Intervista al testimone di giustizia Luigi Leonardi che a gran voce dice: non sono un collaboratore di giustizia perché non sono un pentito


L’imprenditore napoletano che con coraggio disse basta alla camorra e denunciò i clan coinvolti nelle estorsioni a lui fatte, fa ricorso al Tar e scende in piazza, il suo status infatti è stato modificato da testimone di giustizia a quello di collaboratore di giustizia 


Intervista di Desirè Sara Serventi

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La vita dell’imprenditore a sei zeri, Luigi Leonardi, ha subito una grande svolta quando, con grandissimo coraggio, ha deciso di dire basta alla camorra e alle loro continue estorsioni, denunciando quindi tutti i clan coinvolti in questi atti illegali. Leonardi di danni ne ha subito, è finito infatti sull’astrico perdendo tutto quello che aveva, ovvero i suoi negozi, e le sue fabbriche. Ma le perdite per lui non sono state solo materiali. Dopo le denunce è stato allontanato dalla sua famiglia che ha deciso, non approvando la sua scelta di opporsi alla camorra, scegliendo quindi di denunciare tutte le persone coinvolte, di rompere qualunque legame con lui. Leonardi di brutte vicende ne ha da raccontare: picchiato, sequestrato per un giorno intero e minacciato a mano armata, finito in ospedale per un incidente in macchina causato da un loro inseguimento e che gli hanno causato due plastiche in testa, tre operazioni alla mano, la perdita di un po’ di udito all’orecchio destro, e diciassette cicatrici. Ma queste sono solo alcune delle cose che sono state a lui fatte. Tutto questo però, gli ha dato la forza per ribellarsi e non accettare più questi soprusi. Ed è anche con le sue denunce che nel primo maxi processo, 174 persone vengono arrestate, anche se poi nel secondo processo la sentenza risulta a lui inaspettata. Oggi Luigi Leonardi vive sotto scorta, e dopo anni e anni di lotte e violenze ricevute, si ritrova a dover fare anche i conti non solo con chi lo vuole vedere morto, ma anche con uno Stato che lui sente troppo lontano, infatti, per lui è stato disposto un cambio di status, da “testimone di giustizia” a “collaboratore di giustizia”, ovvero lo status di un pentito! Leonardi questa etichetta non l’accetta, perché non gli appartiene, e per questo ha fatto ricorso al Tar chiedendo una sospensione su questo cambio di status. Attualmente per il coraggioso testimone di giustizia è stata lanciata una petizione contro questa etichetta che gli è stata messa addosso, ma che ovviamente non essendo un pentito, non gli appartiene.

Lei proviene da una famiglia di imprenditori?
Esatto sono figlio di imprenditori, per la precisione imprenditori di terza generazione.

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Perché ad un certo punto decide di mettersi in proprio?
Decido di mettermi in proprio perché non volevo sottostare alle dinamiche delle estorsioni. Purtroppo, dalle mie parti, questo storia si è normalizzata, perché è normale pagare le estorsioni, il pizzo, piuttosto che rifiutarsi e dire, no!

Quando decise di avviare la sua attività di imprenditore?
Decisi di mettermi in proprio nel 1997. Frequentavo l’università e contemporaneamente a questa, misi su con i miei fratelli una fabbrichetta di circa 40 mq, dove producevo e vendevo illuminazioni.

Di cosa si occupava?
Io mi occupavo dell’amministrazione, del rapporto con i fornitori, e del rapporto con le banche; mentre i miei fratelli si occupavano: uno dei disegni e della progettazione dei nuovi modelli, e l’altro invece, del negozio.

L’attività prese subito piede?
Le cose iniziavano ad andare bene e dal 1997 al 2001, 2002 da un investimento che facemmo all’epoca di 60 milioni di lire, nel 2001 iniziammo a fatturare tra i cinque i sei milioni di euro.

Poi?
Vinsi un bando di concorso col Ministero dello Sviluppo Industriale di cinque miliardi delle vecchie lire, e stavo quindi aprendo una fabbrica a Benevento. Avevo aperto cinque negozi in tutte le periferie di Napoli, e due piccole aziende di 300 e 500 mq.

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Cosa facevate?
Da una parte facevo il vetro, dall’altra facevo la meccanica. La mia idea era quella di spostarmi a Benevento, anche per stare lontano da certe persone.

Si era affermato come imprenditore?
Imprenditorialmente iniziavo a crescere e si vedeva, infatti, ricevevo tante visite da parte della criminalità organizzata, dove mi invitavano a fare determinati acquisti in un dato luogo con la bolla d’ordine già numerata, e io dovevo soltanto scrivere cosa intendevo acquistare. Insieme alla bolla mi raccomandavano che l’acquisto non fosse inferiore ai 300 euro.

Poi cosa successe?
Ormai ero diventato un imprenditore a sei zeri, un giorno ricevetti la visita di tre persone nel negozio che avevo in provincia di Nola. Mi vennero a visitare questi tre tipi, e due di loro presero i clienti e gli buttarono fuori, mentre il terzo mi disse “ti sei messo a posto con gli amici della zona”. Io lo guardai e gli risposi che non avevo amici nella zona, perché i miei amici stavano a Napoli.

Cosa rispose alla sua affermazione?
Lui disse “senti facciamo una cosa, ti dico io come funziona. Questo negozio ha cinque vetrine, quindi, mi devi dare 500 euro a vetrina e mi devi dare un bonus a Natale, Pasqua e ferragosto di 1500 euro per i nostri amici carcerati.

E lei accettò?
Io lo guardai e gli dissi che l’unica cosa che potevo fare per lui era quella di dargli un lavoro, e che queste richieste a me non le dovevano fare. Quindi, gli invitai ad andarsene.

Poi?
Lui mi disse “ambasciatore non porta pena, io dico quello che mi hai detto, e poi, sono fatti tuoi”.

Furono realmente fatti suoi?
Io la sera chiusi il negozio e due di questi personaggi mi inseguirono nella macchina. Arrivato all’altezza di Secondigliano mi tagliarono la strada. All’epoca avevo una Smart che si impennò sulla ruota anteriore destra e si alzò, iniziando a girare sottosopra. Quell’incidente mi costò: due plastiche in testa, tre operazioni alla mano, persi un po’ di udito all’orecchio destro, e diciassette cicatrici.

Lei a questo punto cosa fece?
Decisi di pagare, anche perché avevo deciso di chiudere il negozio, anche perché ne avevo ancora quattro.

Si risolse tutto?
Dopo due giorni nel negozio che avevo a Melito, si presentarono tutti i clan di tutte le zone in cui io avevo i negozi, che dicevano che volevano essere pagati anche loro. E’ da lì poi, è iniziata tutta la storia estorsiva, che ad oggi mi ha fatto perdere: cinque negozi, due aziende, più quella di Benevento. Un danno di quasi otto milioni di euro.

Quanto è andata avanti l’estorsione?
Ho iniziato a pagare le estorsioni nel 2002 e l’ultima, l’ho pagata nel 2009.

Lei quindi dopo il 2009 si rifiutò di pagare, ebbe delle ripercussioni?
Mi sequestrano per un giorno, e con una pistola in fronte mi chiesero i soldi. Io gli spiegai che non ne avevo e quindi, il giorno dopo si presentarono in negozio e mi portarono via la macchina e la motocicletta.

Le estorsioni andarono per le lunghe?
Le estorsioni andarono così per le lunghe, perché una volta che io feci fronte alle loro richieste, i miei fornitori dandomi per spacciato, decisero di vendere il credito in mano a queste persone.

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Non furono mai colti in flagrante?
No, lavorai per un periodo con la polizia nascosta nel negozio che aspettava che questi venissero per acchiapparli in flagranza di reato, così sarebbe scattato subito il processo, invece si accorsero che sotto la scrivania c’erano dei poliziotti, e di lì ad una settimana mi incendiarono il negozio di 2000 mq.

A questo punto lei che fece?
Denunciai tutti i cinque clan, e fu allora che il magistrato, considerando chi io avessi denunciato, ritenne che corressi un serio ed imminente pericolo di vita, quindi decise di mettermi sotto scorta. Il magistrato chiese l’entrata in programma di tutta la mia famiglia.

Quindi anche la sua famiglia è sotto scorta?
No, in quanto dopo la denuncia la mia famiglia ha rotto ogni rapporto con me. Dissociandosi dalla mia azione di denuncia, hanno rinunciato ad entrare sotto programma protezione.

Quindi lei vive sotto scorta?
Esatto.

Cosa può dire riguardo al primo processo?
Posso dire che è anche con le mie deposizioni che furono arrestate 174 persone. Il processo si tenne all’aula bunker di Poggioreale, e ricordo quest’aula con le gabbie dietro con 170 persone dentro. Ogni personaggio aveva diritto a due avvocati, poi c’erano quattro persone in video conferenza, arrestati da altri carceri, e un pentito col cappuccio in testa, e i classici carabinieri a torno che fanno da paravento. Sembrava una scena di un film. Questo processo comunque si è chiuso in Cassazione, e io sono stato giudicato attendibile tanto da aver mandato in galera delle persone e aver fatto prendere loro, diciotto anni a testa. Io andai da solo in tribunale perché all’epoca non avevo la scorta, e all’uscita infatti, due persone mi inseguirono e mi hanno gonfiarono di botte.

Attualmente lei vive sotto protezione, qual è il suo livello di scorta?
Ho una scorta di quarto livello, senza macchina blindata.

Vuol parlare del secondo processo?
Ho fatto il secondo processo contro questi quattro clan. Dieci le persone arrivate alla sbarra, su quarantasei denunciate. Di queste dieci persone ne vengono condannate tre, e nelle motivazioni della sentenza di primo grado gli altri sette vengono scagionati per mancanza di prove, e perché non vi era l’aggravante del metodo mafioso, perché si diceva che questi delinquenti non erano tanto grossi come calibro delinquenziale. Tra le altre motivazioni vi erano quelle che, gli altri sette non gli condannavano perché non vi erano le movimentazioni bancarie che attestassero il pagamento delle estorsioni, e poi dissero che la pistola che mi misero in fronte, poteva essere un arma giocatolo.

Quindi?
A questo punto il Ministero degli Interni Commissione Centrale prendono questa sentenza e scrivono che: siccome sono stato ritenuto poco attendibile dal tribunale per il semplice motivo che su dieci persone ne hanno condannati solo tre, ed avendo mio padre un cugino di secondo grado delinquente, oggi collaboratore di giustizia, per loro, io ero più inquadrabile come collaboratore di giustizia, piuttosto che come testimone di giustizia.

Il suo status, è cambiato?
Esatto, sono stato passato a collaboratore di giustizia. Io ho fatto due maxi processi, sono un testimone di giustizia! Una persona che decide di denunciare, e il magistrato ritene che questa persona sia in gravissimo pericolo, lo fa entrare nel programma di protezione testimoni. Per questo si diventa testimoni, perché è un pericolo legato a chi ha denunciato. Altrimenti sarei rimasto denunciante, cittadino libero denunciante. Adesso come se non bastasse è arrivata questa bella mazzata.

Ha fatto ricorso?
Sì, sto facendo ricorso al Tar.

Cosa chiede?
Abbiamo chiesto al Tar una sospensione su questo cambio di “status” che non ha senso, perché per la legge il collaboratore è una persona che ha fatto parte di un’associazione criminale e che decide di collaborare facendo arrestare quelli che stavano nel clan con lui. Io questa soddisfazione a queste persone non la do. Io non accetterò assolutamente di passare per un collaboratore di giustizia. Ho valutato questa cosa, preferisco morire per mano dei delinquenti piuttosto che essere bollato come collaboratore di giustizia, quindi non intendo rinunciare alla mia identità.

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E’ stata lanciata una petizione affinché il suo status venga cambiato?
E’ stata portata avanti una petizione, e devo dire che io ho una spalla in questo momento che è Salvatore Borsellino che ho conosciuto quando sono stato in Via D’Amelio, ospite di Salvatore.

Chi la sta aiutando in questo momento?
Sia Salvatore Borsellino che Luigi De Magistris si sono uniti alla mia battaglia e a questa petizione, che è arrivata già a quindici mila firme.

Per chi volesse firmare la petizione, come può farlo?
Il sito è sonotestimone.org

In attesa della discussione al Tar, lei cosa farà?
Nel frattempo io e l’Associazione Antimafia Antonino Caponnetto, di cui faccio parte, abbiamo portato avanti la nuova legge sui testimoni di giustizia e fra pochissimo verrà calendarizzata, e io risulto collaboratore di giustizia, oltre il danno anche la beffa. Io sono una vittima del sistema, la guerra più grossa la sto facendo con loro. Lo Stato di etico cosa ha?

Mi permetta questa domanda: ma chi glielo ha fatto fare?
Io ci ho pensato spessissimo, chi cavolo me lo ha fatto fare. Ci ho pensato molto, e quello che posso dire e che lo rifarei, perché sono fatto così.

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Vuol lasciare un messaggio ai lettori di Sledet.com?
Io una cosa dico ai lettori di Sledet.com che è quella di non farsi impaurire, perché le dinamiche sono le stesse. Dovete continuare a credere nella giustizia e bisogna continuare ad usare l’arma della denuncia, come unica arma. Alla fine dobbiamo vincere noi, perché le persone per bene sono molte di più dei delinquenti, bisogna soltanto avere coraggio!

Per lei cosa è il coraggio?
Il coraggio è fare la scelta giusta nonostante tutto. Questo è il coraggio, perché noi sappiamo qual è la scelta giusta, e lo sappiamo quando viene quel momento in cui viene la paura, ma bisogna fare il salto. Questo è il coraggio!

Sledet.com ringrazia per l’intervista il coraggioso testimone di giustizia Luigi Leonardi, una persona da cui si può apprendere il significato della parola “legalità” e “integrità”. Chi sta al potere ha molto da imparare da una persona come lui. Ad maiora!

 

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