Chiacchierando con Giammario Di Risio 1


Ha ricevuto il premio Crocitti Cultura e saggistica cinematografica per il suo saggio di cinema L’immagine Cristo


Intervista di Desirè Sara Serventi 

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Ha una grande passione per il mondo del cinema, Giammario Di Risio, giornalista pubblicista, nonché docente di cinema e serialità televisiva presso l’università “SSML Molise”. Tante le esperienze lavorative da lui fatte, come quella presso l’Ufficio Stampa dell’Ambasciata Italiana in Israele, e tante le interviste a importanti personaggi del panorama cinematografico nazionale e internazionale. Nel 2013 ha scritto il suo primo saggio di cinema dal titolo “L’immagine Cristo”, saggio che ha lui permesso di ricevere un importante riconoscimento per il lavoro fatto. Infatti recentemente ha ricevuto il Premio Vincenzo Croctti per la “Cultura e Saggistica cinematografica”.

Se le chiedessi di raccontarsi cosa risponderebbe?
Le citerei sinteticamente due elementi: il Molise e Rocco e i suoi fratelli. Il primo è ovviamente la mia regione, le mie radici e il luogo della memoria in gioco con la vita pratica. Dall’altra parte c’è un film che ho amato sin da piccolo grazie a mio padre. È un’opera in cui emergono sentimenti a me cari come l’onestà, l’amore per la propria terra e la passione per qualcosa di urgente e necessario.

Quando nasce la sua passione per il mondo del cinema?
Sin dall’adolescenza. Sono figlio unico e sono cresciuto in un ambiente, con mio padre professore d’italiano e latino al Liceo e mia madre medico, dove la curiosità, per qualsiasi forma espressiva, era all’ordine del giorno. Casa mia era una distesa di videocassette e, quando non giocavo a calcio con gli amici, mi tuffavo nelle immagini in movimento. Ovviamente l’input partiva sempre dai miei genitori; poi lentamente è nato un mio percorso autonomo.

Qual è la principale difficoltà che ha incontrato in questo settore?
Partirei da un dato semplice e oggettivo: al netto di aiuti esterni, di sola critica cinematografica non si campa! La mia difficoltà è stata interiore, l’accettare di fatto questo assunto. Poi, e qui entriamo nel DNA della questione, è la passione che muove le fila di tutto. Quest’ultima è soggetta a continue minacce, va disciplinata; infine bisogna avere la capacità di dire dei “no” a se stessi e al mondo circostante.

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Lei è un critico cinematografico, vuol raccontare della sua prima esperienza in questo campo?
Il ruolo del critico cinematografico è ormai convergente, come la cultura del nostro tempo. Bisogna aggiornarsi e informarsi continuamente, capire per esempio come l’incipit di The Good Wife o la narrazione di Breaking Bad siano cinema cristallino. Tornando alla domanda, parliamo di circa dieci anni fa, al primo anno di università, quando iniziai a scrivere dei pezzi dalla Mostra di Venezia per il mensile di arte e cultura “Il bene comune”.

Ha intervistato importanti personaggi del panorama cinematografico nazionale e internazionale. Quali tra quelli intervistati l’hanno stupita in positivo?
Sono molto legato alle interviste a Mario Monicelli e Ari Folman. L’instaurare un registro intimo con il Maestro ha alfabetizzato la mia sensibilità di giornalista. Parliamo di una figura determinante per il nostro cinema che parla e si concede a uno studente appassionato. Ari Folman invece l’ho atteso per tre ore in un Cafè alla periferia di Tel Aviv. Quando è arrivato mi ha detto: “Hey, what’s up?”; e da quel momento altre tre ore di chiacchierata.

Chi invece ha lasciato l’amaro in bocca?
Sicuramente Toni Servillo. Si percepiva la sua ansia nel rispondere frettolosamente. Può capitare che non nasca una chimica in quel momento; evidentemente le mie domande non l’hanno affascinato.

Ha lavorato presso l’Ufficio Stampa dell’Ambasciata Italiana in Israele, che ricordo ha di quella esperienza?
Le città d’Israele, da Tel Aviv a Gerusalemme, passando per Haifa vivono, nel loro spazio, simultaneamente la girandola spettacolare tipica americana, il trauma storico e fascinoso europeo, la magia, il mistero del Mediterraneo e l’esotico orientale. Tutto ciò stupisce qualsiasi essere umano. Inoltre redigere comunicati stampa diplomatici, dove il condizionale è d’obbligo quanto la ricerca delle fonti, ha arricchito formalmente la mia scrittura.

Quale reputa l’esperienza più significativa per la sua carriera?
Non credo ci sia uno snodo particolare, un punto preciso di significazione. Tutta la mia esperienza è una lenta semina.

Lei si è avvicinato anche al mondo dell’insegnamento?
A riguardo vivo una lieta scissione. Sono docente di cinema e serialità televisiva presso l’università “SSML Molise” e insegnante di sostegno presso la scuola media “Leonardo da Vinci” a Roma.

Qual è la prima cosa che dice ai suoi studenti?
All’università cerco di far capire loro subito che ogni film o serie tv di qualità ha sempre più livelli di lettura in profondità: dall’entertainment all’epica dei personaggi passando per la critica metatestuale. A scuola viceversa le basi di partenza sono il rispetto per il compagno e la curiosità.

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Nel 2013 ha scritto il suo primo saggio di cinema dal titolo “L’immagine – Cristo”. Di cosa si tratta?
È uno studio iconologico, sulla figura del Cristo, che sfrutta le metodologie di analisi del film. Il focus riguarda Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, Jesus Christ Superstar di Jewison, L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese e The Passion di Gibson. Sin dalle origini del cinematografo la figura di Gesù ha affascinato scrittori e registi, ed è stata molto utilizzata per fidelizzare un pubblico che, per la prima volta, interagiva con la settima arte. La linea temporale delle opere diventa poi una coperta sul secolo cinematografico per eccellenza: il Novecento.

E’ proprio con questo saggio che lei nel 2016 ha vinto il Premio Vincenzo Crocitti. Vuol parlare del premio?
È stata una grande emozione e sono molto orgoglioso di aver vinto il premio dell’anno per “Cultura e Saggistica cinematografica”. Si ritorna a Monicelli, infatti Vincenzo Crocitti si consegna alla storia del cinema italiano con Un borghese piccolo piccolo, un film che vive gli ultimi echi della grande commedia all’italiana aprendosi alla paranoia e al torbido degli anni della strategia della tensione.

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Cosa ha rappresentato per lei questo riconoscimento?
È un riconoscimento di grande valore che mi sprona a continuare nella mia attività di ricerca. Il giorno della premiazione ero molto emozionato di trovarmi in un luogo pieno di artisti e di omaggiare uno tra i più incisivi caratteristi italiani.

Cosa può dire su Francesco Fiumarella, ideatore e creatore dell’evento?
Il dottor Fiumarella è un professionista del settore e un grande amante del cinema. Il suo è un premio meritocratico, che non vive di solipsismi politici o strumentali come spesso, ahimè, accade in Italia. Inoltre il gruppo di lavoro che organizza strutturalmente il Premio Crocitti è carico di talento e competenza.

Attualmente in cosa è impegnato?
All’università con il corso in “Storia contemporanea attraverso il cinema e la televisione”, alle scuole medie con la normale didattica e con la rivista di critica cinematografica “Close up – Storie della visione”, diretta da Giovanni Spagnoletti, di cui sono caporedattore.

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Progetti?
Mi affascina molto il modo di intendere e costruire lo spazio celebrativo sviluppato dai totalitarismi del Novecento, dal Nazismo al Comunismo, passando per il Fascismo. Vorrei realizzare uno studio approfondito sul tema.

Vuole lasciare un messaggio ai lettori di Sledet.com che leggeranno la sua intervista?
Siate sempre curiosi e, nel caso non l’aveste ancora visto, ammirate Rocco e i suoi fratelli di Visconti e C’era una volta in America di Leone.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Giammario Di Risio, e ad maiora!


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