Infarto ad alta quota: intervista al dott. Giancarlo Capasso


Un infarto sul volo Alitalia decollato da Napoli è stato gestito in maniera esemplare 


Intervista di Desirè Sara Serventi

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Ci sono stati dei veri e propri attimi di paura sul volo Alitalia Az 1270, decollato dall’aeroporto di Napoli Capodichino e diretto a Milano Linate, per un caso di infarto a bordo. La prontezza del personale dell’Alitalia e del passeggero presente sul volo, il dottor Giancarlo Capasso, chirurgo otorinolaringoiatra, che è prontamente intervenuto, hanno fatto si che il paziente ricevesse i primi e fondamentali soccorsi in attesa di arrivare a destinazione, dove era in attesa un’ambulanza attrezzata per la rianimazione prontamente allertata dal Comandante dell’aereo. I microfoni di Sledet.com hanno raggiunto il dottor Capasso che ha raccontato la vicenda nei dettagli.

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Questa mattina sul volo Alitalia AZ 1278 ci sono stati devi veri e propri attimi di paura. Vuol raccontare cosa è accaduto?
L’aereo dell’Alitalia è decollato questa mattina alle 6:14, quando circa a metà del volo, il personale ha annunciato ai microfoni che se a bordo vi era un medico era pregato di presentarsi e contattare l’equipaggio, perché un passeggero aveva avuto un malore.

Lei cosa ha fatto?
Mi sono qualificato presso un assistente di volo che mi ha condotto dal paziente che aveva già ricevuto le primissime cure da un’hostess, anche perché il paziente aveva perso conoscenza. Ho quindi applicato le manovre rianimatorie del caso dopo essermi garantito un accesso venoso.

Per quale motivo?
Perché se fosse andato in shock non avremmo fatto più in tempo a prenderli nemmeno una vena.

Nessun atterraggio di emergenza?
Proprio per il mio pronto intervento e per l’assistenza fornita al paziente non è stato il caso di fare un atterraggio di emergenza, e siamo potuti arrivare a Milano. Il Comandante aveva già allertato l’ambulanza rianimatoria che ci aspettava sotto l’aereo, per cui sono saliti i medici e i paramedici ai quali ho affidato il paziente.

Quali sono le manovre che lei ha eseguito?
Si fa mettere il paziente in una posizione consona per garantire la perfusione al cervello, perché questa è la prima cosa che si fa quando c’è un emergenza di questo tipo, ovvero cardiovascolare, perché la prima cosa che va garantita è l’apporto ematico al cervello: quindi il paziente viene fatto mettere in una posizione distesa con le gambe sollevate in modo da garantire una perfusione cerebrale e ovviamente si controlla che abbia le vie aeree libere e che ovviamente respiri senza problemi. In caso di arresto da fibrillazione ventricolare va usato il defibrillatore, altrimenti si pratica il massaggio cardiaco, e la respirazione bocca bocca, ma non è stato necessario arrivare a questo.

Il paziente quando ha ripreso conoscenza?
Dopo che si è garantita la perfusione cerebrale, ha ripreso conoscenza.

L’aereo era fornito del materiale di primo soccorso?
Sì, l’aereo era fornito di materiale di primo soccorso, infatti, mi hanno fornito l’attrezzatura idonea, lo sfigmomanometro, e c’era anche una maschera per poter ventilare il paziente, e i farmaci di primo soccorso quindi, diciamo che ho fatto io un plauso all’equipaggio.

Qual è il consiglio più utile per fronteggiare simili situazioni?
Il primo consiglio in assoluto è quello di accertarsi che le vie aeree siano libere, e successivamente se c’è la possibilità e la capacità di rilevare il polso bisogna valutarne innanzitutto l’intensità del polso che si chiama onda sfigmica e che consiste nel vedere se il battito è pieno e forte o se invece, è molto debole, poggiando le dita a livello dell’arteria radiale, se il polso è pieno e forte vuol dire che il cuore ha ancora la potenza per poter pompare in maniera efficace, se il polso è debole e lento, il significato diagnostico è più grave. Poi va valutata la frequenza, se il polso è ritmico, e nella seconda fase si garantisce la perfusione cerebrale.

In che modo?
Il paziente va sistemato in una postura nella quale possa affluire più facilmente il sangue al cervello che è il primo organo che viene danneggiato dall’assenza di circolazione.

Cosa le ha detto il paziente?
Il paziente si è poi ripreso e ha voluto che gli lasciassi il numero di telefono per farmi sapere l’evoluzione del suo stato clinico e potermi ringraziare.

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Cosa vuol dire essere un medico?
Vuol dire innanzitutto amare il proprio lavoro, perché questo è un lavoro che costa tantissimo in termini di sacrifici personali, per lo stress, la fatica fisica, il peso della responsabilità, e anche perché si sottrae tanto ai propri affetti. E’ un lavoro che devi amare tantissimo per poterlo fare al meglio, però è un lavoro che ti ripaga anche con tante soddisfazioni se è fatto bene.

Come riesce a gestire lo stress della sala operatoria?
Lo stress della sala operatoria si gestisce innanzitutto con un training che viene fatto nel tempo, perché c’è un percorso formativo in cui ci si abitua a gestire determinate situazioni. Poi si riduce la possibilità di errore con un standardizzazione delle procedure.

Può essere più preciso?
In sala operatoria bisogna fare sempre tutto nello stesso modo, in maniera maniacale. Se si standardizzano le procedure, si riduce lo stress e la possibilità di errore.

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La sua specializzazione?
Sono un otorinolaringoiatra.

Un suo parere sulla Sanità?
Sono stato molto all’estero e quello che posso dire è che, a livello di preparazione i nostri medici non hanno niente da invidiare ai medici stranieri. L’unica differenza è che loro hanno un livello di organizzazione che noi in molte strutture non abbiamo, anche se poi pure qui ci sono delle strutture d’eccellenza. Purtroppo quello che devo sottolineare in maniera negativa e che esiste soprattutto nella sanità pubblica, un eccessiva burocratizzazione e soprattutto molto spesso c’è una ingerenza dei politici che è troppo forte. La sanità deve essere gestita dagli operatori sanitari e non dai politici.
Per il resto la sanità italiana è una buona sanità.

Sul personale di bordo dell’Alitalia cosa può dire?
Sono stati bravi e hanno saputo gestire lo stress. Si vedeva che erano preparati all’emergenza.

Come definisce la giornata di oggi?
Una giornata quasi di ordinaria amministrazione. Non si smette mai di essere medici. L’essere medico diventa come una seconda pelle. Il “sacro fuoco”, la passione, non ti abbandonano mai più. Non si può smettere di essere un medico. Non è la prima volta che mi capita di salvare una vita. Posso dire, che è una sensazione veramente piacevole.

Sledet.com ringrazia per l’intervista il dottor Giancarlo Capasso.

 

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