Una scatola vuota: il nuovo singolo di Lorenzo Vizzini


E’ lui l’autore di otto dei testi presenti in Meticci, l’album di Ornella Vanoni


Intervista di Desirè Sara Serventi 

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Luci dei riflettori puntati sul giovane e promettente cantautore italiano Lorenzo Vizzini. Il suo talento e la sua passione per la musica fanno si che riesca a comporre delle musiche e delle canzoni in grado di attirare l’attenzione non solo del suo pubblico, ma anche di chi lavora nel settore. E’ stato premiato con l’importante premio Siae, ed è uno che nonostante la giovane età può vantare grandi collaborazioni musicali, come Raphael Gualazzi, o la grande Ornella Vanoni, giusto per citarne alcuni. Portano infatti la sua firma otto dei testi presenti nell’album della Vanoni dal titolo “Meticci”. E se otto portano la sua firma, in sei di questi ha composto anche la musica. Parlando del primo album di Vizzini, dal titolo “Il viaggio”, non può certamente passare inosservato il fatto che questo sia stato mixato a Londra da uno dei più importanti ingegneri del suono al mondo, il produttore inglese Steve Lyon. Recentemente è uscito il suo nuovo singolo “Una scatola vuota”, che in rete sta già riscuotendo un grande successo. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto Lorenzo Vizzini, che si è raccontato.

Se ti chiedessi di raccontarti, cosa risponderesti?
Che io non esisto.

Quando è nata la tua passione per la musica?
Da bambino. A cinque anni avevo scritto la mia prima canzone. Si chiamava “Le lacrime della luna”. Ho capito che avrei voluto fare il cantautore in un altro momento, però. Avevo otto anni e, come molti bambini, ero convinto che sarei diventato un calciatore. La mia maestra di italiano, che la sapeva lunga, mi fece ascoltare una canzone. Mi disse: “Ti piacerà”. Era “La leva calcistica della classe 68” di De Gregori. Mi ha rovinato la vita! Da quel giorno ho buttato il pallone e ho cominciato a stare attaccato alla chitarra.

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Dove ti sei formato artisticamente?
Principalmente da autodidatta. La teoria mi annoia, sono lo studente peggiore: se non sbaglio, non imparo. La mia formazione iniziale però la devo al mio primo maestro di chitarra. Aveva capito che con la teoria canonica non sarei andato da nessuna parte. Mi fece fare un percorso anarchico, molto pratico. Ho studiato solo due anni, da bambino, con lui, ma sono stati fondamentali. Gli sono molto grato.

Sei stato premiato con l’importante premio Siae. Vuoi parlarne?
È stato un bel premio. Ci sono giovani autori in Italia che stimo molto. Essere stato scelto dalla Siae tra tutti loro è una bella responsabilità. E poi lo ammetto: essere premiati allo stadio Olimpico è una goduria da provare una volta nella vita.

Cosa ha significato per te questo riconoscimento?
Un premio fa sempre piacere. Questo in particolare è molto importante per me. Tuttavia credo di avere ancora tanto da fare. Spero nei prossimi anni, e spero possa essere un passaggio evolutivo per tutti noi autori, di innovarmi nella forma canzone per altri artisti, per portarla a un linguaggio nuovo, sia musicale che di testo. Mi piace molto il lavoro di alcuni autori che ci stanno provando e stanno dando segnali importanti: Buzzanca, Ilacqua, Bianconi, Raina, Paradiso, Calcutta e tantissimi altri che nel piccolo o nel grande stanno segnando l’approdo alla nuova canzone italiana.

Hai collaborato in veste di autore con la grande Ornella Vanoni. Quanti brani hai scritto per lei?
Otto. Per sei di loro ho scritto anche la musica, mentre degli altri solo il testo, insieme ad Ornella.

Cosa puoi dire riguardo l’esperienza lavorativa avuta con la Vanoni? 
Ornella è formidabile. Ci siamo conosciuti che avevo diciotto anni. Arrivavo a casa sua alle tre del pomeriggio, parlavamo tutto il tempo, facevamo aperitivo con lo Spritz, ridevamo, guardavamo un film, parlavamo di libri. E alla fine ci ritrovavamo con una canzone nuova, senza nemmeno essercene accorti.

Lavorativamente parlando cosa puoi dire sulla Vanoni?
Per me i grandi artisti li riconosci da tre caratteristiche: gusto, sensibilità e cultura. Lei ne è uno dei massimi esempi. Ornella è un’enciclopedia vivente. Si interessa di tutto, dall’arte alla letteratura contemporanea, fino ai classici. E soprattutto è empatica. Vive tutto attraverso le emozioni, nel bene e nel male, senza paura. Può essere la persona più cara del mondo e mandarti a quel paese, con la stessa facilità, ha una sincerità senza filtri. Per questo e per molti altri motivi, Ornella è un’artista incredibile.

Hai scritto dei pezzi anche per altri artisti, come Raphael Gualazzi?
Mentre con Ornella abbiamo lavorato fianco a fianco, con Raphael è andata diversamente. Ci siamo conosciuti telefonicamente grazie a Matteo Buzzanca. C’era una musica di Raphael alla quale mancava un testo. Matteo mi chiama e mi fa: “Scrivilo in siciliano”. Matteo aveva messo giù le prime parole in un siciliano sgangherato, da italo-americano, il testo mancava dal ritornello in poi. “Mondello Beach” è nata così, a distanza. Quando l’ho sentita cantata, Raphael mi ha stupito. Sentirlo cantare nel mio dialetto mi ha fatto piacere. Tra l’altro ha una pronuncia impeccabile, secondo me in una vita precedente è vissuto a Ragusa.

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Il tuo primo album, da te scritto e cantato, si intitola “Il viaggio”. Di cosa parla?
Del viaggio che fai dentro di te, della scoperta di me stesso. Detta così sembra una cosa molto astratta, ti giuro che è molto più pratica.

La storia ricorda un po’ la tua, è autobiografica?
Assolutamente sì. “Il viaggio” infatti l’ho scritto più per me, che per il pubblico. Quando ho cominciato a scrivere volevo capire bene alcune cose di me stesso. È stato un disco con una gestazione difficile e lunghissima. Alla fine mi ha fatto crescere tanto, non solo nel lavoro, anche nella vita di tutti i giorni e nel rapporto con gli altri. In questo percorso ho avuto a fianco Iacopo Pinna, che oltre ad essere il mio produttore, è un fratello. Insieme a lui passavamo le serate di produzione, tra lambrusco e pop corn, a interrogarci sui massimi sistemi, su noi stessi e sull’universo. Ore e ore di “pippe mentali”. Poi si tornava in studio e si chiudevano i pezzi. Questo disco è stato un modo per chiudere un capitolo importante della mia vita.

Il viaggio è stato mixato a Londra con uno dei più importanti ingegneri del suono e produttore inglese Steve Lyon, che tra l’altro ha collaborato con musicisti del calibro dei Cure, Depeche Mode e Paul Mc Cartney. Cosa puoi dire lavorativamente parlando su Lyon?
Lo hai già descritto attraverso questi nomi. Non ha lavorato con dei grandi per caso. Avevamo dei tempi molto stretti ed ha saputo venirci incontro in maniera grandiosa. Il suo tocco di mix ci ha dato tanto. Ti confesso un mio capriccio: il disco l’ho registrato con un microfono da 120 euro. Per anni sono rimasto affezionato a questo feticcio. Steve ha saputo dargli una dignità esemplare, senza fare nemmeno un appunto. Credo che pochi altri ci sarebbero riusciti con tanta professionalità.

Vuoi raccontare un aneddoto divertente capitato durante il mixaggio? 
Ok, ti racconto questa. Quando ci scambiavamo le mail, ci scrivevamo in italiano. Infatti Steve parla abbastanza fluentemente l’italiano. Quando Iacopo mandava le mail, si firmava con la I maiuscola, che può somigliare a una L minuscola. Evidentemente Steve aveva frainteso. Così, da quel giorno, Iacopo è diventato Lacopo.

A livello di crescita professionale cosa ha significato per te lavorare a fianco a Steve Lyon?
Un passaggio molto importante e un piccolo sogno che si avvera.

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E’ appena uscito il tuo nuovo singolo dal titolo “Una scatola vuota”. Da dove nasce questo nome?
È una canzone d’amore un po’ malinconica, che racconta della fine del primo grande amore, quello dell’ingenuità, del romanticismo e tante altre cose scritte sui baci Perugina. Quando finisce quella fase cambia tutto. È come se il lato romantico e fiabesco dell’amore, per intenderci quello che si vede nei film, svanisse per sempre. E così non hai più niente da scoprire e la vita diventa una scatola vuota, appunto: che vuoi scoprire ancora, dopo che è svanita anche l’illusione dell’amore?

Che messaggio vuoi trasmettere con questo singolo?
Nessun messaggio. Ho voluto farla uscire per un capriccio. Quando canto canzoni d’amore mi sento uno scemo e allo stesso tempo provo piacere. È un conflitto che dovevo fare uscire fuori. Il mio romanticismo e la mia virilità hanno due caratteri forti, che non vanno per niente d’accordo. Magari stavolta hanno fatto pace.

“Una scatola vuota” è un pezzo autobiografico?
Sì, tutto vero. E per chi me lo chiede: anche Aurelio esiste, è il nome del mio migliore amico.

Cosa ti aspetti da questo singolo?
Che il mio generoso pubblico renda ricchi me e i miei discografici, comprando e facendo comprare al costo di zero virgola novantanove centesimi questa canzone.

Quali i link per sentire il pezzo?
Si può comprare su iTunes apple.co/2lyp581, su Google Play bit.ly/2l99St4 o su Amazon amzn.to/2mbMFnW. E ovviamente si può anche ascoltare su Spotify o su YouTube a questo link youtu.be/JN8ZGIkPgZ0.

Qual è il tuo genere musicale?
Anarchico. Potrei dirti indie-pop, forse è il genere più vicino al mio. Ma posso cambiare idea anche domattina. Se domani volessi fare un disco post-disco, punk o vaporwave, non prendertela con me.

Quale reputi l’esperienza più significativa per la tua carriera?
La prossima.

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Cosa vuol dire oggi, essere un cantautore in Italia?
Dover fare i conti coi nostri tempi. La parola cantautore spesso è legata a un anacronismo, quello del cantautorato impegnato anni ’70. Un passaggio doloroso ed obbligato è quello di conoscere ed assimilare il cantautorato anni ’70, per passare oltre. È stata una parte nobile e meravigliosa, alcuni testi di Lolli o De Andrè per me andrebbero studiati a scuola, ma il linguaggio e la musica hanno bisogno di rinnovarsi completamente per avere attinenza con la realtà.

Cos’è per te la musica?
L’invenzione più bella del mondo, dopo la donna e il vino.

Attualmente in cosa sei impegnato?
Devo prepararmi a lavare i piatti. E fidati: è molto impegnativo.

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Progetti?
Tanti. Questo è solo il primo singolo. Nei prossimi mesi cominceranno a uscire nuove canzoni, una dopo l’altra. Voglio dare la giusta attenzione ad ogni brano. A volte fai un disco e si ascoltano solo i primi due singoli, gli altri sembra quasi di buttarli via. È una disattenzione che non voglio commettere. Ho poi diversi viaggi in programma e nuove canzoni da scrivere, ancora meglio se davanti al mare. Prima di tutto questo, però, c’è la cosa più importante: lavare i piatti.

Vuoi dire qualcosa ai lettori di Sledet.com che leggeranno la tua intervista?
Cari lettori di Sledet, se mi date una mano a lavare i piatti, giuro che stasera cucino per voi e vi offro da bere.

Vuoi aggiungere altro?
Voglio ringraziare Sledet.com.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Lorenzo Vizzini, e ad maiora!

 

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