Intervista a Valerio Caroli, il fisioterapista della Lazio


“Per svolgere questa professione ci vuole passione. Bisogna sempre rispettare i canoni del lavoro e quelle che sono le leggi della medicina, poi ovviamente questa attività va supportata dagli studi universitari” spiega Caroli


Intervista di Desirè Sara Serventi

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Ha una elevata preparazione professionale il fisioterapista della Lazio Valerio Caroli, data sia dal suo qualificato percorso di studi, che dalla sua ottima manualità, appresa dopo tanti anni di esperienza lavorativa sul campo della fisioterapia. E’ infatti lui, insieme al suo staff, che si occupa di riportare l’atleta al meglio delle sue capacità psico-fisiche. Un mestiere quello di Caroli certamente da non sottovalutare, considerando che segue tutto quello che è il movimento della squadra nell’arco della giornata, e che è ovviamente legato alla preparazione e all’attività sportiva del calciatore. Il lavoro del fisioterapista però va a toccare anche la sfera personale: infatti tra lui e gli atleti si viene a creare un vero e proprio rapporto umano, in quanto è proprio durante le sue sedute che si ha un confronto psicologico, dato ovviamente dalla fiducia che l’atleta ripone in chi gli sta difronte; quindi è fondamentale riuscire ad approcciarsi in maniera corretta con il paziente in questione. Quando si lavora con dei campioni di fama nazionale e internazionale, sempre al centro dell’attenzione mediatica, le luci vanno per riflesso a colpire anche le persone che lavorano dietro le quinte, che dunque si ritrovano a dover fare i conti con lo stress che questo sport porta, perché è sufficiente un infortunio per rimettere tutto in discussione. E’ per questo motivo che Valerio Caroli precisa che oltre la grande passione e dedizione per questo mestiere, un fattore molto importante è quello dato dal supporto della famiglia, nel suo caso quello della moglie Emanuela e dei figli Noemi e Tommaso, che gli permette di riuscire a gestire con naturalezza quello che è il mondo del calcio.

Dal 2012 è fisioterapista e massoterapista presso il club calcistico Lazio. Potrebbe parlarci della sua attività?
Io seguo tutto quello che è il movimento della squadra della Lazio nell’arco della giornata: dalle terapie che si svolgono la mattina, all’allenamento che si ha nel pomeriggio per il recupero degli infortunati, per poi seguire quella che è tutta l’attività della squadra che si allena. In parole più semplici mi occupo di tutto quello che è legato alla preparazione all’attività sportiva: quindi i massaggi,  le terapie, i bendaggi funzionali; tutto quello che concerne l’atleta e la preparazione allo sforzo. Poi c’è la fase dell’allenamento, al termine del quale bisogna cercare di ridurre al minimo quello che è stato lo sforzo per il calciatore, cercando di ripristinare un po’ quelle che sono le attività principali, sia muscolari che osteoarticolari, per fargli smaltire così la fatica in modo che il giorno dopo possa presentarsi in una condizione migliore.

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Tra il fisioterapista e il calciatore che tipo di rapporto viene a formarsi?
Durante la mia attività si ha un confronto psicologico con il paziente tutti i giorni, che va dall’approccio terapeutico al nervosismo da spogliatoio, o ai problemi familiari: insomma, tutto quello che appartiene alla sfera del singolo individuo, anche nella vita privata. Quando un calciatore è sul lettino è un momento in cui si sente protetto. Il sentirsi trattato, sia che si tratti di un massaggio o di una terapia, gli da un senso di protezione, e in quella fase nasce anche il rapporto umano che agevola tantissimo quella che è la nostra attività, ed è un grande supporto per noi.

Quando è iniziato il suo percorso lavorativo per le squadre sportive?
Ho iniziato nel 1997, quando ero al mio ultimo anno di studi, ed essendo io di Terni venni coinvolto in un’attività professionale con la Ternana Calcio. In quel periodo stavo ancora studiando, e non ero neanche tanto convinto perché non ero un grande tifoso di calcio, quindi è stato un tentativo che ho fatto, definiamolo un tentativo professionale, e mi sono detto “proviamo ad inserirci e vediamo se è una cosa in cui posso cimentarmi senza grosse difficoltà”.

Poi?
Poi ricevevo dei complimenti per quel che era la mia attività nel quotidiano, che andava dal coinvolgimento nello spogliatoio al rapporto con l’allenatore, con la società e con i dirigenti. Il tutto era molto spontaneo e allora mi chiesero l’anno successivo di rimanere.

Decise di rimanere?
Sinceramente speravo in questa forma di riconferma perché mi ero molto affezionato all’ambiente, e alla fine ci sono rimasto per ben sette anni, dal 1997 al 2004.

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Quindi il tentativo si trasformò in passione. Le si aprirono nuovi orizzonti dopo quell’esperienza lavorativa?
L’attuale direttore del Cagliari, Stefano Capozucca, che era con me a Terni, volle a tutti i costi che io lasciassi quella situazione per seguirlo al Genoa. Quindi decisi di seguirlo per svolgere sempre la stessa attività, con lo stesso impegno e con lo stesso spessore.

Come si trovò?
Trasferirsi in un altra città e svolgere questa attività è veramente molto complicato, perché non devi solo adattarti alla nuova società, ma anche a delle nuove persone e delle nuove mentalità; diciamo che ci sono tanti fattori che subentrano. Io sono stato benissimo nel Genoa, infatti ho svolto il mio incarico in qualità di Responsabile della Fisioterapia dal 2004 al 2012, ed è stata un esperienza meravigliosa, che mi ha regalato tantissimo e mi ha fatto crescere sotto tanti aspetti.

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Poi dal Genoa c’è stato nel 2012 il suo passaggio alla Lazio?
Sì. Per una serie di scelte personali, e non professionali, ho lasciato il Genoa per tornare a Terni, e il mio trasferimento è coinciso con il passaggio alla Lazio, dove c’è stato questo contratto.

Il suo ruolo è sempre lo stesso?
Si, sempre lo stesso.

Il suo è un mestiere in cui vi è un confronto continuo con gli altri?
Il nostro è un mestiere che arricchisce tantissimo sotto l’aspetto umano. Devo dire che non c’è giorno in cui finisco di lavorare che non mi sento comunque più maturo di prima; mi sento una persona con molta più conoscenza di quella che è la vita, perché il confronto quotidiano in un ambiente sportivo dove hai tantissimi stranieri, dove hai tantissime persone con mentalità, rapporti, idee e sensazioni diverse, ti da veramente tanto a livello di crescita personale, e ti prepara a situazioni impreviste, e questo per noi è una grande fonte di ricchezza.

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La sua figura professionale è riconosciuta sia dalla squadra che dallo staff tecnico. Le capita di sentire il peso della responsabilità prima di una partita?
Sì, tantissimo. Diciamo che nel svolgere questa attività come me, con una grande coscienza professionale, con una grande passione, ma soprattutto con un desiderio di riuscita, e con l’ambizione che tutto abbia un seguito positivo, la partita la si guarda sotto un altro aspetto.

Che cosa intende dire?
Noi lavoriamo molto sotto l’aspetto fisico, quindi il giocatore che durante la partita manifesta un problema, o che magari lo ha avuto fronte alla partita, ovviamente gli impedisce di essere al 100%, e questo gli limita le sue capacità, e quindi la sua attività. Per noi questo è un grandissimo senso di responsabilità, e quando finisce la partita e fila tutto liscio, ci sentiamo molto più partecipi in positivo di quello che è stato il risultato. Poi, chiaro che non è merito nostro perché noi partecipiamo in piccolissima parte, ma quella piccolissima parte ci riempie di orgoglio, e ci da grande soddisfazione. Purtroppo però non sempre le cose filano così lisce, può  anche accadere talvolta che un giocatore subisca un infortunio, e lì il rammarico è molto alto. Questo per far capire che anche noi viviamo tantissimo la partita.

Lei segue la squadra nelle trasferte?
Io seguo sempre la squadra. Io sono sempre presente con loro, ogni giorno: prima dell’allenamento, dopo l’allenamento, in quella che è tutta la loro attività, e in più seguo la squadra in tutti quegli che sono gli spostamenti, quindi dal ritiro estivo fino a tutte le trasferte del sabato e delle domeniche.

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Dietro le trasferte vi è un grande lavoro?
Se giochiamo in casa rimaniamo al centro sportivo, ma se andiamo fuori ovviamente si sta in albergo, quindi devo preparare tutto il materiale, tra cui tutto quello che è necessario alla fisioterapia, il materiale da portarmi in albergo, e in fine quello per lo stadio. Dietro c’è una lavorazione enorme, anche perché vivendo tutto il giorno la squadra, conosco le esigenze di tutti, i gusti di tutti, le necessità a 360°, e cerco sempre di organizzare il lavoro e il materiale assecondando quelle che sono un po’ le esigenze dei miei pazienti, ovvero i calciatori.

L’ambiente del calcio porta con se anche un certo livello di stress?
L’ambiente del calcio di per se ha uno stress disumano, perché comunque c’è tanta pressione, tanta tensione, e anche perché tutto quello che facciamo finisce sui giornali, in televisione o alla radio. Quindi tutto quello che noi quotidianamente viviamo, tutto quello che ci gira intorno, diventa poi di dominio pubblico, e questo ovviamente crea uno stress in più, proprio perché aumenta il senso di responsabilità.

Nel suo caso specifico, come riesce a gestire lo stress?
Io ho una grandissima fortuna, perché amando tantissimo il mio mestiere riesco a sovrapporre quella che è una passione a quello che è un impegno lavorativo professionale, e questo mi aiuta tantissimo a smaltire lo stress. Poi di fondamentale importanza è l’aspetto familiare.

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Può essere più preciso?
La componente familiare, quindi la moglie e i bambini, rappresentano il vero momento in cui riesci ad isolarti da quello che è il quotidiano, perché finché non stai con la tua famiglia vivi perennemente attaccato al lavoro. Io personalmente posso dire che il supporto della mia famiglia è fondamentale, perché loro sopportano le mie lunghe assenze. Vorrei cogliere l’occasione di questa intervista per ringraziare di questo mia moglie Emanuela e i miei figli Noemi e Tommaso.

Il suo lavoro lo porta ad essere sempre disponibile in supporto alla squadra?
Questo per noi è un vanto, il renderci sempre disponibili, e sempre pronti ad agire per soddisfare quelle che sono le esigenze di uno sportivo di alto livello, e loro le esigenze le hanno 24 ore su 24.

Perché?
Perché non timbrano il cartellino, la cura del loro corpo, della loro alimentazione e del loro riposo è determinante, ed essendo dei grandi professionisti cercano sempre un confronto, e un consenso che gli permetta di non commettere errori. D’altra parte, noi cerchiamo sempre di dosare e rilasciare consigli che siano ottimali in base al tipo di persona che abbiamo davanti.

Il calciatore viene sottoposto ad un notevole stress fisico, anche perché troppo spesso le partite si susseguono a distanze molto brevi. Così facendo non si rischia che aumentino gli infortuni legati proprio allo stress?
Di per se lo sport è stress, lo sport è fatica, lo sport è rischio. Chi fa sport mette sul piatto della bilancia che corre dei rischi, quindi, il rischio di infortunarsi, di farsi male, il rischio comunque di non avere il proprio fisico al 100% , anche se l’esigenza magari in quel momento lo richiederebbe. E’ chiaro che il nostro lavoro è anche quello di cercare di prevenire questi infortuni, di ridurli al minimo, così come di ridurre i tempi durante l’infortunio.

Quindi?
Sì lo stress ha una grandissima componente, perché comunque tra una gara e l’altra a volte non ci sono i tempi per recuperare, non ci sono i momenti necessari per poter smaltire quella che è stata una fatica presente, che già se ne presenta una nuova.

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Devono gestire anche lo stress emotivo oltre quello fisico?
Tanti di questi ragazzi riescono quando stanno a casa a cercare di gestire un po’ la loro emotività, gestire un po’ quelle che sono anche le loro pecche, perché a volte lo stress nasce per causa loro per aver commesso un errore in campo. Ci sono tanti fattori che contribuiscono allo stress, ovviamente questo stress va gestito, va controllato con l’esperienza, quindi quando anche questi ragazzi crescendo migliorano un po’ quello che è il rapporto con la gara, con l’attività quotidiana, e anche il rapporto con noi, sicuramente riducono al minimo questo stato di stress. Questo però lo migliori e lo guadagni solo con l’esperienza, solo con il tempo, solo con le vittorie, ma anche con le sconfitte, e con le emozioni che ti regala questo sport.

Qual è l’attività che svolge maggiormente con i calciatori?
La cosa più frequente, e diciamo che poi è un po’ il fulcro della nostra attività, è quello dell’attività strettamente di fisioterapia, quindi il lavoro manuale, massoterapico inteso proprio come massaggio con le mani sui muscoli, e poi c’è tutto l’aspetto della fisioterapia strumentale, dove abbiamo una gamma altissima di macchinari da poter utilizzare in base alla patologia che il medico ci prescrive e al tipo di atleta che abbiamo davanti. Poi ognuno di loro ha un curriculum sanitario che va rispettato, che è legato all’età, a quanto gioca ed è legato anche alla sua storia.

Tra lo staff tecnico, la figura che sicuramente gli è più vicina è quella del preparatore atletico?
Diciamo che sono le due figure professionali che più legano. Ma va precisato che ci stiamo riferendo al preparatore atletico inteso come recupero infortunati, infatti, c’è un preparatore atletico che è quello che segue la squadra e che gestisce l’attività del quotidiano, e poi c’è il preparatore atletico che fa il recupero degli infortunati, e li c’è molta correlazione tra di noi.

Potrebbe spiegare il motivo di tale correlazione?
Perché di solito il calciatore passa dal mio lettino prima iniziare un percorso di attività insieme al preparatore atletico, che può essere piscina, palestra, campo… Ci sono diversi percorsi da seguire, ovviamente sempre in base alla patologia, e quindi tra di noi deve esserci una grande intesa.

Perché?
Perché le mie segnalazioni migliorano il suo lavoro, le sue segnalazioni migliorano il mio di lavoro, e quindi quello che io posso vedere sul calciatore lo devo comunicare perché serve a lui per ottimizzare il suo lavoro, e lo stesso lui mentre lavora se individua una difficoltà deve comunicarmela, affinché io su quelle difficoltà possa lavorarci.

Qual è la parte più difficile del suo lavoro?
E’ difficile dirlo perché non vedo grandi ostacoli. Sicuramente la più grande difficoltà è cercare di far capire ad alcuni atleti che per risolvere una problematica fisica ci vuole un pochino più tempo rispetto a quello che loro si aspettavano, o che vorrebbero, perché l’atleta vuole sempre andare in campo, l’atleta vuole sempre mettersi in gioco, e invece è compito nostro quello di tutelarli cercando di frenare questo loro entusiasmo. Questa è la cosa un po’ più complicata, perché spesso hanno la sensazione di sentirsi bene, ma noi sappiamo che la natura ha le sue regole, e cerchiamo di farle rispettare. Noi non cerchiamo di far altro se non quello di mettere in piedi un giusto percorso naturale, poi se ci sono dei miglioramenti e si riduce di qualche giorno va benissimo e siamo contenti anche noi, però bisogna rispettare le tabelle e i protocolli. Ma questa per i calciatori non è una nota negativa, anzi, tanto di capello a questi ragazzi che comunque ci tengono e si impegnato tantissimo.

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Durante il suo percorso lavorativo con chi ha stretto un legame di amicizia?
Ce ne stanno tantissimi di giocatori. Uno gioca nel Cagliari ed è Borriello. Con Marco è nata un intesa immediata quando stavamo al Genoa. Fu una stagione bellissima, infatti fu l’anno in cui fece più gol; lui è una di quelle persone che ricordo con grandissimo affetto e grandissima amicizia. Comunque potrei fare tantissimi altri nomi, come Matteo Ferrari, Diego Milito, Hernàn Crespo, Luca Toni, Marco di Vaio; per citarne alcuni.

Allo stadio olimpico di Roma c’è stata la partita “Uniti per la pace”. Vuole parlarne?
Due anni fa fui chiamato a gestire le due infermerie e la fisioterapia, e dico due perché comunque c’erano due squadre anche se si stava tutti insieme. Fu un esperienza bellissima e ci trovammo molto bene, anche perché c’erano tutti questi grandi campioni del passato, quindi fu una bellissima festa. Anche quest’anno mi hanno riproposto la stessa partita con qualche campione che c’era all’epoca e con qualche new entry , e alla stessa maniera mi hanno proposto di seguire un pochino quelle che erano le attività del pre e del dopo gara di tutti questi campioni.

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Complicato gestire tutti questi campioni?
E’ stata una cosa molto semplice, perché le pretese loro erano ai minimi termini. Il clima era molto festoso. Ed era bello vedere campioni che si sentivano piccoli vicino ad altri campioni, infatti ognuno era campione per il tifoso e per il resto del mondo, ma li dentro si sentivano tifosi gli uni degli altri. Questa è stata una cosa veramente carina; tutti umilissimi, semplicissimi, scherzosi, e disponibili. Poi le loro richieste sono state abbastanza semplici: un massaggio così per prepararli allo sforzo, o qualche fasciatura di rito magari alle caviglie per chi in passato era abituato a farle.

Vuol dare un consiglio a tutti quei giovani che vorrebbero svolgere l’attività di fisioterapista sportivo?
Per svolgere questa professione ci vuole passione per quello che è il desiderio di risolvere le problematiche fisiche di un altro soggetto. Bisogna sempre rispettare le regole e i canoni del lavoro, e quelle che sono le leggi della medicina. Poi ci vuole una grande disponibilità al lavoro, noi lavoriamo infatti senza orari: lavoriamo di mattina, di pomeriggio, di sabato, di domenica; si lavora sempre. Ci vuole una grande disponibilità e una grande determinazione, perché potrebbero esserci dei momenti in cui ci si può scoraggiare perché le cose non vanno benissimo, o perché magari non si riesce a risolvere un problema di qualcuno. Poi ovviamente oltre alla passione questa attività va supportata dagli studi universitari. Certamente non è un’attività che si può improvvisare.

Sledet.com ringrazia per l’intervista Valerio Caroli e, ad maiora!

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