Intervista a Ilaria Borrelli regista del film Talking to the trees


Talking to the tress è un film denuncia che tratta il tema dello sfruttamento sessuale dei bambini cambogiani 


Intervista di Desirè Sara Serventi

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E’ un’artista versatile Ilaria Borrelli, attrice, scrittrice e regista con un qualificato percorso formativo. Ha iniziato infatti la usa carriera artistica, frequentando il Conservatorio di musica, per poi studiare recitazione presso l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e proseguendo in seguito i suoi studi in America con dei corsi di acting, all’Actor Studio di New York e seguendo sempre negli States, varie classi di sceneggiatura e filmmaking, perfezionando così la sua preparazione. Il suo talento nella recitazione non è passato inosservato, diversi sono stati i ruoli da protagonista a lei assegnati, e tanti sono stati i personaggi che ha interpretato sia in Italia che all’estero. La Borrelli però, non si è limitata a lavorare come attrice, ma ha voluto mettersi dietro la camera, per intraprendere il cammino di regista. E’ per questo che ha studiato regia e sceneggiatura in diverse università americane, come la New York University e la New School for Research, per citarne alcune. Tanti i lavori di qualità da lei prodotti, anche se gli occhi attualmente sono puntati su di lei per il suo film dal titolo “Talking To The Trees” dove la Borrelli tratta il tema dello sfruttamento sessuale dei bambini cambogiani, e del turismo sessuale. Un argomento importante quello da lei raccontato, ma che ha già trovato il supporto di importanti organizzazioni umanitarie, quali la Caritas, l’Unicef, l’Ecpat, per citarne alcune. Inoltre, Talking to the trees è riuscito a ricevere degli importanti premi internazionali, è stato infatti premiato come miglior film al Los Angeles Women International Film Festival, al Miami Women in Arts Intl e altri ancora. Con questo film Ilaria Borrelli ha dimostrato non solo di essere un’attrice preparata, ma anche una regista qualificata. 

Se le chiedessi di raccontarsi, cosa risponderebbe?
Posso dire che sono una creativa, mi piace scrivere sceneggiature e dirigere film, ma ho anche scritto romanzi, studiato pianoforte e dipinto nella mia vita. Gli ultimi anni sono “ossessionata” dal raccontare storie sulle difficoltà delle bambine nel mondo che non hanno accesso all’educazione e alla sanità.

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Qual è stato il suo percorso di studi?
Ho iniziato col conservatorio di musica, poi ho frequentato l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’amico come attrice, ho fatto dei corsi di acting all’Actor Studio a New York, e soprattutto varie classi di sceneggiatura e filmmaking in America.

Da attrice a regista, come è avvenuto questo passaggio?
Le sceneggiature che mi presentavano quando ero solo attrice, erano davvero molto superficiali, riscrivevo i dialoghi che mi sembravano troppo idioti. Poi un giorno un regista francese per bloccarmi e non “rovinargli” la sua sceneggiatura mi disse: “stavolta fai il mio film la prossima volta ti fai il tuo!”, e lì mi diede l’idea di fare la regista.

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Ha curato la regia del film denuncia “Talking to the trees”. Come è nata l’idea di portare sul set questa storia?
Da quando sono madre mi strazia il cuore leggere di queste tragedie umanitarie che riguardano i bambini nei paesi poveri e di cui si parla molto poco, come il matrimonio forzato, o la prostituzione infantile. Quando viaggio e faccio interviste in questi paesi, rivedo gli occhi dei miei figli in ogni bambino che incontro e che soffre. Come si fa a non provare perlomeno a cambiare le cose? I bambini da soli non possono prendersi la libertà, non possono protestare quando sono ridotti in schiavitù. Se non li aiutiamo noi dai nostri paesi più “civili” e quindi col potere di cambiare le cose, ma chi lo può fare?

Di cosa parla Talking to the trees?
Di una donna europea che scopre suo marito in un bordello in Cambogia con una bambina di 11 anni e che decide di salvare la vita delle bambina e di altre due, riportandole alle loro famiglie nella giungla.

Da chi è composto il cast?
Il ruolo di Mia è interpretato da me, il marito di Mia è interpretato da Philippe Caroit, e la bambina protagonista è Moniroth Setha.

Dove è stato ambientato?
In Cambogia, in una foresta al confine con la Tailandia.

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Qual è la principale difficoltà che avete trovato nel produrre questo film?
Nessun organismo pubblico ci ha voluto aiutare quindi, abbiamo fatto un crowdfunding, ma avevamo solo 50 mila euro per girare. Sono venuti tutti a lavorare gratuitamente, poi una volta lì, ci sono state sanguisughe sulle gambe per tutto il tempo, una volta una bomba inesplosa dei Khmer Rouges affianco alla camera, e persino dei mafiosi locali che venivano a chiedere il pizzo.

Come ha curato la regia per cercare di trattare nel migliore dei modi un argomento così importante?
Per me la cosa più importante sul set, è riuscire a ricreare delle vere emozioni negli attori, perché io voglio comunicare al pubblico attraverso le emozioni, quindi prima di girare lavoro molto con gli attori, specialmente i bambini attori con il metodo cosiddetto “actor studio” rivisitato un po’ da me negli anni di esperienza.

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Dove è uscito Talking to the trees?
E’ uscito in vari festival internazionali, in 160 sale in Francia, e due volte alle Nazioni Unite, e farà una piccola uscita in sala anche in Nord America.

Qual è il messaggio che avete voluto portare?
Quello di sensibilizzare sul dolore dei bambini trafficati nella schiavitù sessuale. Molti pedofili o turisti sessuali non si rendono conto del male che provocano ai bambini di cui abusano, traumi che gli rovinano per tutta la vita.

Qualcuno ha supportato il film?
Sì varie organizzazioni umanitarie quali: Caritas, Unicef, Ecpat, Terres des Hommes e tanti personaggi importanti in Francia e Belgio, la regina Paola, Farah Diba, Bernadette Chirac, Fanny Ardant, Carole Bouquet, e altri ancora.

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Avete ricevuto dei premi internazionali?
Sì come miglior film al Los Angeles Women International Film Festival, a Miami Women in Arts Intl, in competizione al Montreal Film Festival, Madrid intl e altri.

Perché consiglierebbe di guardare Talking to the trees?
Per aprire gli occhi sul dolore dei bambini nei paesi poveri. Se non ce ne occupiamo noi nei nostri paesi più agiati, non possiamo sperare che qualcuno laggiù possa farlo, e i diritti dei bambini sono uguali qui da noi, lì, e in ogni paese al mondo. Se riusciamo a migliorarli a casa nostra, li miglioriamo dappertutto.

Cosa si aspetta dal film?
Che provochi consapevolezza e azioni da parte del pubblico. Non bisogna partire per andare a fare irruzione nei bordelli come fanno delle organizzazioni molto coraggiose al posto della polizia, basta anche fare un viaggio, adottare a distanza un bambino, fare una piccola donazione a una organizzazione umanitaria di cui ci si fida, o donare direttamente a operatori sul campo.

Quali sono i suoi prossimi progetti?
Un film sul matrimonio forzato in Africa.

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Vuol lasciare un messaggio ai lettori di Sledet.com?
Andate a vedere il film! Se si comprano i biglietti ci tengono in sala, altrimenti, il film sparisce velocemente. Aiutateci a creare proiezioni nelle vostre città, basta andare sulla pagina Fb Talking to the trees e mettere i gestori di sala in contatto con noi.

Vuole aggiungere altro?
Più non si parla dei problemi e più i problemi aumentano. Facciamo tutti qualcosa per aumentare la consapevolezza di queste terribili tragedie umanitarie che riguardano i bambini.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Ilaria Borrelli, e ad Maiora!

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