Intervista all’esplosivo duo Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, registi di Mine


Un film che fa riflettere lo spettatore su quelle che sono le mine che vengono costruite dalle persone, e che impediscono all’uomo di trovare il coraggio per andare avanti: perché il timore delle conseguenze superano quelle stesse del coraggio


Intervista di Desirè Sara Serventi

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Occhi puntati sui due registi italiani Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, cui nomi stanno prendendo un notevole spessore sul panorama cinematografico non solo italiano ma anche internazionale. La loro formazione professionale nasce direttamente sul campo e molto presto, ai tempi del liceo, dove i due talenti hanno da allora iniziato a fare dei piccoli cortometraggi, trasformandoli col tempo in progetti sempre più importanti, cui poi non sono tardati ad arrivare premi e riconoscimenti. Il loro essere dei filmmakers indipendenti gli permette di lavorare creativamente e portare avanti dei progetti esplosivi, così come è stato esplosivo il loro primo lungometraggio dal titolo “Mine”, che sta ricevendo e riscuotendo ottime recensioni e il favore del pubblico. Nelle sale, infatti, Mine sta catturando l’attenzione per la storia che sono riusciti a creare con originalità, e che porta con se quel risvolto psicologico, dettato spesso dalla paura di fare il famoso “Passo avanti”. Infatti la storia che ha come protagonista l’attore Armie Hammer tratta il delicato tema delle “mine antiuomo”. Ed è proprio Hammer, a vestire i panni del soldato che inavvertitamente poggia il suo piede sulla mina, e da qui poi inizierà la travolgente storia in cui il soldato non potrà muoversi per evitare di saltare in aria. Un film che fa riflettere lo spettatore su quelle che sono le “mine” che vengono costruite dalle persone, e che impediscono all’uomo di trovare il coraggio per andare avanti: perché il timore delle conseguenze superano quelle stesse del coraggio. Fabio Resinaro e Fabio Guaglione invece lo hanno trovato il coraggio per portare avanti il loro progetto, senza farsi influenzare dai no ricevuti dall’industria cinematografica italiana, la quale purtroppo non ha creduto nel film. Per questo i due giovani ma ambiziosi registi sono andati avanti, e con caparbietà e consapevolezza di quel che volevano portare nelle sale, sono riusciti a trovare chi credesse in Mine e, tirando le somme, il risultato è un vero successo!

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Se vi chiedessi di raccontarvi cosa rispondereste?
Fabio Guaglione: Dico spesso di essere “posseduto” dalle storie, e raccontarle è un modo per “buttarle fuori”, per “esorcizzare i demoni”. Lavorare ad un film per me vuol dire viaggiare ed esplorare dei mondi a cui ho il privilegio di accedere, per poi cercare di portarli qui nel modo più fedele possibile cosicché siano visibili a tutti. E’ una specie di missione. Sembro un invasato, lo so, ma non saprei descriverlo altrimenti.
Fabio Resinaro: Direi che ho sempre voluto fare questo, raccontare delle storie; quindi il mio percorso è stato testardamente volto ad ottenere questo più che alla ricerca di una carriera come “regista”. Il cinema è quindi un ottimo linguaggio, che si presta molto bene per esprimere la mia immaginazione ma che rappresenta soprattutto uno strumento di conoscenza per l’esplorazione del significato della nostra presenza in questa realtà.

Quando è nata la vostra passione per il cinema?
Fabio Guaglione: Da quando guardavo da bambino i film in sala dei miei. Li registravo e li studiavo già da piccolo. Vivisezionavo Ritorno al Futuro, Ghostbusters e Grosso Guaio a Chinatown.
Fabio Resinaro: Penso esista da sempre, fin da molto piccolo ero affascinato da quella sequenza di immagini in movimento. Ci sono dei filmati in 8 mm in cui cerco di afferrare la cinepresa. Nell’età adulta la nuova scintilla è scoccata dopo la visione del primo Matrix. Forse quel film ci ha fatto capire che era possibile realizzare quello che ci piaceva, perché fondeva il linguaggio di genere fantascientifico americano con un’estetica degli anime giapponesi ed un contenuto filosofico.

Dove vi siete formati in campo cinematografico?
Fabio Resinaro: Ci siamo formati sul campo. Abbiamo iniziato fin dal liceo a fare dei piccoli cortometraggi che, via via, sono diventati sempre più importanti ed hanno incominciato a vincere premi prima in tutto il mondo. Pensiamo che sia stato il percorso più adatto a noi perché, gestire tutto in prima persona su progetti che andavano ingrandendosi con il tempo, ci ha consentiti di divenire molto coscienti di tutto il processo realizzato.
Fabio Guaglione: Questa formazione da filmmakers indipendenti ci permette di lavorare creativamente valutando già il percorso di un progetto o di una singola scena.

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Qual è stato il vostro percorso lavorativo?
Fabio Resinaro: I cortometraggi ci hanno consentito di farci notare e questo ci ha introdotto nel mondo dei videoclip e della pubblicità milanese. Ma, siamo sempre rimasti molto concentrati sui nostri progetti e abbiamo resistito dal farci assorbire completamente da quel sistema. Poi un corto in particolare, “Afterville” ha vinto il Sitges, un importante festival spagnolo e questo ci ha aperto la “strada americana”.
Fabio Guaglione: Dopo i vari cortometraggi, abbiamo anche scritto e prodotto un microbudget thriller, “True Love”, attraverso la nostra casa di produzione, la Mercurio Domina. E’ stato venduto in più di 70 paesi e ha dimostrato la nostra solidità artistica e produttiva.

Avete scritto e diretto il vostro primo lungometraggio “Mine”, che sta ricevendo ottime recensioni. Come è nata l’idea?
Fabio Guaglione: Ci sentivamo anche noi bloccati su una mina… (Ride NdA). Cercavamo un progetto concreto da poter portare a termine invece che le solite idee che richiedono troppi soldi rispetto ai budget a cui può accedere un esordiente.
Fabio Resinaro: L’idea era dapprima solo un’immagine; quella del soldato fermo sulla mina antiuomo. Abbiamo capito che questa figura conteneva una metafora che ci avrebbe consentito di esplorare il personaggio e di esprimere la nostra visione registica. L’idea è poi anche metafora della nostra condizione personale di quel periodo; ci trovavamo infatti “bloccati” su un progetto in sviluppo con un grosso Studio americano, non sapevamo bene che passi fare, e l’industria cinematografica stava diventando un campo minato.
Fabio Guaglione: Per non parlare di quello che ci stava succedendo in privato.
Fabio Resinaro: Infatti, meglio non parlarne. (ride NdA)

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Cosa vuol dire portare nelle sale, una storia come quella descritta in “Mine”?
Fabio Resinaro: Significa sicuramente “fare quel passo” di cui parla la stessa storia del Film. E’ stato un passo che ha significato molta fatica e sofferenza ma anche un atto di coraggio.
Fabio Guaglione: Vuol dire esporre un pezzo di sé stessi e condividerlo con centinaia di migliaia di persone. Significa dire qualcosa, qualcosa che magari non va molto di moda in questi tempi cinici.

Qual è la principale difficoltà che avete trovato in questo progetto autoriale?
Fabio Resinaro: Abbiamo trovato grandi difficoltà in ogni fase del progetto; non si tratta di una produzione tipicamente Hollywoodiana e abbiamo sempre dovuto fare i conti con le risorse che avevamo a disposizione. A parte questo, si trattava di un soggetto molto complicato da scrivere; perché era necessario coinvolgere lo spettatore senza fare mai calare la tensione, pur rimanendo sempre assieme ad un uomo completamente immobile. Successivamente anche il montaggio è stata una fase molto intensa, perché non era facile mettere in equilibrio la quantità di elementi che avevamo costruito, e con l’adeguato ritmo per ogni fase del film. Insomma, ci siamo volutamente messi nei guai!

Da chi è composto il cast?
Fabio Guaglione: Ovviamente li film è un quasi-one-man-show di Armie Hammer. Non è un nome famoso ma è una faccia che avete sicuramente già visto in “The Social Network”, “J.Edgar”, “Lone Ranger”, “Man from uncle”, “Animali notturni”, e che prossimamente uscirà con “Birth of a Nation” e “Free Fire”. Il suo compagno d’armi è Tom Cullen, che molti di voi avranno apprezzato in “Downtown Abbey” e nel cult “Weekend”. La lead femminile è Annabelle Wallis, star dell’horror “Annabelle”, della serie tv “Peaky Blinders” e tra poco sul grande schermo assieme a Tom Cruise nel reboot de “La Mummia”. Il Berbero africano è il formidabile Clint Dyer, che in realtà è un londinese con fortissimo accento british. Grandi caratteristi nel film sono anche Geoff Bell e Juliet Aubrey. Dicono sempre che gli attori di questo film sono americani, in realtà ad eccezione di Armie sono tutti inglesi!

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Protagonista di “Mine” è l’attore statunitense Armie Hammer, su quali basi è stato scelto?
Fabio Resinaro: Armie è stato l’attore che ha reagito più velocemente alla sceneggiatura (lo script è stato mandato a diversi attori americani tramite l’uso di diverse agenzie NdA). Inizialmente ci sembrava poco adatto perché, nei suoi precedenti film aveva sempre interpretato ruoli molto solari ed espansivi; tutto il contrario di quello di cui pensavamo di avere bisogno. Poi Peter (il produttore americano del film NdA) ci ha invitato perlomeno a conoscerlo. Per fortuna abbiamo accettato.
Fabio Guaglione: Dopo averlo incontrato abbiamo capito che si trattava di un ragazzo estremamente intelligente e appassionato a questo progetto, e anche che le sue caratteristiche avrebbero aggiunto qualcosa in più al personaggio rispetto a come lo stavamo pensando. La sua trasformazione in Mike Stevens sarebbe stata per lui un’occasione per sfoggiare interamente le sue doti di attore, e per noi di avere un protagonista più tridimensionale.

Cosa potete dire di Armie Hammer lavorativamente parlando?
Fabio Guaglione: Armie è una macchina. Mi ha impressionato in ogni aspetto del lavoro di un attore. E sul set non si è mai comportato da diva, anzi, creava un clima così divertente con la troupe che ogni tanto dovevamo richiamarli all’ordine!
Fabio Resinaro: E’ stato molto collaborativo e un grande alleato sul set. Un professionista impeccabile veloce ed estremamente reattivo; in grado di entrare e uscire dalla parte a piacimento.

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Volete raccontare un aneddoto divertente capitato durante le riprese?
Fabio Guaglione: Armie che provava a capire come funziona la gestualità italiana.  Fabio Resinaro: Non so se è stato divertente, ma sicuramente surreale il momento in cui Tom Cullen ha visto la riproduzione del proprio cadavere. Si è visto morto. E non ne era molto entusiasta.

Qual è il messaggio che volete trasmettere al pubblico con “Mine”?
Fabio Resinaro: “Devi sempre andare avanti…”
Fabio Guaglione: Non importa quanto tu possa sentirti bloccato o quanto pensi ogni movimento in qualsiasi direzione possa ucciderti, devi trovare un modo per toglierti da quella situazione. Bisogna sempre trovare il coraggio, e talvolta la leggerezza o l’incoscienza, di “fare il passo”. In questo senso anche gli errori, i “passi falsi” possono essere una guida se rielaborati dalla nostra coscienza. La mia frase preferita del film infatti è “Anche la strada sbagliata può portare a casa”.

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Nel vostro caso specifico c’è stata un occasione, in cui avete avuto paura di fare un passo in avanti, per timore delle conseguenze? 
Fabio Guaglione: Quasi sempre ed in ogni ambito. Negli anni ho lavorato molto sul costruirmi una maggiore sicurezza. Penso di essere migliorato molto rispetto a qualche anno fa, ma c’è sempre un passo successivo da compiere. E molto spesso il passo giusto è quello che fa più paura.
Fabio Resinaro: Sì, ma la paura fa parte del gioco. L’importante è non avere paura della paura.

Siete andati a presentare “Mine” in Spagna presso il Sitges Film Festival. Cosa ha significato per voi?
Fabio Resinaro: E’ stato come la chiusura di un cerchio, perché, in qualche modo è anche grazie a quella vittoria nel 2008 con il nostro corto Afterville che siamo riusciti ad approdare negli Stati uniti dove abbiamo conosciuto il produttore di Mine.
Fabio Guaglione: E’ stato il primo riconoscimento internazionale per Mine, speriamo ce ne siano molti altri. E poi siamo legati in particolar modo alla Spagna, sia per la vittoria di Afterville sia perché è dove abbiamo preparato e girato Mine. E’ stata anche una bella occasione di rivedere tutta la troupe e mostrare loro il lavoro di tutti questi anni.

Il film è stato prodotto dagli americani: l’industria cinematografica italiana, ha snobbato o forse non ha creduto nel vostro progetto?
Fabio Resinaro: No, non ci ha creduto. Ma Mine ha seguito un suo percorso naturale ed è cresciuto come progetto insieme alle persone con cui stavamo già lavorando.
Fabio Guaglione: Non ci ha creduto due volte, la prima è stata quando portavamo in giro il progetto. La seconda è stata quando ci mancava solo una piccola quota del budget. Ci piace pensare che se lo proponessimo oggi, le cose andrebbero in modo diverso.

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A vostro parere perché è difficile emergere in questo settore?
Fabio Resinaro: Perché fare un film è effettivamente una grossa impresa. Nel nostro caso in Italia in particolare, perché c’è sempre stata molta paura e diffidenza verso i prodotti di genere. Ora sembra che le cose stiano cambiando.
Fabio Guaglione: Ci vuole tanta passione, tanto coraggio, tanta voglia di mettersi in gioco, tanta competenza, tanta strategia, tanta dedizione.

Perché le persone dovrebbero vedere “Mine”?
Fabio Resinaro: Perché è emozionante e perché racconta di qualcosa che prima o dopo ci riguarda tutti.
Fabio Guaglione: Perché è un film costruito come una vera e propria esperienza cinematografica. In una sala è davvero potente.

Durante le riprese siete dei registi del “buona la prima”, o preferite coprirvi le spalle con un paio di riprese?
Fabio Resinaro: Un paio è sempre meglio! Ma spesso non c’è stato il tempo materiale per fare molte riprese.
Fabio Guaglione: Quando otteniamo la ripresa che ci serve, subito dopo ne facciamo “un’altra, giusto per”. In montaggio è sempre meglio avere una soluzione in più. Ma “buona la prima”… quasi mai… Anche perché tendiamo a sommare in uno shot tante difficoltà non solo attoriali ma anche tecniche.

Voi avete vinto diversi premi, qual è quello a cui siete maggiormente legati?
Fabio Guaglione: Sicuramente il “Miglior Cortometraggio Europeo” del Sitges 2008. Ci ha cambiato la vita.

Volete dare un vostro parere sull’industria cinematografica italiana?
Fabio Resinaro: Meglio di no… (ride NdA). L’augurio è che diventi una vera e propria industria, con film di genere orientati al profitto. Si spera che questa annata di rinascita del cinema italiano non sia solo un caso.
Fabio Guaglione: Il mio parere è che è in un momento di trasformazione. Dai prossimi 12 mesi si capirà cosa succederà nei prossimi 5 anni.

Come registi sul set, siete più bacchettoni o più amiconi?
Fabio Resinaro: Un buon mix.
Fabio Guaglione: Amichevoli rompicoglioni.

Qual è il complimento che vi è stato fatto sul film “Mine” che avete apprezzato più di tutti?
Fabio Guaglione: Ce ne sono stati tanti inaspettatamente, troppi. Alcuni davvero da far imbarazzare. Io sono contento che, in questi tempi cinici e dissacranti a tutti i costi, ne sia stato apprezzato l’elemento emotivo, il cuore.
Fabio Resinaro: Che è emozionante. Che è servito a qualcuno per riflettere sui propri “blocchi” interiori.

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Cosa vi aspettate da “Mine”?
Fabio Guaglione: Che dopo l’uscita italiana possa farci conoscere nel mondo ed emozionare persone di culture diverse.
Fabio Resinaro: Che ci consenta di fare un ulteriore passo avanti.

Progetti?
Fabio Resinaro: Si, tanti.
Fabio Guaglione: Vorremmo scrivere e produrre film per altri registi, lavorare ad una serie tv e realizzare il nostro secondo lungo. E’ troppo? (ride NdA) Ci stiamo già lavorando.

Volete lasciare un messaggio ai lettori di Sledet.com?
Fabio Resinaro: Andate a vedere Mine se non lo avete ancora fatto!
Fabio Guaglione: Supportate i giovani registi italiani con i debiti! (ride NdA)

Sledet.com ringrazia per l’intervista Fabio Guaglione e Fabio Resinaro e, ad maiora!

 

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