se questi ragazzi così giovani tengano certi livelli fino a una certa età, poiché stress a livello fisico, traumi e infortuni, possono sempre capitare.

La sua scuola di pensiero è aperta al dialogo con gli atleti?
Agli atleti va spiegato tutto. Loro sono molto curiosi, e ammetto che anche loro sono molto preparati. Bisogna infatti stare attenti a quello che si dice, perché se uno dice una cosa un po’ sotto gamba, sono loro i primi a far notare l’errore.

Voi non avete un albo che vi possa tutelare come professionisti o che possa tutelare le persone dall’imbattersi in abusivi della professione, esatto?
Esatto, infatti spero ci possa essere in Italia un’apertura mentale che preceda una legislativa nei confronti della fisioterapista e in scienze motorie, e quindi del riconoscimento legale, al fine di dare una qualità ed un riconoscimento aggiunto al nostro ruolo.

Può dire qualcosa sulla squadra?
Ci auguro il meglio… e di trovare una stabilità che manca da un po’ di tempo.

Cosa può dire sui ragazzi?
Posso dire che sono… ragazzi, chi più giovane e chi meno, e come una qualsiasi persona possono avere sia le giornate si che le giornate no, o semplicemente avere poca voglia, e qui tanti mi potrebbero dire: “Beh, ma con quello che sono pagati…”, però l’aspetto psicologico è uguale per tutti a quell’età. Anche loro vogliono lo svago, è normale.

Progetti?
Adesso vediamo come andrà con la società, ma l’idea per il futuro è sicuramente quella di continuare nell’ambito sportivo, che sarà il calcio o altro lo si vedrà, però senza dubbio continuare in quest’ambito. Non mi dispiacerebbe e non precludo l’idea di cambiare tipologia di atleti e di sport, per avere comunque un altra esperienza e/o aggiornamento.

Che consiglio vuol dare ai giovani che vorrebbero svolgere la professione di athletic trainer?
Avere la conoscenza della persona/atleta “patologico” (odio questa parola) sarebbe un buon punto di partenza per ampliare le proprie vedute, che si tratti poi di atleti di élite o anche di non professionisti, se questo sarà il vostro obiettivo di lavoro. Aggiornatevi continuamente e leggete molto, la letteratura scientifica cresce giorno dopo giorno! Siate curiosi in tutto ciò che fate, non limitatevi al “ho letto che si fa così… mi hanno detto che…” , cercate di avere sempre una vostra visione critica nel vostro lavoro, certamente motivandola e supportandola da evidenze!

Vuole aggiungere altro?
Ricordiamoci l’aspetto mentale/psicologico… senza quello… muscoli e ossa servono a ben poco!

Sledet.com ringrazia per l’intervista Andrea Luppi, e ad maiora!

 

 

 

 

 

 


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Un commento su “Intervista ad Andrea Luppi: l’Athletic Trainer del Milan

  • giuseppe corti

    Che devo dire….è mio nipote ed in diverse occasioni ho avuto la fortuna di farmi curare da lui con successo
    Andrea,m sei ilo migliore!!! Zio Peppe.